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Saviano ricorda Francesco e Domenico: i due ragazzi uccisi per un debito di gioco

di / 0 Commenti / 380 Visite / 21 febbraio, 2016

striscioneSuperato lo choc che ha animato e contraddistinto le prime fasi successive al ritrovamento dei corpi di Francesco Tafuro e Domenico Liguori, i due giovani amici e soci in affari, uccisi in un agguato consumatosi in una strada di campagna a Saviano, nel cuore dell’entroterra vesuviano, per la cittadinanza è giunto il momento della preghiera, della rabbia e della riflessione.

Durante la giornata di ieri ha infatti avuto luogo la fiaccolata in memoria dei due giovani titolari di un centro scommesse in via San Sossio a Somma Vesuviana che hanno pagato con la vita il legittimo tentativo di incassare un debito di gioco.

Sono morti perché chiedevano la restituzione di trentamila euro: a tanto ammontavano le scommesse che Francesco Tafuro e Domenico Liguori, non riuscivano ad incassare. Avevano sollecitato il cliente abituale, accanito scommettitore, a restituire la somma e anche i dipendenti della ricevitoria sapevano del debito, nonché delle difficoltà economiche che questo stava creando ai due soci.

Ma quel debito Eugenio D’Atri, detto «Gegè», 32 anni, avrebbe poi deciso di saldarlo a colpi di calibro nove. Perché nello strano codice dei clan, i debiti di gioco si pagano. Pena la perdita dell’«onore».

Così, in una stradina di campagna di Saviano, città di Francesco Tafuro, si è consumato il duplice omicidio. Tredici colpi di pistola hanno cancellato il debito, mettendo fine alla vita dei due trentenni, senza macchia e senza colpe, rei di aver preteso che gli fosse corrisposto quanto gli spettasse.

Gli inquirenti hanno repentinamente ricostruito movente e dinamica dell’agguato collocando alla svelta ogni tassello al suo posto, fino a giungere al fermo di tre persone: Nicola Zucaro, 36 anni; Domenico Altieri (31) e Gegè, Eugenio D’Atri.

Uno di loro, Altieri, avrebbe già confessato esponendo agli inquirenti la sua versione, raccontando che già una volta «Gegè» gli aveva chiesto di accompagnarlo da Tafuro e Liguori, i suoi creditori, ha aggiunto di aver rifiutato e di averne pagato le conseguenze tanto che D’Atri lo avrebbe picchiato dinanzi ad un parente. Dalla testimonianza emerge una storia di prepotenza, di sopraffazione, che avrebbe poi portato il complice ad accettare una successiva richiesta sopraggiunta giorni dopo: quella di scortare Tafuro e Liguori in via Olivella. Per parlare, «per mettersi d’accordo».

Così accadde, infatti, l’11 febbraio. Altieri avrebbe scortato l’auto con a bordo Francesco e Domenico, mentre lui era a bordo di uno scooter. Nel luogo dell’agguato, della trappola, li attendevano già D’Atri e Zucaro. Ad Altieri sarebbe stato detto di aspettare poco lontano. Passano pochi minuti e risuonano tredici colpi di calibro nove.  Altieri avrebbe reso una deposizione dettagliata, ma gli altri due continuano a negare. Si attende la convalida del fermo ma l’accusa è quella di omicidio, per tutti e tre.

Uno striscione, due foto, due cuori, una frase scevra di retorica e pregna di rabbiosa commozione: questo resta del sogno di una vita “normale” coltivato da due bravi ragazzi dell’entroterra vesuviano.

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