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25 agosto 1989: rifugiato sudafricano ucciso a Villa Literno. Jerry Essan Masslo, la storia di un uomo che ha fatto la storia

di / 0 Commenti / 67 Visite / 25 agosto, 2017

jerrymasslo25Villa Literno, 25 agosto 1989 – E’ morto senza aver visto avverarsi alcuno dei tanti sogni e speranze che l’avevano accompagnato lungo la sua breve e turbolenta permanenza in Italia, ove aveva disperatamente creduto di poter conquistare una prospettiva di vita diversa, un futuro migliore. Jerry era dovuto fuggire dal Sud Africa, il suo paese, divorato, da decenni, da micidiali scontri che facevano parte del quotidiano, in quanto vi prevaleva in modo istituzionale il regime della segregazione razziale, universalmente noto alla pubblica opinione col famigerato sostantivo afrikaaner di Apartheid. Sin da ragazzino, Jerry era stato testimone oculare un’infinità di volte delle barbarie della Polizia razzista di Pieth Botha nei confronti della sua gente. Ne era sempre rimasto amareggiato ed addolorato. Era capitato innumerevoli volte che, unitosi a migliaia di altri oppressi, scendesse nelle strade per qualche protesta, l’unico modo con cui potessero esprimere le loro aspirazioni più profonde: uguaglianza, libertà, pari opportunità. Spesso, ritornando a casa dopo l’ennesima manifestazione, di solito dolorosamente soffocata da poliziotti al grilletto svelto e facile, aveva udito le urla di mamme cui figli erano stati riportati inerti a casa, coperti di polvere, con lo sguardo fisso ed il vestito zuppo di sangue, dopo che qualche pallottola sparata da un fucile di assalto li avesse spaccato il petto, lasciando un buco così grande da poterci introdurre il pugno. Aveva provato anche lui lo straziante dolore di quelle morti assurde quando sua figlia fu falciata da un proiettile vagante alla tenere età di sette anni. Per non parlare delle decine di migliaia di “Missing”, come suo padre, ovvero persone che erano state interpellate dalla Polizia, portate in caserma per i consueti interrogatori e che non erano state mai più riviste dai loro cari.

Da studente politicamente attivo, Jerry Masslo aveva avuto molta simpatia per il protagonismo dei movimenti ribelli di massa come l’African National Congress –ANC, la United Democratic Front- UDF e la Black Consciousness-BC che avevano deciso di opporsi alla continua repressione. Ma sapeva fin troppo bene che fine avessero fatto gli Oliver Tambo, Chris Hanis, Steve Biko, Nelson Mandela, Thabo Mbeki, tutti nomi- icone della lotta per la libertà, che purtroppo in molti erano stati “neutralizzati”, edulcorato eufemismo che il potere bianco usava pudicamente per parlare di assassini, quando non si trattava di carcerazione a vita dietro le sbarre delle fredde celle di Robben Island, la versione locale di Alcatraz. I più fortunati erano riusciti a fuoriuscire dalla gigantesca Bastiglia sud- africana ed erano andati a vivere in esilio altrove.
Era proprio quella strada che decise d’imboccare il giovane Masslo.
Si era rassegnato, a malincuore, alla prospettiva dell’esilio. Si adoperò anzitutto a “mettere al sicuro” la giovane compagna ed i loro due figli. Avvalendosi dell’aiuto di un giro di complicità, riuscì a farli evadere nel vicino Zimbabwe, attraversando a piedi le boscaglie e le colline del nord- ovest della repubblica sud- africana, prendendo cura di non farsi reperire dalle numerose pattuglie della temutissima Military Police che setacciavano continuamente i confini coi circondanti stati dichiaratisi ostili al governo razzista di Pretoria. Avevano poi proseguito il viaggio fino a Lusaka in Zambia ove c’erano già alcuni parenti, esuli anche loro, stabilitivisi da tempo. Quando Jerry seppe che la sua famiglia aveva raggiunto salva la meta, pianse di gioia: fu la notizia più bella mai ricevuta nei suoi trent’ anni di vita.

