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La “camorra emergente” di Ponticelli pronta a prendere il posto dei De Micco

di / 0 Commenti / 2699 Visite / 3 dicembre, 2017

wp_20160607_17_26_12_proNon sembrava possibile  al clan che, silenziosamente e faticosamente, stava nascendo a Ponticelli che proprio dallo Stato, il nemico giurato di tutti i camorristi, giungesse la mano più concreta: lo scorso 28 novembre, sono state arrestate 23 figure di spessore del clan De Micco, l’organizzazione che da diversi anni detiene lo scettro del potere camorristico nel quartiere. Un evento che ha di fatto inferto un duro colpo al “clan da scalzare” per i nuovi interpreti della camorra ponticellese.

E, così, le forze dell’ordine non hanno fatto in tempo a ridimensionare le velleità di un clan che subito si sono trovati costretti a fare i conti con una nuova organizzazione, pronta a prenderne il posto, disseminando spari, imposizioni e terrore.

Nella notte tra il 28 e il 29 novembre, quindi poche ore dopo l’arresto dei 23 affiliati al “clan dei tatuati”, una scorribanda armata in sella a potenti scooter ha fatto irruzione nel Rione De Gasperi, ex roccaforte del clan Sarno che attualmente accoglie diverse piazze di droga che fanno del quartiere una delle zone più battute dai tossicodipendenti napoletani. Diversi colpi di pistola esplosi contro il cancello dell’isolato 3, proprio il palazzo che accoglie “la piazza più vecchia”, una di quelle insorte successivamente al declino del clan Sarno che proprio tra i palazzi di edilizia popolare edificati nel secondo dopoguerra radicò la sua roccaforte.

I gestori delle piazze di droga del Rione De Gasperi pagavano regolarmente il pizzo ai De Micco, circa 5.000 euro al mese, eccezion fatta per il periodo in cui il capopiazza dell’isolato 2 si trovava in regime detentivo e, come “vuole la tradizione”, la famiglia fu sollevata da quest’onere, ed era Umberto Sermone – arrestato lo scorso 19 dicembre nell’ambito di un blitz antidroga – ad occuparsi di tutto, seppure già si trovasse agli arresti domiciliari per spacci odi stupefacenti. Parenti di collaboratori di giustizia del clan Sarno, non entrati nel piano di protezione scattato in seguito al vortice di omicidi compiuti proprio ai danni dei congiunti dell’ex clan del rione, in seguito alle condanne per la strage del bar Sayonara, e rimasti a Ponticelli per alimentare le casse della malavita: tanto basta, in una terra di camorra, per conquistare l’immunità.

Adesso, però, è saltato quell’equilibrio conquistato faticosamente dai De Micco, a suon di agguati ed efferate azioni criminali, nel quale anche le altre figure legata alla malavita avevano trovato una collocazione, e si stanno già delineando nuove dinamiche camorristiche.

I protagonisti della “camorra emergente” sono loro: i giovani, persi e disperati, cresciuti con una ferita nel cuore inferta proprio dalla camorra. Un padre, un fratello, un amico uccisi, senza motivo o per saldare quel genere di torto o debito che merita di essere ripagato con la stessa moneta. La vendetta è senza dubbio il sentimento che più di ogni altro, motiva ed alimenta le gesta, i piani e le intenzioni di quella che, in prima battuta, sembrava un’ambizione velleitaria, ma che, adesso, sta prendendo materialmente forma, assumendo le caratteristiche di un vero e proprio clan.

I Minichini-Schisa e Mammoliti-Baldassarre: cognomi “pesanti” in termini di camorra, non solo a Ponticelli. In particolare, i Minichini-Schisa, sodalizio criminale nato proprio nel Rione De Gasperi, per un periodo di tempo si è stabilito a Brusciano, forte della protezione che gli derivava dalla “simpatia” con il clan Mascitelli, operante in quella zona del vesuviano.

I De Micco avevano carpito la minaccia che rischiava di insidiare l’egemonia del clan e pianificarono due agguati, poi falliti, ai danni di Michele Minichini, affiliato ai De Luca Bossa, e a Bruno Mascitelli, ex uomo dei Sarno che stava organizzando un gruppo autonomo nei comuni vicini a Ponticelli.

