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La storia della giovane Maria Rita, suicida a 24 anni, insegna che la mafia può uccidere in tanti modi

di / 0 Commenti / 1604 Visite / 6 aprile, 2017

mariarita_logiudice Maria Rita Lo Giudice era una giovane 24enne di Reggio Calabria.

Una ragazza che ha maturato una brillante carriera scolastica che l’ha portata al conseguimento della laurea. Eppure, non è bastato a garantirle un futuro roseo e una vita tranquilla.

Il suo cognome, in Calabria, è sinonimo di “’ndrangheta”: Maria Rita è la nipote del boss pentito Nino Lo Giudice. Il padre, come molti degli zii e dei cugini, è in carcere per mafia. Un’ombra pesante, che la ventiquattrenne aveva tentato di scacciare con un percorso di studi brillante. Laureata a pieni voti in Economia nell’ottobre scorso, Maria Rita aveva deciso di proseguire l’università e circa un mese fa con docenti e colleghi di facoltà era partita per Francoforte e Bruxelles, per un viaggio di istruzione alla sede della Banca Centrale e agli uffici della Commissione Europea. Un viaggio immortalato in decine di scatti, pubblicati su Facebook dalla ragazza, evidentemente fiera di un percorso che la stava portando lontano da Reggio Calabria. Maria Rita sentiva il peso di quel cognome e probabilmente anche dell’ostracismo sociale che a Reggio Calabria ne deriva, ma che non l’aveva indotta a disconoscere la famiglia.

La ragazza non ha mai rinnegato il padre, anzi era la prima ad interessarsi delle sue vicende giudiziarie. Aspettava con ansia la discussione del caso del genitore in Cassazione e si sentiva diversa dai parenti. Forse, Maria Rita, sperava di “contagiarlo”, trasmettendogli il desidero di cambiamento.

Invece, la sua vita è andata incontro a tutt’altro epilogo. Durante la mattinata di Domenica 2 aprile, Maria Rita si è lanciata dal balcone della casa in cui viveva con la madre, senza lasciare alcun biglietto.

La madre ha detto di averla trovata molto strana, alterata la sera prima del suo suicidio ed è un particolare che le è rimasto in mente perché la ragazza non beveva, non fumava e mai avrebbe assunto stupefacenti. Per questo hanno chiesto alla procura di esplorare ogni possibile pista sulla morte della ragazza e di effettuare l’autopsia sul corpo della ragazza.

Molte le ombre e i dubbi che avvolgono la morte della giovane. Una morte che, in ogni caso, risuona come un urlo, di rabbia ed imprecazione, contro i sentimenti d’avversione ed ostracismo che Maria Rita ha dovuto osteggiare, unitamente ai pregiudizi che le hanno arrecato disagi e dolori. Pesava e non poco, sulle spalle della giovane, l’eredità di quel cognome che per effetto dell’intransigente austerità della società che la circondava, risuonava come “una condanna” che, nel caso di Maria Rita è risultata essere “una condanna a morte”.

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