Rimasto col fratellino, cogitava sul come fuggire. Volevano raggiungere l’Europa. Col discreto aiuto d’un amico che lavorava come marinaio su una nave mercantile, salì clandestinamente a bordo col fratello, travestitisi da addetti alla manutenzione. Si nascosero in una delle scialuppe di salvataggio appese ai lati del potente mezzo marittimo. Il nascondiglio era perfetto: coperto da una tela di plastica che rendeva improbabile la scoperta della loro presenza a bordo e provvisto di vari generi alimentari ed acqua , costantemente tenuti lì per eventuali emergenze. L’amico marinaio aveva spiegato loro che la rotta della nave avrebbe puntato sull’Europa, dopo alcuni brevi scali in vari paesi della costa australe ed occidentale dell’Africa.
Filò tutto liscio finché il fratello di Jerry non cominciò a sentirsi poco bene. Il mal di mare ed i gelidi venti marini gli avevano provocato una violenta febbre. Allo scalo nigeriano di Port Harcourt, Jerry scese discretamente dalla nave al calare del buio, confondendosi tra i numerosi operai che si davano febbrilmente da fare nelle stive. Andò ad acquistare alcuni generi farmaceutici che potessero alleviare il malessere del fratello.
Al suo ritorno al molo, il colossale mercantile non c’era più. Aveva levato l’ancora poco prima, portando via il fratello. Il destino li aveva separati. Jerry rimase in città, riflettendo sul da farsi. Doveva proseguire il viaggio. Pensò di vendere il bracciale e l’orologio d’oro che aveva. Un regalo di suo padre. L’unico bene prezioso che avesse mai posseduto. Coi quattrini ricavati da quella vendita, acquistò un biglietto aereo per l’Italia.
Sbarcò all’aeroporto internazionale Leonardo da Vinci di Roma- Fiumicino il 21 marzo 1988.
Venne immediatamente bloccato al varco di Polizia. Non adempiva ai requisiti di legge per entrare in Italia. Negli adiacenti uffici dell’immigrazione ove venne condotto per i consueti procedimenti amministrativi, Jerry spiegò all’ufficiale di turno che chiedeva l’asilo politico. La richiesta colse il funzionario totalmente impreparato: le forze di Polizia impegnate nel controllo delle frontiere erano state istruite, a norma del principio della “limitazione geografica”, che l’asilo politico poteva essere richiesto solo dai cittadini dei paesi est- europei che erano riusciti a sottrarsi alle forche caudine del comunismo!
Di fronte al diniego che aveva opposto il funzionario di Polizia, Jerry Masslo chiese di essere messo in contatto telefonico con la sede italiana di Amnesty International, nota organizzazione di tutela dei diritti umani. Espose la sua situazione. Si affrettarono di mandargli incontro un operatore che lo sottopose ad un lungo colloquio conoscitivo. Al suo termine non c’era dubbio alcuno sulla storia di Masslo: era autentica e l’interessato aveva diritto alla protezione ai sensi delle vigenti convenzioni internazionali. Ma le lungaggini burocratiche non permisero il suo rilascio.
Rimase due settimane rinchiuso tra le mura dell’aeroporto. Nel frattempo, Amnesty International si attivò ad interessare alla vicenda la sede italiana dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati- ACNUR. Al termine d’un lungo ed esausto rompicapo nell’inestricabile labirinto burocratico del Viminale, l’apposita sezione adibita all’istruzione dell’asilo politico rispose con rivoltante disinvoltura che la richiesta di tale Essan Masslo Jerry non poteva essere accolta in quanto, oltre alla “riserva geografica”, erano interessati dagli “accadimenti in Sud Africa una pluralità di suoi connazionali senza però denotare intenti persecutori diretti e personali nei confronti del richiedente”. La decisione era definitiva, non impugnabile. Il diritto d’asilo politico gli era stato negato ma non era previsto alcuno meccanismo coercitivo di accompagnamento alla frontiera. Poteva rimanere in Italia sebbene senz’alcuno status giuridico definito.
Rammaricato, deluso ed incredulo, Jerry pensò solo che era una grande assurdità.
