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L’appello di una donna che ha subito violenze domestiche per 40 anni: “denunciare è l’unica salvezza”

di / 0 Commenti / 181 Visite / 18 agosto, 2018

7dbda666-2ddd-457c-ab2f-5404dd86c909_large L’ennesimo caso di violenza domestica, balzato agli onori della cronaca di recente e che – secondo quanto riportato dall’Ansa – narra la storia di una donna che ha subito continui e reiterati maltrattamenti domestici.

Uno dei tanti pestaggi subiti le ha procurato la rottura del timpano e la conseguente perdita dell’udito. La minacciava, di morte e di sottrarle i suoi figli.

Questo è quanto subito da una donna di 35 anni di Napoli che ha avuto il coraggio di raccontare i maltrattamenti subiti ai sanitari dell’ospedale Cardarelli e agli agenti dell’Unità operativa per la tutela delle emergenze sociali e dei minori della Polizia Locale del Comune di Napoli.

Proprio la rottura del timpano ha funto da punto di non ritorno per la donna che ha deciso di ribellarsi a quelle violenze continue, quindi si è rivolta ai medici del Cardarelli ed ha iniziato a raccontare il suo passato segnato da violenze, ingiurie e gelosie da parte di un uomo aggressivo che la teneva in stato di soggezione minacciandola di morte e di sottrarle i tre figli, da sempre spettatori delle scenate familiari.
Insieme ai bimbi più piccoli di 5 e 10 anni la donna è stata accolta in una struttura protetta dove sarà curata e assistita anche psicologicamente; l’uomo è stato denunciato alla magistratura per i reati di lesioni personali e maltrattamenti in famiglia.

Una vicenda che ha rigettato un’anziana donna napoletana nel vortice di violenze che per 40 anni ha subito in silenzio: “erano altri tempi”. Esordisce così nel raccontare il calvario con il quale ha imparato a convivere per una vita intera, spiegando che in passato certe vergogne andavano segregate tra le mura domestiche e che per una donna era pericoloso e perfino controproducente denunciare pubblicamente questo genere di violenze, così come lo era mostrare i segni di quei “momenti di intimità” in pubblico.

“La gente poteva pensare che eri una poco di buono e tuo marito per metterti in riga doveva alzare le mani. Gli uomini vengono  sempre giustificati e la società è sempre pronta a puntare il dito contro le donne.”

Un calvario iniziato subito dopo il matrimonio, giunto dopo un breve fidanzamento: “ai miei tempi, il fidanzamento non dava l’opportunità di conoscersi meglio. Non era nemmeno concepibile la convivenza, decidevano tutto le famiglie e una figlia femmina andava assolutamente sistemata. Subito dopo il matrimonio, quell’uomo che mi era parso sempre gentile, seppure di poche parole, si è trasformato in un mostro. Mi ha fatto abortire due volte, a suon di calci. Nemmeno davanti al sangue del suo sangue che portavo in grembo sapeva frenare quell’odio che lo accecava.

Iniziò per futili motivi di gelosia, perché sentendomi salire le scale, mi aveva sentito dire “buongiorno” a un inquilino del palazzo, perché non voleva che mettessi nemmeno un filo di rossetto e giudicava i miei abiti troppo “osè”, seppure si trattasse di vestiti quasi monacali. Qualche schiaffo, qualche strattonata. All’inizio non avevo il sentore di quello che avrei vissuto per il resto della mia vita, forse per questo ho preso la situazione alla leggera. Di giorno in giorno, le cose sono andate sempre peggio: mi picchiava se cucinavo qualcosa che non aveva voglia di mangiare, se apparecchiavo la tavola in un modo che non gli piaceva, se non avevo stirato bene i suoi abiti o se, a suo dire, la casa non era ben pulita.

Dopo i due aborti, quando sono rimasta incinta, mi sono trasferita da mia madre che credo abbia sempre saputo e capito cosa accadesse tra le mura della mia casa, ma non ha mai affrontato l’argomento. Durante il periodo in cui ero da mia madre, mio marito era gentile e premuroso, poi mi resi conto che era una tattica per farmi tornare a casa. Così ho alternato gravidanze e percosse per dare alla luce tre figli, una femmina e due maschi. Le uniche ragioni per le quali ho lottato per sopravvivere.

Dopo il terzo figlio, abbiamo iniziato ad affrontare un periodo di difficoltà economica, spesso veniva richiamato sul posto di lavoro e di conseguenza tornava a casa furioso. Tante volte ha cercato di aggredire i nostri figli, ma l’ho sempre impedito, facendogli da scudo con il mio corpo, talmente tumefatto di lividi che non sentivo neanche più il dolore.

Poi ha iniziato a bere e a giocare, sperperando il denaro che guadagnava, probabilmente anche andando con altre donne. Alle percosse si è aggiunta la paura di non poter sfamare i miei figli che ormai andavano tutti a scuola e allora mi trovai un impiego in una piccola sartoria. Lavoravo solo di mattina, mentre loro erano a scuola e, se potevo, mi accaparravo qualche aggiusto agli abiti di amici e conoscenti, in modo che potessi lavorare anche a casa.

Imparai a nascondere il denaro che guadagnavo, perché in più di una circostanza, dopo avermele date di santa ragione, se ne appropriava per andare a sperperarlo.

Nonostante vivessi l’inferno in terra, ho sempre fatto in modo che i miei figli vedessero in lui un buon padre e che non provassero mai a mettersi in mezzo quando discutevamo.

Poi si è ammalato e l’ho accudito fino all’ultimo respiro. Anche quando era inchiodato in un letto con la consapevolezza che stava per andarsene, non mi ha mai rivolto un sorriso o una frase gentile. Forse perché, per certi uomini, questo vuol dire essere un buon marito.

Guardandomi indietro, adesso che ho 61 anni, dopo aver trascorso 40 anni accanto ad un uomo che mi ha amato picchiandomi tutti i giorni, fino a quando aveva la forza nelle braccia per infliggermi un altro colpo, pensavo che questo fosse il matrimonio.

Sono vedova da due anni e nel tempo che ho vissuto senza lui ho scoperto cosa vuol dire vivere, anche se le ferite, si fisiche che morali che mi porto dentro, so che non guariranno mai più.

Rimpiango il tempo sprecato per assecondare una mentalità bigotta e per aver avuto paura di affrontare i giudizi della gente: avrei dovuto fare le valigie e andar via con i miei figli, iniziando una vita lontano da lui.

Nessuna donna merita di vivere in un incubo come quello che ho subito io per tutta la vita, per questo dico alle donne vittime di compagni, fidanzati e mariti violenti di denunciare subito alle forze dell’ordine i maltrattamenti. La violenza è una malattia dalla quale non si guarisce. Nessuna donna può guarire un uomo violento, nessuna donna merita di vivergli accanto.”

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