Grazie alla collaborazione di Rocco Capasso, ex affiliato al clan De Micco, è stato possibile ricostruire anche questi due sventati agguati, oltre a quello che costò la vita al ras della droga del Lotto O, Salvatore Solla.

“O nord o sud, scendiamo, ok”: questo il messaggio in codice che “la mente” del clan, Luigi De Micco, inviò al killer del clan, nonché suo braccio destro, Antonio De Martino, l’unico con il quale condivideva tutto, vacanze e contatti, così che, all’occorrenza, potesse essere l’unico in grado di prendere il suo posto al vertice del clan.

Un fitto scambio di sms che, oltre a De Micco e De Martino, coinvolse anche Davide Principe e l’ormai collaboratore di giustizia Rocco Capasso, nel quale si pianificava un agguato volto ad uccidere proprio il 27enne Michele Minichini, residente in via Figurelle, nel vicino quartiere Barra.

Rocco Capasso, tramite sms, viene incaricato di fornire l’auto e tutto l’occorrente per compiere l’agguato e viene sollecitato a sbrigarsi. Coinvolti nell’agguato stroncato sul nascere, anche Nicola Pizzo – che indicò a Davide Principe la presenza o meno della vittima designata sul luogo indicato per compiere l’agguato – e Alessio Esposito.
Invece, il 18 dicembre del 2016, 5 giorni prima dell’omicidio di Salvatore Solla, due reclute del clan De Micco battono il territorio in moto, alla ricerca di Bruno Mascitelli, senza, però, riuscire a trovarlo. Luigi De Micco, in quel frangente, invia un sms ad Antonio De Martino, nel quale gli comunica di tenersi pronto, nel caso in cui “la caccia” dei due sortisse l’effetto sperato, ma, anche in quella circostanza, il piano di morte del clan dei “Bodo”, si conclude con un nulla di fatto.

Probabilmente, consapevole del pericolo che correva stanziando lungo le strade della periferia orientale e forte di una nuova alleanza che stava nata con i Rinaldi, Michele Minichini – che camorristicamente nasce nel Lotto O di Ponticelli – si trasferisce nelle “case Nuove”, una delle zone più calde sul fronte malavitoso alle porte della città di Napoli, decretando, così, uno strano e forse tutt’altro che fortuito “passaggio del testimone”: Raffaele Cepparulo, detto Ultimo, il boss dei Barbudos ucciso nel Lotto O di Ponticelli nel giugno del 2016, era originario delle Case Nuove e proprio in quel contesto aveva esordito sulla scena camorristica partenopea, prima di passare con gli Esposito-Genidoni del Rione Sanità. “Ultimo”, ricercato dai nemici del clan Vastarella, in seguito alla “strage delle Fontanelle”, trovò protezione proprio nella roccaforte dei De Luca Bossa, nel Lotto O di Ponticelli, dove venne ucciso mentre si trovava in un circolo ricreativo di proprietà di Umberto De Luca Bossa, figlio di Antonio, detto “Tonino ‘o sicco”, sanguinario killer dei Sarno che poi ha fondato un clan autonomo, attualmente detenuto al 41 bis.
La granata che Michele Minichini ha tatuato dietro la nuca, non è passata inosservata tra i palazzoni della droga delle Case Nuove e fonti investigative confermano che sarebbe lui il nuovo ras della droga che cura gli interessi del clan Rinaldi in quella sede.

Gruppi nuovi o rifondati, quelli considerati attivi dagli investigatori anticamorra che si occupano della periferia orientale di Napoli, ma con situazioni interne molto diverse.

“La stesa” avvenuta nel Rione De Gasperi di Ponticelli durante il tardo pomeriggio dello scorso mercoledì 29 novembre, con diversi colpi d’arma da fuoco esplosi all’altezza del ponte della Circumvesuviana, alcuni dei quali si sono conficcati casualmente all’interno di un’abitazione, è stata la replica dei De Micco al raid avvenuto la notte precedente.

Una dimostrazione di forza, voluta per imporre ancora l’autorità dei “Bodo” sulle piazze di spaccio del rione, oltre che un messaggio intimidatorio rivolto al clan emergente del rione De Gasperi che potrebbe approfittare del vuoto di potere generato dai 23 arresti che hanno decimato il clan De Micco, forti anche dell’appoggio di altri gruppi come quelli del Lotto O e dei Rinaldi delle Case Nuove, per l’appunto.

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