All’uscita dal suo “fermo”, fu portato presso un centro di accoglienza per stranieri, la Tenda di Abramo. La struttura faceva capo alla Comunità di Sant’Egidio, un’importante organizzazione d’ispirazione ecclesiale attiva nella promozione della pace nel mondo. Avevano da poco completato i lavori di ristrutturazione di una vecchia palazzina di tre piani ubicata in via Veneziani, a pochissima distanza da Santa Maria delle Trasvetere, nel cuore di Roma. Da lì a poco, la Tenda di Abramo sarebbe stata inaugurata ufficialmente in presenza di Desmond Tutu, il celebre arcivescovo anglicano di Johannesburg che Jerry fu commosso d’incontrare così lontano da casa. Due uomini, due percorsi di vita, un unico denominatore: il dolore per il loro dilaniato paese. In casa c’erano già ospitate altre persone, tutte straniere, di svariate nazionalità per lo più africane: marocchini, tunisini, etiopi, sudanesi, eritrei. Accolsero Jerry con estrema affabilità in mezzo a loro.
Non avendo nulla da fare poiché gli era difficile trovare un’occupazione stabile a causa del suo status d’irregolare cioè sprovvisto del prezioso permesso di soggiorno, Jerry s’impegnò nell’apprendimento della lingua di Dante. In pochissimo tempo, riusciva ad esprimersi, sebbene a stento, in italiano. Talvolta gli capitava di fare qualche lavoretto sporadico come aiutante muratore presso qualche cantiere edile oppure scaricatore di merci al mercato ortofrutticolo. I pochi quattrini che guadagnava venivano mandati subito, con vaglia postale, alla compagna ed ai due figli. Viveva per loro. Desiderava tanto riabbracciarli. Si scrivevano spesso.
Con l’arrivo dell’estate, la possibilità di trovare le solite saltuarie occupazioni divenne ancor più scarsa. Sembrava che la Città Eterna si fosse fermata all’improvviso dopo essersi svuotata di suoi abitanti. Si respirava l’aria delle vacanze. Ora Jerry doveva accontentarsi soltanto del piccolo sussidio che gli erogava l’ACNUR.
Fu allora che venne a sapere dai compagni della Tenda di Abramo che intendevano recarsi nei pressi di Napoli per la raccolta del pomodoro, in un posto che si chiamava Villa Literno. Alcuni c’erano stati l’anno precedente e dicevano di aver guadagnato un po’ di soldi lavorando sodo nei campi. Jerry manifestò subito il suo interessamento per la prospettiva: non voleva altro che lavorare. Insistettero nel fargli capire che la sistemazione da quelli parti era semplicemente inesistente. Nulla da fare, Jerry voleva unirsi a loro. Era anche incuriosito di andare a visitare l’ enigmatica metropoli partenopea che conosceva solo attraverso la quotidiana cronaca nera, ampliata dai media e che gli pareva inversamente proporzionale alla fama della locale squadra di calcio che contava tra le sue file l’incantevole Diego Armando Maradona. Si preparò freneticamente, portando con sé pochissime cose utili.
Villa Literno: una piccola cittadina immersa nella campagna in cui lavoravano dall’alba al tramonto migliaia di stranieri, per lo più neri, impegnati nella raccolta di quel “oro rosso” che aveva reso il paese famoso in tutta la regione. Col suo milione di quintali di pomodori l’anno, Villa Literno era diventata un gigante dell’economia agricola del Mezzogiorno. L’estenuante fatica di raccolta di una tale produzione veniva pagata mille lire a cassetta, quel contenitore che era stato eretto ad unità di misura della prestanza fisica dei poveri lavoratori.
Ogni giorno, Jerry si buttava corpo ed anima nel lavoro dopo che qualche proprietario di campo fosse venuto a prenderlo, insieme ad altri disgraziati, prima ancora che sorgessero i primi raggi di sole, al quadrivio del paese che era il punto di raduno del silenzioso esercito di braccianti stranieri in circa di occupazione alla giornata. I liternesi avevano sarcasticamente battezzato quel luogo la “piazza degli schiavi”.
Jerry non risparmiava le proprie forze sebbene il corrispettivo fosse ridicolo. Talvolta era capitato che il padrone- proprietario di qualche campo sparisse dopo che la compagine avesse finito di raccogliere i pomodori, senza preoccuparsi di pagare i dovuti emolumenti ai ragazzi che non potevano nemmeno sporgere denunzia dell’accaduto alle opportune sedi, per paura di esporsi a qualche guaio in quanto in molti erano senza permesso di soggiorno.
