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Cos’è il razzismo? Un pomeriggio al semaforo di via della Villa Romana con Amadù

di / 0 Commenti / 806 Visite / 18 agosto, 2017

gopr4081Amadù e un giovane extracomunitario, giunto in Italia circa 10 anni fa, quando era pressapoco adolescente e, da allora, non vede la sua famiglia.

E’ uno dei tanti migranti, giunto in Italia per inseguire un sogno e che si trova a combattere contro gli stenti della miseria, l’unica che ha trovato ad accoglierlo a braccia aperte.

E’ uno dei tanti bisognosi che, ogni lunedì, attende il provvidenziale aiuto degli “Angeli di strada – Villanova” che durante il consueto giro in cui distribuiscono indumenti, pasti e beni di prima necessità, quando giungono alla tappa di Gianturco sanno che Amadù è lì ad aspettarli.

Per il giovane, i volontari dell’associazione umanitaria, gli unici disposti a dargli una mano, rappresentano la sua famiglia italiana: una delle difficoltà più grandi che Amadù riscontra nella vita di sempre, però, confessa che è quella di incontrare persone disposte a fare quattro chiacchiere con lui.

I volontari che, come gli Angeli di strada, sono impegnati in questo genere di iniziative, sono gli unici italiani che trattano Amadù come una persona “normale” e che gli chiedono come sta, se sta lavorando e come gli vanno le cose.

Le chiacchiere, i racconti, le confidenze, Amadù può permettersele solo con i volontari e con i suoi connazionali: per il resto, i dialoghi sono ridotti al minimo indispensabile.

Il giovane ha sempre lavorato, anche se non sempre si è visto corrispondere quanto gli era stato promesso: lavapiatti, facchino, manovale nei tanti hotel che pullulano nella zona di Gianturco, benzinaio, contadino e, quando nessuno è disposto a farlo lavorare, scende in strada a vendere i fazzoletti.

Amadù racconta che d’estate, spesso, andava a lavorare nei campi. Un anno si ritrovò in Puglia a fare il “capo nero“, ovvero, era il responsabile della sua squadra, quindi doveva lavorare e al contempo assicurarsi che gli altri facessero lo stesso. Era una sorta di sindacalista-rappresentante dei lavoratori. Un giorno, scoppiò la rivolta. Una delle donne della sua squadra ebbe da ridire in merito al mancato rispetto degli accordi pattuiti con il datore di lavoro. Quest’ultimo si aspettava che Amadù, per il bene dell’intero gruppo, la mettesse a tacere e, invece, il giovane, si schierò dalla parte della sua connazionale e pretese che il datore di lavoro facesse lo stesso. Non poteva accettare quel sopruso e, allora, lui e i suoi furono costretti a rinunciare al lavoro. Una scelta che il resto del gruppo non accettò di buon grado e identificò in quel “capo nero” il responsabile della disfatta.

Eppure Amadù è uno che fa del bene. Come lui stesso spiega, così come le assoziazioni umanitarie lo aiutano, lui sente di dover fare lo stesso con le persone che versano nella sua stessa condizione. Quando i suoi connazionali giungono a Napoli, lui si prodiga per dargli indicazioni preziose. Gli indica dove andare a lavorare, dove andare a mangiare e a reperire abiti, coperte, dove andare a dormire. Una sorta di guida preziosa che indottrina i migranti e ne velocizza il processo di ambientamento. Tantissimi i suoi connazionali che, come lui stesso racconta, grazie alle sue indicazioni sono riusciti a trovare un posto fisso, mentre lui, paradossalmente, è ancora rimasto nell’oblio della precarietà, dell’incertezza e degli stenti.

Un corso di pizzaiolo iniziato e non terminato, perchè il proprietario dell’albergo in cui lavorava in quel periodo non ha voluto far combaciare i turni di lavoro con le sue esigenze di studente volenteroso di apprendere un mestiere che probabilmente gli avrebbe cambiato la vita.

Trascorrerà tutta l’estate in uno dei tanti distributori di benzina di Gianturco, sobbarcandosi il turno di notte. Fino a qualche tempo fa, quasi tutti i pomeriggi, lavorava ai semafori.

Il giovane chiarisce di essere un “lavoratore autonomo” e di lavorare “per conto suo”, quindi, non è legato alle organizzazioni operanti sul territorio che hanno imbastito un vero e proprio business volto a sfruttare i migranti che lavorano ai semafori per vendere fazzoletti ed accendini o pulire i vetri delle auto.

Nei periodi di magra, quando non ha un lavoro fisso o nei momenti morti, tra un lavoro e l’altro, Amadù fa il pieno di fazzoletti e con il suo apecar giunge al semaforo di via della Villa Romana, strada che inizia a Ponticelli e sfocia a Barra. E’ proprio lì che stanzia Amadù, nei pressi del semaforo collocato a pochi metri di distanza dalla rotatoria che converge in via delle Repubbliche Marinare, strada trafficatissima del quartiere Barra che dista pochi chilometri da Gianturco, la zona in cui vive.

Lì il semaforo diventa rosso su richiesta dei pedoni che hanno esigenza di attraversare la strada a doppia corsia e doppio senso di marcia, quindi è necessario pigiare l’apposito pulsante.

Quando il semaforo è rosso e gli automobilisti rilevano la presenza del giovane, intuiscono che è proprio lui a premere il pulsante per tentare di vendergli i fazzoletti e questo li fa infuriare: insulti, imprecazioni, Amadù subisce di tutto. Perfino minacce, mentre i bambini, suoi grandi amici, premono di proposito quel pulsante e “fanno il tifo per lui” esortandolo ad approfittarne per vendere tanti fazzoletti. Le forze dell’ordine passano da lì e Amadù racconta che non gli creano alcun genere di problema. Non è mai successo che i vigili urbani o la polizia e i carabinieri, passando di lì, gli abbiano sequestrato la merce o abbiano quantomeno accennato a sanzionarlo.

“Perchè sanno che quando vanno via, vado nel supermercato più vicino, ricompro i fazzoletti e mi rimetto a lavorare… Hanno cose più importanti di cui occuparsi, soprattutto in questa zona.”

Dice di essersi abituato al disprezzo e all’indifferenza della gente, quella stessa gente che nel vedere una ragazza bianca dialogare con quel venditore di fazzoletti di colore, ci rivolgono occhiate cariche di indignazione e disappunto. Come se quell’associazione di fatti e persone fosse una perversione, un atto impuro sbattuto in faccia alla regole di buon senso dettate da quella società bigotta che finge emancipazione, ma che, in realtà, ha tanta strada ancora da percorrere per recepire come acquisito il complesso processo dell’integrazione e dell’accettazione del “diverso”.

 

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