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L’inquietante scoperta che emerge dai fondali della Calabria

di / 1 Commento / 2554 Visite / 27 dicembre, 2014

6c33d4cadbeb882a34f2e25326045e34_LUna scoperta inquietante che proietta l’immaginario verso scenari sconfortanti.

Nelle scorse settimane e per due pescate di seguito, infatti, al largo di Campora San Giovanni, frazione del comune di Amantea, in provincia di Cosenza, alcuni pescatori locali hanno catturato quattordici esemplari di tonnetti “alletterati” – una delle specie di tonno più diffuse nel Mediterraneo, la cui peculiarità è da riscontrare nella colorazione azzurro-bluastra sul dorso – che esibivano una malformazione alla colonna vertebrale.

A destare preoccupazione, soprattutto, la circostanza della ripetitività delle catture nella stessa zona. I pescatori amatoriali, infatti, allarmati dalla strana conformazione dei primi 12 tonnetti catturati, sono ritornati nei pressi dello specchio d’acqua – nelle vicinanze porto della popolosa frazione di Amantea – dove avevano abboccato i pesci e lì ne hanno raccolto altri due rilevando, ancora, la stessa anomalia. Una vicenda più che allarmante e macabra, quella che emerge grazie alla denuncia de “Il Corriere della Calabria”, alla luce di un’altra storia simile segnalata dal medesimo giornale lo scorso anno, quando a settembre del 2013 altri pescatori amatoriali catturarono – non lontano dalla costa di Fiumefreddo Bruzio e dunque a pochi chilometri di distanza da Campora – altri esemplari sempre della stessa specie e con l’identica malformazione scheletrica: la spina dorsale bifida.

In quell’occasione un laboratorio privato, su incarico del biologo marino Silvio Greco, svolse delle approfondite analisi sui campioni di lisca di due dei quattro pesci catturati ed emerse un aspetto decisamente inquietante: i resti degli animali esaminati erano contaminati da metalli pesanti e da Idrocarburi policiclici aromatici (Ipa).

Proprio quest’ultima sostanza – ritenuta pericolosi per gli effetti sulla salute dell’uomo – presentava un valore più alto della norma.

Inoltre, dalle medesime analisi emerse anche che nelle lische dei tonnetti erano presenti parametri al di sopra della norma di tre policlorobifenili (Pcb). Composti organici considerati altamente nocivi per gli esseri umani visto che alcuni studi scientifici ne delineano l’elevato nesso di causalità con la contrazione di malattie tumorali.

Tutti aspetti che, alla luce delle identiche anomalie anatomiche che presentano gli esemplari catturati, lasciano facilmente ipotizzare che anche questi siano tonnetti contaminati dalle medesime sostanze chimiche.

Un’ipotesi che – se dovesse essere supportata da dettagliate analisi sui pesci catturati a largo delle coste amanteane – solleverebbe con maggiore insistenza l’allarme di una possibile contaminazione lungo il Tirreno cosentino.

La concomitanza delle catture nella stessa zona, la ripetitività almeno negli ultimi due anni e la giovane età degli esemplari: elementi che lasciano completamente aperta l’ipotesi dell’esistenza di un focolaio di contaminazione proprio in territorio calabro.

 

“Una notizia che non fa notizia” e che, invece, apre uno scenario fin qui, forse, non a caso, tralasciato. L’attenzione dei media e della gente comune in materia di ecomafie è incentrata sulla terraferma, eppure, in effetti, il mantello di discrezione naturalmente offerto dal mare, senz’altro potrebbe essere stato parimenti utilizzato per smaltire rifiuti tossici.

Un Commento

  1. La preoccupazione di noi cittadini è quanto questo inquinamento possa andare ad incidere sulla nostra salute . Da un documento ufficiale prodotto dal Comitato Nazionale per la Biosicurezza e le Biotecnologie del Consiglio dei Ministri Roma viene chiaramente spiegato come l’esposizione costante , ripetuta e prolungata a sostanze inquinanti dalla lunga emivita, quali interferenti endocrini e metalli pesanti, generano fenomeni di bioaccumolo e biomagnificenza in catene alimentari complesse e cio’ dovuto a pratiche/abitudini antropiche dell’uomo. Quindi, anche in presenza di concentrazioni limitate di biomolecole contaminanti e senza immediati rischi identificabili, le loro concentrazioni mosaico possono essere pericolose sia per l’ambiente che per l’uomo. Questa considerazione va ben oltre il semplice valore di “dose sicura” che viene spesso esaminata negli studi acuti in cui si valutano esclusivamente i valori singoli di sostanze presenti in un campione. Allora io mi chiedo come mai non si persiste ancora nel percorrere la via di uno screening biologico sulla popolazione per valutare gli eventuali effetti da questa oramai ventennale esposizione ? Cio’ andrebbe da un lato a ridurre i costi di complesse ed oramai inutili indagini solo strumentali e darebbe ai cittadini la certezza di poter continuare a godere di ottima salute.

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