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Dislessia, una scoperta scientifica semplifica la diagnosi precoce

di / 0 Commenti / 176 Visite / 30 maggio, 2015

dislessiaLa dislessia è classificata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità tra i disturbi specifici dell‘apprendimento. I DSA – cioè la dislessia, la disortografia, la disgrafia e la discalculia- sono quei disturbi costituzionali, di origine neurobiologica, che rendono difficoltoso l’apprendimento della lettura, della scrittura o del calcolo in bambini molto intelligenti e che non hanno disturbi di altro tipo.

Questa definizione fornita dall’ OMS pone l’accento su alcune precise caratteristiche del bambino che ha un disturbo specifico dell’apprendimento: il piccolo non ha alcun tipo di deficit mentale ed il suo disturbo è neurobiologico, cioè non gli riescono in automatico attività come leggere, scrivere e far di conto e quindi ha bisogno, una volta effettuata una corretta diagnosi ed avendo escluse altre possibili cause, di strategie di apprendimento mirate a risolvere il suo specifico problema di apprendimento.

In Italia la dislessia colpisce circa il 4,5% della popolazione in età scolastica, secondi i dati dell’ AID (Associazione italiana dislessia). Le prime difficoltà nel riconoscere le lettere e i numeri nel bambino possono essere osservati già dall’ultimo anno della scuola d’infanzia, ma una diagnosi di certezza effettuata dallo psicologo, dal piediatra, dal logopedista o dall’optometrista di norma viene fatta non prima del secondo anno della scuola elementare.

La dislessia può essere:
di origine genetica: causata quindi dalla trasmissione di specifici geni. Il 40% dei bambini dislessici hanno in famiglia un’altra persona con disturbi dell’ apprendimento, sempre secondo i dati dell’AID.
di origine acquisita: causata da una specifica lesione cerebrale, di dimensioni anche ridottissime, che vanno ad interrompere una o più delle vie nervose coinvolte nei processi cognitivi. In questo caso si distinguono le dislessie di origine fonologica (deficit nella componente fonologica del linguaggio) e quelle di origine visiva (difficoltà di elaborazione e riconoscimento dell’immagine che arriva al cervello, ad esempio per i gruppi “p b d q”, “s z” ed “a e” tra le lettere, ma anche “2 5” o “6 9” tra i numeri).

Una buona notizia per i bimbi dislessici e per le loro famiglie arriva però dall’Università di Pisa e dal Centro nazionale Ricerca, in collaborazione con l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano: è stato identificato un gene (DCDC2) che risulta mutato in una forma di dislessia causata da un disturbo della visione.

Il prezioso studio scientifico condotto dal team italiano di ricercatori è stato pubblicato anche sulla rivista The Journal of Neuroscience ed apre importanti prospettive alla diagnosi precoce della dislessia che si traduce in notevoli benefici per il bambino dislessico.

Spiega infatti a riguardo Guido Marco Cicchini dell’Istituto di neuroscienze del Consiglio nazionale delle ricerche (In-Cnr) di Pisa: “Ad oggi la dislessia è diagnosticata solo quando si evidenzia un ritardo dell’apprendimento e vengono escluse altre cause. Questo rallenta molto, talvolta anche di anni, ogni forma di intervento. Scoprire un marcatore genetico e fisiologico cambia radicalmente tale prospettiva: in futuro, la diagnosi di questo tipo di dislessia potrebbe essere più semplice e molto più precoce”.

La notizia della scoperta arriva casualmente a pochi giorni dalla conclusione del congresso nazionale annuale dell’AID, che si è tenuto a Napoli nella sede dell’ Università Federico II sita a Monte S. Angelo. I lavori del congresso si sono focalizzati sull’impatto della legge 170/2010 che riconosce la dislessia, la disgrafia, la disortografia e la discalculia quali disturbi specifici di apprendimento, cinque anni dopo la sua entrata in vigore.

Con questa ulteriore scoperta del team pisano, i lavori dell’Associazione Nazionale Dislessia possono essere indirizzati a sviluppare strategie di apprendimento mirate su pazienti selezionati grazie al marker genetico appena scoperto e quindi in età molto giovane rispetto a quanto accadeva prima, a tutto vantaggio del bambino che è più recettivo alle terapie riabilitative quanto prima vengono messe in atto.

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