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“I tuffi alternativi” di chi non può ambire alle acque cristalline

di / 0 Commenti / 215 Visite / 9 agosto, 2015

primi-bagni-a-napoliImpazza l’estate, il caldo imperversa sulla penisola, tenendola saldamente in ostaggio in una latente ed asfissiante morsa di afa che lascia ben poche possibilità di refrigerio.

L’utilizzo profuso, diffuso, esteso e continuativo di climatizzatori, ventilatori ed artifici vari, utili a generare quelle tanto agognate ventate di freschezza che nell’aria latitano, ormai, da settimane, sta facendo schizzare letteralmente alle stelle i contatori della corrente elettrica.

Eppur non basta e il perenne sovraffollamento di stabilimenti balneari, piscine e spiagge lo ribadisce.

La popolazione avverte il bisogno di tuffarsi in una distesa d’acqua per scrollarsi di dosso quella snervante apatia sortita da quel caldo, capace di appiccicarsi addosso con fastidiosa insistenza.

Tuttavia, in un’epoca tanto critica sotto il profilo economico, apparirebbe utopistico ipotizzare che l’unica preoccupazione che tiene in ostaggio la serenità degli italiani attualmente è quella di decidere verso quale meta indirizzare i propri tuffi.

Una nutrita fetta di popolazione, difatti, non può permettersi neanche un giorno da pendolare lungo le coste più “facoltose” della Campania.

Parcheggio, discesa al mare, lettino, ombrellone, cibo: spese tutt’altro che alla portata di tutti.

Così nascono le opzioni alternative che, di certo, non mancano ad un popolo geneticamente e notoriamente ingegnoso come quello partenopeo.

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Mappatella beach è senz’altro la meta più ambita dai cittadini che non possono permettersi di sognare in grande, ma che non vogliono per questo privarsi della gioia di concedersi un tuffo in mare.

Seppure le acque di Mergellina siano state più volte marchiate con il bollino della non balneabilità, il fazzoletto di spiaggia adiacente alla rotonda Diaz e gli scogli del lungomare, seguitano ad accogliere una nutrita fetta di bagnanti.

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Quando il fattore caldo diventa esasperante, non di rado accade che i giovani decidano di “rubare” scampoli di refrigerio tuffandosi nelle più famigerate fontane della città.

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Soluzioni opinabili e che puntualmente dividono l’opinione pubblica, innescando dibattiti e giudizi contrastanti.

Ma, soprattutto, le famiglie meno abbienti, quelle dei vicoli, delle periferie, che per un motivo o per un altro, non possono raggiungere lidi e piscine, decidono di creare angoli di refrigerio destinati, quantomeno, ad allietare ed intrattenere i bambini.

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Nascono, così, strutture balneari improvvisate e nei luoghi più impensabili, sul modello del video-cult, diventato subito un fenomeno virale girato nei quartieri spagnoli: “la sera la riempio e la mattina la svacanto” ed ancora più eloquentemente immortalate in una delle scene più reali di “Gomorra-La serie”, nell’ambito della quale, sui terrazzi delle Vele di Scampia, si scorgono bambini giocare in piscine gonfiabili, mentre gli affiliati discutono in merito alle sorti del clan.

Piscine gonfiabili che colorano gli androni dei palazzi dei quartieri popolari, i vicoli, i balconi, i terrazzi, i terrazzini e tutti gli spazi utili in cui c’è un bambino al quale non è concessa la possibilità di tuffarsi in mare e che per questo non vuole che la sua sia “un’estate di Serie B”.

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