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“Stritolato dalla camorra, abbandonato dallo Stato”: per Luigi arriva il lieto fine grazie a “Le Iene”

di / 1 Commento / 874 Visite / 4 febbraio, 2016

luigi-leonardi-612x330“Ho appena ricevuto una notizia splendida! Luigi Leonardi è stato contattato dai Carabinieri poco fa che lo hanno informato che da domani avrà una scorta di IV livello: una macchina con due uomini. Grazie alle centinaia di persone che mi hanno scritto e che si sono offerte di aiutarlo dopo aver visto la sua storia.”

Attraverso questo messaggio pubblicato sulla sua pagina facebook, “la iena” Gaetano Pecoraro ha diramato il lieto fine di una delle vicende più inverosimili documentate e denunciate dal celebre programma tv di Italia uno.

La storia di Luigi Leonardi, imprenditore napoletano che ha saputo ribellarsi alla camorra, ma clamorosamente abbandonato dallo Stato, andata in onda lo scorso martedì 2 febbraio 2016, ha destato non poco clamore.

Luigi si occupava di produzione e commercializzazione di illuminazione, possedeva 5 negozi e due fabbriche nel napoletano.

Il suo incubo ha inizio nel 2001, quando nella sua vita di uomo ed imprenditore s’impone la temibile presenza del clan Russo di Nola. Gli vengono chiesti 500 euro al mese per ogni saracinesca: Luigi ne possiede cinque, unitamente a 1500 euro a Pasqua, Natale e Ferragosto per “il contributo per i carcerati”. Un’estorsione che si aggira intorno ai 30.000 euro annui. Luigi a quella richiesta replica che può essere disposto ad assumerli a lavorare, ma che non è il genere di persona che accetta simili compromessi.

Quella sera stessa, però, la camorra segna lungo il suo cammino “la lezione” più efficace per permettergli di capire che “è meglio pagare”: Luigi viene seguito da Nola fino a Secondigliano, l’auto che lo segue, nei pressi della casa circondariale, gli taglia la strada e per l’imprenditore, alla guida di una Smart, le conseguenze sono devastanti. L’auto di Luigi si ribalta mettendo seriamente a repentaglio la sua vita.

Luigi è stato sottoposto a tre interventi di ricostruzione alla testa.

L’imprenditore, quindi, accetta di pagare, perché sapeva che di lì a poco avrebbe chiuso quel negozio, lo aveva deciso già da tempo. Ma ciò non basta per placare la fame di denaro del clan. Nel giro di due giorni, le richieste di estorsioni arrivano agli altri quattro negozi di sua proprietà.

Intimorito da quello che gli era accaduto, Luigi compie quello che definisce “un errore madornale”: asseconda le richieste estorsive del clan, sotto l’utopistica speranza che così facendo l’avrebbero lasciato perdere. Prima o poi. Mentre, invece, oggi è consapevole che cedendo al ricatto e alle minacce della camorra è rimasto imbrigliato in un pericoloso vortice che lo ha portato a perdere tutto.

Un appuntamento consolidato, per i cinque clan che estraevano un puntuale “contributo” il sabato, intorno all’orario di pranzo, si recavano nel negozio di Melito di proprietà di Luigi per ritirare la busta contenente il pagamento del pizzo imposto per ogni negozio. In attesa che l’imprenditore gliela consegnasse, i camorristi s’intrattenevano ridendo, scherzando e perfino bevendo il caffè insieme. Affiliati a clan diversi, ma parimenti complici ed artefici della devastazione che la condotta criminale sa infliggere alla vita delle “persone pulite”.

Così, Luigi, spolpato dalle sempre più esse richieste estorsive, decide di ribellarsi e denuncia: consegna alla giustizia nomi e cognomi di cinque persone legate a cinque clan diversi, tra cui un capo clan che per merito della sua denuncia vene condannato a 14 anni di reclusione.

Ma l’incubo di Luigi sembra non voler propendere verso la parola “fine”. Un giorno, mentre si trova nel suo negozio di Melito, Luigi viene sequestrato e portato nelle case Celesti di Secondigliano. Lì gli vengono mostrate delle cambiali e, sotto la minaccia di un’arma, viene costretto a firmarle. Gli vengono dati due giorni di tempo per decidere come pagarle.

Dopo tre giorni, però, Luigi comunica al clan che non ha soldi per pagarle e dopo essere stato pestato, gli confiscano auto e motocicletta, con tanto passaggio di proprietà a carico di Luigi.

Così, l’imprenditore torna a casa e racconta tutto ai suoi familiari che, al cospetto della volontà di denunciare manifestata da Luigi, reagiscono così: i fratelli e il padre gli dicono che se denuncia deve dimenticarsi di loro.

E, in effetti, Luigi, dopo aver perso il lavoro, perde anche l’affetto dei suoi familiari che per cinque anni lo hanno lasciato solo.

Abbandonato dalla famiglia, ma anche dallo Stato, la condizione di vita denunciata da Luigi ha effettivamente scosso l’opinione pubblica e non solo.

Nonostante il Pm che segue la vicenda avesse inoltrato una richiesta urgente, affinché Luigi, in quanto collaboratore di giustizia venisse inserito in un programma di protezione, il giovane imprenditore non viveva sotto tutela. Costretto ad “autoproteggersi” cambiando casa ciclicamente e guardandosi le spalle di continuo, la vita di Luigi non era più vita.

Da oggi, però, un importante passo in avanti è stato compiuto ed è bello sottolineare che questa conquista passi anche attraverso l’eco di risonanza fortunatamente e provvidenzialmente detenuto dal “potere giornalistico”.

Un Commento

  1. Luigi non è un”collaboratore di giustizia” (pentito), ma un “testimone di giustizia”. C’è una bella differenza!

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