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Stangata al clan Fabbrocino: “paese che vai, camorra che trovi”

di / 0 Commenti / 800 Visite / 10 ottobre, 2015

castello-di-cittc3a0-di-lettereLa camorra assume tratti peculiari e distintivi a seconda della zona, quindi del contesto, in cui si sviluppano le attività criminali, oltre che in relazione al clan, ovvero all’ideologia che il tassello ubicato al vertice più alto della piramide è in grado di inculcare ai suoi soldati ed affiliati.

Il clan Fabbrocino è senza dubbio uno degli esempi più eloquenti di quanto questa teoria trovi concreta applicazione nell’evoluzione delle vicende criminali.

Un clan che nasce nell’entroterra vesuviano da una costola della Nuova Camorra Organizzata di Raffaele Cutolo. Quella costola si chiama Mario Fabbrocino, detto “’o gravunaru” e negli anni ’80, con i fratelli Russo di San Paolo Belsito e Salvatore D’Avino di Somma Vesuviana costituisce un clan autonomo che controlla un vasto territorio che comprende San Gennaro Vesuviano, San Giuseppe Vesuviano, Ottaviano, San Gennarello, Palma Campania e parte di Terzigno. Nasce così la “Nuova Famiglia”: il clan che si contrappone all’organizzazione criminale capeggiata proprio dal “professore Cutolo”.

Le attività e le realtà all’interno delle quali la “Nuova Famiglia” è riuscita ad attecchire nel corso degli anni sono innumerevoli: dal solido controllo del “voto di scambio” alla fabbricazione di finti BOT da smerciare a tangentopoli, dalla corruzione di giudici e avvocati al riciclaggio di rifiuti tossici e, ancora, racket, traffico di stupefacenti e finanche truffe nel settore dell’abbigliamento: molti negozi appartenenti alla “rete del clan” vendevano abiti confezionati con tessuti rubati, da sarti non retribuiti. Costoro si recavano dai grossisti, ordinavano grossi quantitativi di tessuto in rotolo, pagando un acconto o con assegni scoperti; poi facevano confezionare gli abiti da sarte e cucitrici senza retribuire la manodopera e senza pagare tasse.

E soprattutto i Fabbrocino imponevano con il ricatto violento agli imprenditori edili, l´acquisto di calcestruzzo prodotto dalla ditta “La Fortuna” e il pagamento di tangenti estorsive da versare al clan.

Un clan che nel corso degli ha comprensibilmente maturato un’autentica fortuna. E il sequestro messo a segno dalla Dia di Napoli durante la giornata di ieri lo comprova.

Beni per 5 milioni di euro, tra cui quote societarie e beni strumentali di due società per la produzione di calcestruzzo e una del settore florovivaistico, sono state per l’appunto al figlio del capoclan Fabbrocino, detenuto in regime di 41 bis, condannato per l’omicidio del figlio dell’ex boss della Nuova camorra organizzata, Raffaele Cutolo.

Il sequestro, finalizzato alla confisca, è stato emesso dal Tribunale di Napoli su richiesta della Direzione investigativa antimafia che ponendo i sigilli alle società ha messo fine al monopolio del clan Fabbrocino nella vendita del calcestruzzo nella zona vesuviana.

Già lo scorso marzo, Fabbrocino è stato destinatario, insieme ad altre undici persone, di un provvedimento cautelare emesso dal gip di Napoli, poiché ritenuto responsabile a vario titolo di associazione di tipo mafioso, trasferimento fraudolento di beni, estorsione e illecita concorrenza con minaccia o violenza, con l’aggravante del metodo mafioso.

Dalle indagini sono poi emersi gli interessi economici del clan e dei suoi affiliati nella vendita del calcestruzzo dal momento che, come sottolineano gli inquirenti, risulta essere un ottimo strumento per mascherare le estorsioni, che si sostanziano imponendo alle aziende edili un listino prezzi sensibilmente maggiorato rispetto a quello praticato da imprese analoghe.

In sostanza gli imprenditori erano costretti ad acquistare malgrado vi fossero sul mercato aziende che offrivano lo stesso prodotto a prezzi decisamente più vantaggiosi.

Una vicenda che sottolinea la valenza di un antico detto: “paese che via, usanza che trovi” e risulta inequivocabilmente chiaro che questo principio può essere esteso anche alla camorra.

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