Jerry aveva dovuto accontentarsi di alloggiare in una rudimentale stamberga, con dei semplici cartoni stesi sul ruvido pavimento che fungevano da letti. Senza luce né servizi igienici. Alcuni ragazzi dormivano su brandine arrugginite sui cigli delle strade, altri ancora si riparavano in accartocciati rottami di macchine. Una condizione disumana, peggiore per certi aspetti di quella che aveva lasciato in Sud Africa. Villa Literno era ad anni- luce di quanto avesse pessimisticamente immaginato nella peggiore delle ipotesi. Benché frustrato dalla tremenda realtà, non mollò fino alla fine della stagione di raccolta che durò due mesi. Due lunghi mesi che gli parvero un’eternità. Stremato e stordito, con la magra consolazione delle poche lire che aveva guadagnato, se ne tornò a Roma presso la sua casa- alloggio di via Veneziani.

Jerry aveva mantenuto uno stretto rapporto con la sede italiana dell’ACNUR che seguiva con attenzione il suo caso. Di fronte al rifiuto categorico del governo italiano di concedergli l’asilo, si era pensato di trasferirlo in qualche altro paese magari più disponibile. Vari stati erano sollecitati al riguardo. Il governo canadese, attraverso la sua rappresentanza diplomatica romana, aveva dato la propria disponibilità ad accogliere il sud- africano. Tuttavia c’era una serie di adempimenti burocratici da sbrigare prima che si concretizzasse l’opzione nord- americana. La prospettiva affascinava Masslo, convinto com’era che le sue vicissitudini fossero vicine alla loro fine. Era ancor più entusiasta e sereno all’idea che avrebbe potuto ricongiungersi con la sua famiglia una volta installato oltre atlantico, com’era specificato sull’apposito modulo che aveva compilato ed inoltrato presso l’ambasciata del Canada.
Talvolta, per rompere con la subdola monotonia della sua vita romana, andava in giro, alla scoperta dell’antico e straordinario patrimonio artistico capitolino.
Stava tra questo stato di ansia per la partenza prossima verso il Canada e la trepidazione per la delicata situazione creatasi al Cremlino quando giunse di nuovo l’estate. E con essa, l’inizio imminente della stagione pomodoristica a Villa Literno. Non avrebbe voluto ritornarci, ma quale alternativa poteva mettere in campo? Villa Literno oppure la totale oziosità di Roma.
Col solito gruppo di amici della Tenda di Abramo, acquistò un biglietto dell’inter-regionale e sbarcò per la seconda volta nel paesino campano.
La mattina successiva al suo arrivo, quando Jerry si recò al “quadrivio del bracciantato”, notò che c’erano molte più persone dell’anno precedente. C’erano tanti nuovi che volevano lavorare. I tratti somatici e le intonazioni linguistiche dei nuovi arrivati indicavano che erano arabi, venuti dal Maghreb.
Quando arrivarono i vigliacchi caporali, quegli intermediari che reclutavano la manodopera per conto dei padroni- proprietari dei campi, incassando una tangente su ogni lavoratore , notò che si discuteva febbrilmente del corrispettivo da pagare a cassetta: il prezzo della prestazione era passato da 1000 a 800 lire. L’implacabile logica di mercato aveva fatto crollare la tariffa per causa dell’eccessiva offerta di manodopera.
Dovette accettare quella misera tariffa, addolorato per la vergognosa speculazione che si faceva sul sudore di quelle migliaia di poveracci che non avevano altra scelta.
Col passare dei giorni, Masslo notava che Villa Literno era sempre più insofferente per la presenza di tanti stranieri. Era scoppiata una rissa con gli abitanti quando alcuni dei neo- arrivati nord- africani, non avendo alcun posto per ripararsi, avevano occupato i loculi vuoti del cimitero locale. La popolazione si era inferocita. Una raccolta di firme era stata lanciata: dovevano andare via gli stranieri. La situazione era sempre più tesa. Persino alcuni esercizi commerciali erano ormai “Off Limits” agli sgraditi stranieri. Si diceva che erano quasi tutti malati di AIDS e di chissà di quale altra micidiale patologia tropicale che potesse sterminare l’intero paese.
