Il nuovo modo di leggere Napoli

Dedicato a chi… “Trieste capitale del caffè”

di / 2 Commenti / 568 Visite / 24 febbraio, 2015

caffè_2Al mondo, da sempre, esiste il caffè e il caffè alla napoletana o napoletano.

Caffè e Napoli: due parole che, da sempre, camminano a braccetto.

Il caffè di Napoli: uno dei più consumati, rinomati e diffusi luoghi comuni.

Uno di quelli duri a morire. Al pari di: camorra, scippi e raggiri.

Il caffè napoletano, il caffè bevuto a Napoli, il caffè procreato a Napoli s’inebria di un sapore, un profumo e un’accezione di senso unici. Irriproducibili.

“Solo a Napoli”.

E come a Napoli, in nessun’altra città del mondo, nessun altro caffè, non è e non sarà mai in grado di imprimere un orgasmo di piacere per le papille gustative di portata analoga o superiore.

Il caffè a Napoli, il caffè di Napoli è un appuntamento, uno stile di vita, una forma mentis, un’abitudine che si consuma con immutato piacere, mai controvoglia e con puntuale giovialità. È il più semplice ed antico fenomeno socio-culturale capace di generare aggregazione, amicizia, dialogo, apertura, interazione, socializzazione, comunicazione, sorrisi, generosità, disponibilità. In un’antica parola: il caffè è napoletanità.

Il caffè è l’espressione più corposa della napoletanità.

Perché se si chiede a qualsiasi cittadino del mondo qual è la città italiana “capitale del caffè”, la risposta è e sarà sempre e solo una: Napoli.

Anche dopo l’Expo di Milano.

Perché, probabilmente, il resto del mondo ignora che in Italia esiste una cittadina che si chiama Trieste e se si prova a tessere le lodi del “caffè di Trieste” al cospetto di un giapponese o di un eschimese, costoro potrebbero prenderci per matti. Inevitabilmente, giungerebbero a chiedersi: “Ma chi glielo fa fare a questi di stravolgere un connubio spontaneo e vincente che funziona da secoli e che non hanno dovuto nemmeno pubblicizzare sborsando laute somme di denaro, per cercare di inculcare nell’immaginario collettivo un “sodalizio differente” che, per giunta, non sta né in cielo né in terra?”

Come commenterebbe “Trieste capitale del caffè”, il grande Eduardo, affacciato al balcone, mentre è intento a prepararsi la sua “tazzulella e cafè” quotidiana, dialogando con il professore?

Forse partorendo una fragorosa risata, seguita da una sonora pernacchia.

Andrea Illy, presidente e amministratore delegato di Illycaffé, la commenta così: «La nostra azienda è partner ufficiale di Expo 2015 in accordo con l’International coffee organization, a Milano realizzeremo la più grande celebrazione della storia sul caffè. L’Italia è il Paese che ha insegnato al mondo intero a consumare il caffè, ma Trieste del caffè è la capitale italiana davanti a Napoli, Venezia e Torino. Oltre che fulcro geografico è il crocevia storico tra la tradizione mitteleuropea, austro-ungarica in particolare, e quella della penisola italiana: chiave di volta tra la bevanda calda viennese e l’elisir dell’espresso. Trieste dunque si trova al centro di un gioco di virtuosi incastri unico e irripetibile

Ma chi lo ha stabilito?

Per trovare una risposta a questo enigma, mi sono messa a cercare in internet anche solo uno straccio di recensione o di feedback positivo da parte di un comune mortale, avulso da qualsivoglia capitalistica logica dettata e condizionata dal Dio denaro che avvalorasse questa opinabile tesi. Ma niente. Si è rivelata una ricerca sterile che non ha generato risultati a supporto di un simile primato, arbitrariamente arrogato ad una cittadina del Nord.

In virtù di quanto tristemente si consuma sotto gli occhi di un Meridione che si rivela sempre più incapace di ribellarsi, anche per difendere la dignità e il lustro delle sue stesse tradizioni, una e soltanto una è la considerazione ultima alla quale giungere: non si dica che “Expo 2015” è “l’evento più atteso d’Italia”, perché risulta inequivocabilmente chiaro che si tratta dell’”evento più atteso dal Settentrione”.

Complimenti vivissimi a chi, ancora una volta, non ha voluto e saputo perdere occasione per “dividere l’Italia” e rilanciare il secessionismo.

 

 

2 Commenti

  1. Dio mio non avevo mail letto tanta autoreferenzialità in un solo articolo. Guardate che all’estero conoscono il caffè alla napoletana solo perchè associano l’Italia a Napoli anche per i gianduiotti e il monte bianco. Si chiama stereotipo. Così come associ gli inglesi alle cornamuse, mentre son solo gli scozzesi. Io ho scoperto che a Napoli erano orgogliosi del loro caffè solo DOPO esserci stato, ed aver chiesto diversi espressi in vari bar. Ho sempre litigato coi baristi xk mi davano tazzine incandescenti a 5milioni di gradi, così calde che se dentro c’era piscio bollente non potevi sentire la differenza. Io il caffè voglio berlo ORA, non aspettare 30 minuti prima ancora di poter prendere la tazzina senza ustionarmi. E badate che non sto esagerando affatto. In giro per il mondo i bar più rinomati hanno il marchio ILLY,solo che i loro clienti hanno sempre pensato che fosse napoletano, tutto qui. non vedo dove sta la meraviglia. Citare cantanti e poesie non serve a una fava, inoltre: Messner tirerà le lodi delle Alpi, Totò di Napoli, Venditti di Roma, mentre a New York continueranno a pensare che il caffè l’ha inventato Starbucks. Mi dispiace ma il Kimbo lo continueremo a trovare in offerta al discount mentre Illy, Cremcaffè e Hausbrandt continueranno a farsi i fatti propri.

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  2. tra l’altro i baristi napoletani mi hanno detto che il vero caffè “ma quello vero ‘e napule” va fatto ASSOLUTAMENTE bollente. Io ho chiesto perchè e uno mi fa “se ci pensi… è perchè ci stanno e malattie” andiamo bene. il caffè così buono che te lo danno sterilizzato se no ti viene il colera?

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