Il nuovo modo di leggere Napoli

La storia di Marcella e Saverio: due bambini di 10 e 11 anni, uccisi dalla ‘ndrangheta come due boss

di / 1 Commento / 2107 Visite / 23 febbraio, 2018

1762_20140121100950Laurana di Borrello (Reggio Calabria), 23 febbraio 1989 – Marcella Tassone è una bambina di 10 anni, uccisa barbaramente dalla ‘ndrangheta, con otto colpi di pistola. Il reale obiettivo della missione punitiva mortale era il fratello Alfonso, 20 anni, militare in licenza di convalescenza.

Alfonso Tassone era diffidato di ps e forse era rimasto implicato in qualche modo nell’omicidio di tre persone, una delle quali un marocchino, a Gioia Tauro il 9 settembre del 1988. Sospettato e arrestato, dopo una decina di giorni venne però scarcerato. Gli assassini quel mercoledì sera conoscevano in anticipo i movimenti del giovane: hanno atteso il passaggio dell’Alfetta a 300 metri dall’inizio del paese, in contrada «Mulino Vecchio», dove una stretta curva costringe l’automobilita a rallentare. Un killer ha aperto il fuoco da un terrapieno ai margini della strada con un fucile ed Alfonso, raggiunto dai pallettoni, ha perso il controllo del mezzo. L’auto ha proseguito la sua corsa sbandando e andando a urtare una quindicina di metri più avanti contro un muro. Per i sicari è stato facile avvicinarsi e concludere la missione di morte. Marcella Tassone non è stata uccisa da proiettili vaganti, ma i killer le hanno puntato la pistola contro prima di sparare, perché poteva diventare un testimone scomodo di quell’agguato.

Vibo Valentia, 23 febbraio 1990 – Saverio Purita, un bambino di 11 anni, quel giorno scompare. Quando verrà ritrovato, si scoprirà che è stato ucciso come il peggiore dei boss.
Il ritrovamento avviene dopo quattro giorni in una pineta tra Vibo Valentia e Lamezia, la testa immersa nella sabbia e il corpo semicarbonizzato.
Difficile non pensare alla sorte che era toccata al padre del ragazzo. Nicola Purita era partito da Vibo alla volta di Milano, dove era diventato un facoltoso imprenditore edile, prima di venire coinvolto in diverse inchieste di mafia. Al suo rientro a Vibo, nell’ottobre ’82, era stato ucciso con un colpo di pistola alla testa, poi dato alle fiamme insieme a una Mercedes abbandonata.
All’inizio l’ipotesi seguita è quella di un tentativo di violenza da parte di un maniaco. Una pista destinata subito a cadere: il corpo del ragazzo non presenta segni di violenza. Si scopre che il bambino undicenne più volte è uscito da scuola in anticipo: le richieste con la firma falsa della madre sono state trovate nel suo diario.

Un Commento

Il tuo commento

Email (non sarà pubblicata)