Jerry aveva sentito dire che l’amministrazione cittadina, retta da un’anomala giunta DC- PCI, aveva voluto organizzare una serie di servizi decenti per gli immigrati, ma non aveva potuto attuare l’iniziativa. Erano sorte virulenti polemiche all’interno della stessa giunta. In molti si erano dichiarati contrari a qualsiasi intervento mirato a migliorare la condizione degli stranieri.
Per ricevere qualche attenzione di tipo medico od altro, Jerry doveva recarsi a piedi a Castel Volturno, sulla Domiziana, distante di 9 chilometri, ove erano attivamente presenti alcuni gruppi parrocchiali stimolati nel servizio ai “fratelli di colore” dal clero locale che aveva organizzato il Centro Immigrati Campania- Caritas ( oggi “Centro Fernandes”).
Intanto nelle barracche- alloggi dei lavoratori stranieri, si era preso coscienza della grave situazione di sfruttamento che prevaleva. Si moltiplicavano i conciliaboli e le riunioni. Jerry vi partecipava attivamente. I braccinati volevano che fossero rispettati alcuni loro diritti fondamentali: giusta retribuzione, tutela della salute, copertura assicurativa. Si erano appellati al sindacato. Ma le resistenze erano forti. Il dialogo col padronato si era inceppato.
Gli episodi d’intolleranza e di violenza si moltiplicavano. Dopo il lavoro, Jerry e Cie non potevano nemmeno passeggiare, per timore che venissero malmenati da alcuni ragazzi del paese che avevano organizzato dei veri squadroni a mo’ Ku Klux Klan mirati a terrorizzarli e costringerli ad andare via. Gli episodi di pestaggi erano frequenti.
La pietosa sorte dei braccianti di colore aveva finito con l’attirare l’attenzione dei media. Con la caparbietà ed il protagonismo che lo caratterizzavano, Jerry non mancava un’occasione per dire la sua. Dinanzi alla telecamera del TG2, espresse la propria amarezza riguardo le vicissitudini patite da quando era arrivato nella penisola, nonché la sua ansia per l’esplosiva situazione di Villa Literno:“ […] Pensavo di trovar in Italia uno spazio di vita, una ventata di civiltà, un’accoglienza che mi permettesse di vivere in pace e di coltivare il sogno di un domani senza barriere né pregiudizi. Invece sono deluso. Avere la pelle nera in questo paese è un limite alla convivenza civile. Il razzismo è anche qui: è fatto di prepotenze, di soprusi, di violenze quotidiane con chi non chiede altro che solidarietà e rispetto. Noi del terzo mondo stiamo contribuendo allo sviluppo del vostro paese, ma sembra che ciò non abbia alcun peso. Prima o poi qualcuno di noi verrà ammazzato ed allora ci si accorgerà che esistiamo”. Parole di drammatico contenuto profetico.
Malgrado quel atmosfera surriscaldata, la campagna agricola andava avanti. Rimanevano pochissimi giorni alla sua fine.
Jerry si era impegnato nel duro lavoro quanto più aveva potuto. Quella sera del 23 agosto 1989, si era ritirato nel capannone per attrezzi di via Gallinelle che condivideva con altri 28 suoi compagni. Avevano trascorso un momento insieme, tra una frugale pietanza fredda ed una chiacchierata sull’andamento della giornata. Allorché si preparavano a sdraiarsi sui loro ruvidi cartoni per la nottata, un gruppo di sei ragazzi fece irruzione. Avevano il volto coperto da passamontagna ed erano muniti di mazze ed altre armi che s’intravedevano nella penombra. Intimarono che venissero consegnati loro i soldi guadagnati nei campi. Nessuno ottemperò. Ci fu un po’ d’agitazione, volavano parole indecenti, cominciò una collutazione. Fu allora che uno dei balordi colpì alla testa, col calcio della pistola, lo sprovveduto Ayuel Bol Yansen, un sudanese di 29 anni. In quello stesso istante, Jerry si affacciò per capire cosa stesse succedendo. Impazzito, uno dei rapinatori gli sparò tre colpi con la pistola calibro 7,65 che impugnava. Jerry cadde a terra, rantolando e chiedendo aiuto. Lottava contro la morte, disteso in una pozza di sangue. Altri due braccianti furono feriti, ma in modo lieve. Il trambusto degli spari ed il fuggi- fuggi generale che seguì fecero accorrere gli altri ragazzi che dormivano sotto il muro di cinta del terreno dove si trovava la casupola. I balordi scapparono, spaventati dalla prevedibile reazione degli inferociti stranieri. Per il povero Masslo non ci fu più nulla da fare.
