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Pasquale Sibillo, storia del baby camorrista più temuto e ricercato del momento

di / 0 Commenti / 14062 Visite / 6 luglio, 2015

20110119_arrrr2La nuova camorra, la vecchia camorra.

Gli “esperti” uomini del sistema, quelli che vengono inglobati sotto la dicitura di “baby camorristi”. Un’antitesi proposta anche dalla famigerata trama di “Gomorra-La Serie”, la fiction ispirata proprio agli intrecci di stampo camorristico.

E, in effetti, di analogie, tra realtà e finzione, se ne rilevano un bel po’, in virtù di quanto emerge dalle notizie di cronaca contemporanea.

Giovani, irriverenti, spietati, pronti a tutto, capaci di impugnare la pistola con la medesima disinvoltura con la quale i loro coetanei smanettano con i drink, assetati di potere, accecati dalla violenza e dalla scalata, infima e pregna d’insidie, che conduce alla conquista dell’egemonia del territorio e del controllo delle attività illecite.

La figura criminale sulla quale sono maggiormente concentrate le indagini e le ricerche degli uomini in divisa è quella di Pasquale Sibillo, detto Lino, il “Genny Savastano del centro storico”.

Magro e con i baffetti alla “Zorro”, si sposta in sella a una moto, modello T-max, indossando un casco con la visiera bianca. Un giovane dal grilletto facile. Lo descrivono così i pentiti e collaboratori di giustizia informati dei fatti e lo additano come il boss più temibile e spietato della storia camorristico contemporanea. Classe 1991, fa parte dei giovanissimi con ambizioni da boss diventati protagonisti della nuova camorra di Forcella, quella violenta e spregiudicata.

«Lino Sibillo ha lo stesso rango del fratello Emanuele, il quale tuttavia è più rispettato per aver iniziato la guerra contro i Mazzarella» racconta un pentito ai pm. Già, suo fratello Emanuele, freddato in un agguato consumatosi meno di una settimana fa e da quel giorno Pasquale Sibillo fugge animato dalla speranza di sottrarsi all’analogo destino che le regole del crimine vorrebbero imporre anche alla sua vita.

Fugge Lino, dal 9 giugno scorso, fugge animato da una consapevolezza: qualcuno lo vuole morto, quello stesso “qualcuno” che nella notte tra mercoledì e giovedì scorsi hanno ucciso suo fratello Emanuele con un colpo alla schiena in via Oronzio Costa. Pasquale, ha visto la fortuna soffiare dalla sua parte, due anni fa, quando in maniera molto rocambolesca riuscì a sfuggire ad un agguato. Era il 7 maggio del 2013. In quell’occasione, Lino riuscì ad anticipare l’azione dei sicari che incrociò per strada, capì che stavano per prendere la mira su di lui prima ancora che estraessero la pistola e riuscì a sottrarsi a quella sanguinaria sorte, lanciandosi in un’auto della polizia che passava di lì. Vivono così i giovani come lui. Sempre a guardarsi le spalle, sempre con un occhio a chi gli gira intorno, perché i pochi, labili e fugaci attimi, si rischia di finire nel mirino dei killer.

Nei pantaloni, giace sempre una pistola. Carica e spietata. Le armi: una passione e una necessità. Preferiscono “quelle alla Al Capone”, i baby camorristi. Questo è quanto trapela da alcune conversazioni intercettate dagli 007 dell’Antimafia che per mesi hanno tenuto i cellulari sotto controllo e una microspia in casa dei Giuliano jr, i baby camorristi. Nel linguaggio in codice che usano tra di loro, le pistole vengono denominate «le innamorate», cioè le fidanzate. Gli inquirenti ne hanno avuto conferma proprio indagando sull’attentato a Pasquale Sibillo che i baby boss intesero vendicare immediatamente. Mentre Pasquale, come si capisce dalle intercettazioni, si cambiava d’abito e si faceva tagliare i capelli per modificare il look e rendersi meno riconoscibile, il fratello più piccolo, Emanuele, all’epoca minorenne, gli spiegava: «Il compagno mio è andato a prendere la fidanzata fuori alla Marina vicino al mare….Hai capito? Ci dobbiamo andare a fare un giro con le fidanzate nostre». Sullo sfondo il contrasto mai sanato con i Mazzarella e l’atteggiamento spavaldo da aspiranti boss che i giovanissimi del clan Amirante-Sibillo-Giuliano-Brunetti hanno assunto negli ultimi tempi per imporsi nella gestione del malaffare e nel controllo del territorio. Spavaldi e violenti.

