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Teresa Buonocore: una storia d’amore e giustizia

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
13 Gennaio, 2015
in In evidenza, News
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Teresa Buonocore: una storia d’amore e giustizia
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La storia di Teresa Buonocore è una storia d’amore, nonostante racconti tutti i crismi di una tragedia, il paradosso tutto umano per cui alla verità risponde la violenza.

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La storia di Teresa Buonocore è una storia d’onore, di quello vero, che nulla ha a che fare con la surreale, blasfema auto-attribuzione di orgoglio che prevede la morte come contrappeso all’offesa in un sistema puramente camorristico.

Aveva 51 anni quando l’hanno strappata alla vita. Il 20 settembre del 2010 due moto hanno affiancato la sua auto e hanno sparato quattro colpi calibro 9. Niente meno e niente più di un regolamento di conti.

Perché è  morta Teresa? Perché ha osato difendere e proteggere sua figlia e, in senso lato, il concetto intero di infanzia, dalla più infame delle violenze. Quella che penetra l’anima, ancor prima della carne, quella che costringe una bambina di otto anni a subire l’indicibile.

Violenza sessuale. Così, si chiama. Teresa Buonocore ha la colpa di aver trascinato sua figlia lontano dal mostro che le ha avvelenato la vita, la colpa di aver chiesto giustizia.

Denuncia Enrico Perillo, geometra di Portici, sposato con un medico del Policlinico, una di quelle famiglie bene di Napoli, fiore all’occhiello di una società spogliata da ogni credibilità. Il vicino di casa.

Enrico è un ossessionato della pedopornografia con un archivio da horror depositato sul suo pc. Passa molto tempo in casa da solo con le bambine e frequenta ragazzi molto lontani dalla Napoli Bene, palcoscenico di cui tanto si è fatto scudo, con i quali condivide la passione per le armi. Teresa scopre e denuncia tutto, diventando il testimone chiave in un processo che condurrà alla condanna del pedofilo. 15 anni di carcere.

Da quel momento in poi la donna e le sue bambine subiscono una serie di intimidazioni da parte di Perillo e della sua famiglia: non solo minacce verbali ma una vera escalation di violenze che non si placano davanti a niente, arrivando addirittura a bruciare la porta di casa dell’avvocato che segue la donna.

Ma Teresa non si ferma, Teresa non ha pace, Teresa non ha paura e se ne ha,  ha comunque fiducia, e la fiducia è più forte. La consapevolezza di aver fatto la cosa giusta, di aver imparato ed insegnato che l’unico, inutile, merito del silenzio è l’oblio, la obbliga a non arrendersi. Non smette di essere quella che è, nè di dire quello che sa, fino alla mattina del 20 settembre 2010.

Pare che  uno dei due killer abbia avuto un attimo di esitazione, ma il suo complice, strappandogli l’arma, lo redarguì a dovere: “Dammi la pistola, che ti insegno a fare l’uomo”, furono le sue parole. Le parole di un vigliacco “onore”, prive del senso della vita. La promessa di morte di Enrico Perillo è stata mantenuta.

La vita di Teresa valeva 10 mila euro, la ricompensa che Enrico aveva promesso ad Alberto Amendola e Giuseppe Avolio, esecutori materiali dell’omicidio, che in poco meno di 48 ore vennero rintracciati dalla polizia e,  interrogati, confessarono. Il Perillo li aveva convocati a casa e aveva ordinato. Chiuderle la bocca e vendicare l’onore. Così è stato, ma niente si è vendicato. L’urlo di giustizia vomitato senza riserve da quella donna, nella vita e nella morte, non è stato inascoltato.

Ieri  la Suprema Corte ha reso definitiva la pena decisa dalla Corte d’ Assise d’Appello di Napoli il 22 maggio 2013  per i due assassini di Teresa, 22 e 18 anni di reclusione, e l’ergastolo per il mandante.

“L’omicidio”, scrive la Cassazione, “era stato programmato ed eseguito come ritorsione verso la donna che con le sue dichiarazioni aveva determinato la condanna di Perillo a 15 anni di reclusione per i reati di violenza sessuale continuata e aggravata in danno di minori”.

Amendola dovrà, inoltre, risarcire l’Ordine degli avvocati di Napoli, costituitosi parte lesa nel processo per le pesanti intimidazioni subite dall’avvocato napoletano Maurizio Capozzo.

Teresa Buonocore, la nostra mamma-coraggio, ha di nuovo dato un senso a tutto quel dolore. Per quanto assurdo sia, quella morte non è andata sprecata, non è stata dimenticata e mai lo sarà. Teresa ha urlato forte, vincendo ogni silenzio, quale è il vero significato della parola onore.

 

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