La notizia dell’assassinio si sparse come una macchia d’olio. I giornali di tutta Italia vi dedicarono la loro prima pagina: Villa Literno, raid di morte alla Ku Klux Klan: sette incappucciati sparano sui neri ( Il Mattino), Squadroni del razzismo ( Paese Sera), Un omicidio due volte razzista (Il Giorno).
La notizia suscitò clamore nell’intera penisola. Villa Literno stava sotto le luci della ribalta. L’Italia si scopriva razzista. Per lavare l’offesa si optò per l’organizzazione d’un solenne funerale fissato il 28 agosto 1989.
Alla funzione funebre che si svolse nella chiesa dell’Assunta, accorse una folla densa: bianchi e neri, donne ed uomini, cristiani e non, partiti ed associazioni. Alle prime file, c’erano molti rappresentanti delle istituzioni tra i quali Ottaviano del Turco, Segretario Generale Aggiunto della CGIL, l’Euro- parlamentare nera Dacia Valent e Claudio Martelli, Vice- Presidente del Consiglio. La cerimonia, trasmessa in diretta dal TG2, prese ben presto la piaga d’un rito di purificazione della coscienza. Sembrava che Villa Literno e l’Italia intera non metabolizzassero quella cattiva pubblicità di covo razzista che le era stata incollata addosso. Fu letto il messaggio di cordoglio del Pontefice per chi Jerry Masslo era una “vittima dell’intolleranza”. Un esponente della chiesa locale sostenne che quel assassinio non poteva essere bollato di deliberato atto di razzismo ma bensì una “sventurata ragazzata, un maledetto episodio di comune violenza”. Parole che suscitarono un nutrito applauso tra la folla. Villa Literno e l’Italia volevano riconciliarsi con sé stesse e con la comunità straniera del paese.
Jerry Essan Masslo fu sepolto in una tomba anonima del cimitero comunale non senza aver ricevuto l’ultimo omaggio resogli dai suoi compagni di sfortuna nel corso d’un rito etnico che si svolse al quadrivio- “piazza – degli- schiavi”.

Nell’ondata emotiva provocata dalla tragica morte di Jerry Masslo, nacque un grande movimento di solidarietà con gli immigrati. Furono organizzati dibattiti e confronti pubblici sul tema dell’immigrazione. Sorse la rete associativa nazionale “Nero e Non Solo”. Era come se l’Italia si accorgesse per la prima volta della presenza di stranieri sul suo suolo.
Poco più di un mese dopo la scomparsa di Masslo, ebbe luogo a Roma la più grande manifestazione antirazzista mai organizzata in Italia. Vi parteciparono oltre 200.0000 persone, italiani e stranieri.
In Terra di Lavoro, un gruppo di medici laici guidati dal giovane chirurgo Renato Natale decise di costituire un’associazione di volontariato medico- sociale intitolata a Jerry Masslo con l’obiettivo di garantire l’assistenza sanitaria alle migliaia di stranieri presenti nel casertano.
Il governo varò in tempi record il decreto- legge 416 recante norme sulla condizione dello straniero: la legge Martelli. Nel suo articolo 3 riconobbe “agli stranieri extraeuropei sotto mandato dell’ACNUR lo status di rifugiato”. Cessò la “limitazione geografica” per i richiedenti asilo politico. Furono riconosciuti e garantiti i diritti dei lavoratori stranieri.
La morte di Jerry Essan Masslo aveva segnato l’inizio d’una nuova stagione della convivenza multi- etnica in Italia.

 

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