Pasquale Sibillo, oltre che di associazione, aggressioni e scorribande armate, è indagato anche per aver imposto il pizzo a una commerciante e di avergli ordinato di lasciargli l’appartamento. «Mi devi dare 300 euro al mese per il negozio – disse al titolare di una piccola cartoleria – e devi lasciare immediatamente la casa entro 24 ore altrimenti ti metto una bomba al negozio. E i documenti non te li voglio far vedere, la casa è mia».

Dalle indagini sono emerse, difatti, numerose estorsioni, nelle zone di Forcella, della Maddalena e dei Tribunali, ai danni non solo di commercianti e piccoli imprenditori, ma persino di parcheggiatori abusivi costretti a versare 500 euro al mese.

«I Sibillo a livello di sistema sono più importanti e temuti dei Giuliano. – assicura un collaboratore di giustizia ai magistrati della Dada – I Sibillo controllano le zone di San Biagio dei Librai, Largo Donna Regina fino a piazza Bellini».

I soldi della droga e delle estorsioni, l’obiettivo da conquistare per carezzare il sogno da boss. L’organizzazione utilizzava anche giovanissimi affiliati che in alcune intercettazioni telefoniche vengono definiti «i bimbi».

«Durante la guerra, Emanuele Sibillo dormiva a casa di Toni Giuliano». Analogamente, dall’abitazione della famiglia, in via Santi Filippo e Giacomo, Lino manca dallo scorso 9 giugno. Di lì è andato via giusto i tempo per sfuggire al blitz che portò in carcere una cinquantina di persone smantellando, di fatto, il clan dei bimbi di Forcella. Pasquale Sibillo sa di essere un morto che cammina. Proprio come suo fratello. Pasquale, oggi, potrebbe essere nascosto ovunque. Ma probabilmente non così lontano dal centro storico da escludere una vendetta. Secondo diverse testimonianze, Pasquale starebbe organizzando la controffensiva per vendicarsi degli assassini del fratello. In ogni caso resta un pericoloso latitante da stanare. Lo cerca chi lo vuole morto, lo cercano le forze dell’ordine, in quella porzione di Napoli che s’interfaccia con la periferia, costretta ad accogliere le scorribande del crimine. Stando a numerose indiscrezioni convergenti, le forze dell’ordine ritengono che possa nascondersi a Ponticelli, esattamente nello stesso posto in cui aveva trovato rifugio anche Emanuele nelle settimane successive al blitz e dal quale sarebbe uscito cinque notti fa per andare incontro alla morte nel centro storico di Napoli.

Un’ipotesi che rilancia e conferma il consolidato e pericoloso legame tra gli ambienti camorristici di Forcella e il clan D’Amico, ancora autorevole nella zona Est di Napoli, al punto da riuscire a garantire protezione ai latitanti, a dispetto del blitz che lo scorso inverno fece scattare le manette per una nutrita fetta di affiliati. Un’ulteriore conferma giunge da quella motocicletta Transalp ritrovata abbandonata giovedì notte all’esterno dell’ospedale Loreto Mare, dove qualcuno aveva frettolosamente scaricato il corpo senza ormai più vita dello stesso Emanuele: ebbene il mezzo è risultato intestato proprio a un pregiudicato di Ponticelli, prima resosi irreperibile e successivamente identificato dagli uomini della Squadra mobile diretta da Fausto Lamparelli. “Non so come mai la mia moto si trovasse lì, fuori all’ospedale”, ha dichiarato ai poliziotti.

Nessuno sa dove si trovi Pasquale Sibillo, almeno ufficialmente.

Ad onor del vero, le stesse indagini relative alle estorsioni compiute dal “baby boss di Forcella” si sono svolte in un clima di totale omertà. Tra il silenzio e finanche l’indifferenza e l’ostruzionismo della cittadinanza.

 

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