Il nuovo modo di leggere Napoli

Noi napoletani, vittime inconsapevoli di un pregiudizio che vomitiamo sui “neri”

di / 0 Commenti / 681 Visite / 11 ottobre, 2015

222900477-f3160792-4ad0-4689-a912-c688f590c447“Ci rubano il lavoro, sono sporchi, puzzano, sono criminali, lavorano in nero, non pagano le tasse, sono mantenuti dai nostri contributi”: questi sono solo alcuni dei pensieri e delle frasi più comunemente rivolte ai “vuò cumprà”, ai migranti, alle persone che sfuggono alle rovine che dilaniano la loro terra natia pur di mettere in salvo la propria vita. E solo quando giungono qui comprendono che vivere non vuol dire semplicemente esistere, ma resistere.

Il colore della pelle, “scuro”, “nero”, qui assume gli innegabili tratti somatici della “condanna” che sentenzia che quella non è una vita germogliata tra le braccia di Partenope. Quello non è un italiano né un napoletano purosangue e questo, in qualche modo, secondo una logica tutta da analizzare, legittima una condotta condita di sprezzante intolleranza ed insulsa rabbia.

Quell’ira e quella rabbia che potrebbero essere riconducibili alla tempesta di emozioni contrastanti che si palesano al cospetto di qualcosa che non si conosce e che viene recepito come una minaccia, ma che da sole non bastano a narrare e “legittimare” il clima di palpabile terrore che molto spesso scandisce la vita di un extracomunitario in terra nostra.

La loro diffidenza si riassume attraverso crude scene estrapolate dalla quotidianità: è trascorso ormai un mese dall’apertura dell’ambulatorio di Emergency a Ponticelli, nel parco comunale intitolato ai fratelli De Filippo e una sensibile fetta di fruitori dei loro servizi sono proprio extracomunitari provenienti da Napoli e provincia.

In molti non parlano un italiano fluente e giungere alla sede di Emergency usufruendo di bus di linea e della circumvesuviana non è un’impresa agevole, se non fosse anche solo per il fatto che non si tratta di una strada comoda da percorrere a piedi.

Come può essere prevedibilmente intuibile, sovente accade che quegli uomini e quelle donne “di colore” si perdano nei meandri di un quartiere tanto temuto e chiacchierato come Ponticelli.

La cittadinanza locale lo ha capito, ormai, che quando esclamano “ospedale”, non si riferiscono a villa Betania né all’Ospedale del Mare, vogliono intendere che è lì che devono recarsi, ma quello che accade quando qualcuno si offre di accompagnarli in auto desta sconcerto, ma impone una sincera ed acuta riflessione.

Rifiutano quell’aiuto, spaventati, intimoriti, non vogliono saperne di salire in auto.

Se ne sentono e se ne vedono troppe su questo quartiere. E ne sentono dire troppe sul loro conto, quegli “stranieri”.

Accuse, minacce, insulti, sputi, percosse. Come fanno ad esser certi che quella mano gli viene tesa per consegnargli un aiuto concreto e non per scaraventarli in una discarica, dopo aver loro squarciato il ventre per estirpare gli organi?

Siamo vittime inconsapevoli di un pregiudizio che contamina, apostrofa ed etichetta la nostra reputazione, ma, ignari o noncuranti di ciò, seguitiamo ad applicare questa stessa e deleteria condotta a degli uomini, rei di aver sfidato la morte pur di sfuggire alla morte, dando luogo ad un distruttivo circolo vizioso che non avrà mai fine se non ci adoperiamo per abbattere le rigide e solide barriere erte dal pregiudizio.

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