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Dietro “il problema del murales” c’è un’opportunità, non solo per il parco Merola

di / 0 Commenti / 660 Visite / 13 gennaio, 2016

WP_001209 Un tempo, “un tale” affermò che dietro ogni problema c’è un’opportunità.

In questo caso, il problema è il cancro che avvelena da tempo immemore il tessuto sociale di questa città: la camorra con ideologie malsane e violente annesse, capaci di generare condotte e pensieri che tacitamente si tramandano di padre in figlio e non di rado sanno rivelarsi in grado di inquinare la serenità di chi, invece e malgrado tutto, riesce ancora a vivere nel segno della civiltà. La camorra, infatti, non è solo quella raccontata da Gomorra o dalle cruente notizie di cronaca nera, ma è anche e soprattutto il parcheggiatore abusivo che estorce denaro agli automobilisti dietro la velata, ma consapevole minaccia del “è meglio privarsi di qualche spicciolo per stare quieti”, piuttosto che il gradasso di turno che scavalca la fila alla posta sotto l’omertoso e sprezzante consenso dei presenti, perché “non si può mai sapere a chi appartiene quel tizio”.

L’opportunità, in questo caso, è rappresentata dal bisogno, imprescindibile ed impellente, di imprimere una forte sterzata a questo stato di cose per impostare i presupposti necessari per scardinare quell’ideologia che pericolosamente troneggia soprattutto tra le frange del cosiddetto ceto sociale medio-basso.

Si, è vero: tra le persone raffigurate nel quarto murales realizzato nel parco Merola di Ponticelli, appare anche l’uomo che mi ha aggredito.

Dovrebbe essere un disegno che si ripropone di rappresentare l’identità della gente che abita in quel posto e, in un certo qual modo, la presenza di un pregiudicato che si è avvalso di un’azione cruda e violenta per interrompere il progetto sociale avviato in quella sede dalla sottoscritta, rappresenta il punto cruciale della questione.

“Il guappo” che impone la sua volontà al gregge che, impassibile, subisce e soccombe per non incappare in ritorsioni, vendette, “sfregi”.

Le istituzioni non devono fare un passo indietro, non devono dimenticarsi di quel posto, perché vorrebbe dire “cedere il campo” a chi mira proprio a questo: isolare la massa per renderla più debole e soggiogabile. In quest’ottica, il campo di calcio che rappresenta l’autentico sogno coltivato da sempre da quei bambini e che il Comune di Napoli si è impegnato a ristrutturare nel breve tempo, è un’opera che non solo deve essere portata a compimento, ma deve essere resa accessibile a tutti. Niente chiavi, niente recinsioni: nessuno deve decidere chi e a quali condizioni deve giocare, perché quello è un campo comunale e, in quanto tale, aperto a tutti. Mentre preservare il campo da raid vandalici rappresenterà la grande prova di civiltà e maturità alla quale gli stessi condomini saranno chiamati a sottoporsi.

Tracciando nelle coscienze di quella gente una linea retta, gli verrà consegnata la consapevolezza che sono tutti adagiati sullo stesso gradino e che non esiste una volontà o un parere più autorevole e legittimato a dominare. E che, anzi, il credo di chi si avvale della violenza per esprimersi, non vale e non conta niente.

In attesa che la giustizia faccia il suo corso, la gente perbene, guardando quel disegno tra le cui insenature è possibile scorgere quello che giace nel cuore del parco Merola, non può fare altro che sperare che dai piccoli, ma calzanti gesti, possa avere inizio quel cambiamento necessario per tramutare un disegno di cattivo gusto in un’opera d’arte e un luogo abbandonato a sé stesso in un parco.

È questa l’opportunità più ghiotta alla quale arpionare la risoluzione del problema.

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