Il nuovo modo di leggere Napoli

Se Gesù fosse nato, morto e risorto a Napoli nel terzo millennio

di / 0 Commenti / 1179 Visite / 27 marzo, 2016

gesu_dUn ragazzo dal marcato accento napoletano che, non si sa come, anche se non si è mai mosso da Napoli, sa parlare tutte le lingue del modo. Avrebbe un soprannome, probabilmente tatuato sul bicipite, volto a sottolineare il suo punto di forza: “l’immortale” e tutti penserebbero che sia un tributo al suo idolo Ciro Di Marzio, uno dei personaggi di Gomorra-La Serie.

Di certo, il nome Gesù, piacerebbe alle nuove leve, barba e capelli lunghi lo renderebbero un personaggio attualissimo e al passo con i tempi, anche se dovrebbe dargli una spuntatina e un tocco di gel per renderli meno crespi; la tonaca lascerebbe il posto a pantaloni dal cavallo basso, perché Gesù – che è pur sempre il precursore del buon senso – si sarebbe rifiutato di indossare quei pantaloni attillatissimi che lasciano le caviglie scoperte. Quindi, “tra i due mali”, – almeno in fatto di stile – avrebbe scelto quello minore.

Il suo verbo si sarebbe probabilmente tramutato in rime e strofe e per far breccia nel cuore dei giovani, sarebbe diventato un rapper così da veicolare il suo messaggio attraverso un linguaggio poliedrico e trasversale, capace di adattarsi alla “fame di preghiere” delle anziane frequentatrici delle chiese, fino a diventare una sorta di “disimpegnato porta a porta” per adescare le pecorelle più smarrite e disinteressate al verbo del Padre. Di porte in faccia ne avrebbe collezionate tante, come se fosse un agente di Tecnocasa o un venditore di folletto qualunque, ma, del resto, perché le massaie avrebbero dovuto fare sconti a Gesù?

Di notte avrebbe agganciato le prostitute, non di certo per usufruire dei loro servigi, ma piuttosto per insegnargli ad amarsi di più, per poi adagiarsi sulle panchine delle periferie e dei quartieri difficili, laddove di notte si radunano i ragazzi, molto spesso per “fare i pali” e reggere le piazze di spaccio. Avrebbe voluto capire, Gesù, perché quei ragazzini, così giovani, già erano tanto predisposti a delinquere.

Sarebbe stato nelle carceri, soprattutto in quelli che accolgono i minorenni, nelle case-famiglia, nei campi rom, nei centri di accoglienza per migranti, nella terra dei fuochi, tra le vittime di quell’orrore indicibile, nelle fredde sere d’inverno lungo i tunnel dell’indifferenza, dove avvolti tra cartoni e coperte arrabattate dormono i clochard, sfidando la sorte e la morte.

Si sarebbe avvilito, Gesù, ora più di allora, al cospetto della mole di lavoro da smaltire.

Ma non avrebbe disdegnato le scuole, le associazioni, i centri di aggregazione culturale, i concerti, gli spettacoli teatrali, le mostre fotografiche, i musei. A Gesù non sarebbe dispiaciuto affatto portare il suo messaggio anche nei luoghi fortemente conditi dalla cultura e dai sentimenti buoni.

Ben presto, Gesù avrebbe notato che per ogni “pecorella smarrita” tornata tra le fila del gregge, se ne intravedevano almeno altre mille da salvare all’orizzonte. E il dato allarmante era che quella numerica rimaneva invariata, a prescindere dalla prospettiva dalla quale scrutasse l’orizzonte.

Gesù si sarebbe tenuto alla larga dai politici, avvertendo a pelle le intenzioni tutt’altro che disinteressate di chi su quel “consenso popolare” che la sua opera seguitava a macinare, voleva costruire una cinica macchina “cattura-voti”.

Poi ci sono le periferie, le case popolari, il degrado e l’abbandono peculiari di quei luoghi: Gesù si sarebbe innamorato delle periferie, lì non sarebbe stato presente, ma onnipresente, perché lui amava far sentire la sua presenza dove c’era davvero bisogno. E lì, il suo verbo, avrebbe trovato la sua espressione più compiuta.

Amato dai bambini ed ancor più dalle mamme e dalle nonne, rispettato dai “guappi” che seppur non lo vedessero di buon occhio, lo lasciavano fare perché del resto “parlava soltanto alla gente.”

Però, quando la camorra sarebbe giunta a carpire “il pericolo” insito nella forza del suo verbo, non avrebbe esitato sul da farsi.

“33enne giustiziato come un boss: alla base del delitto, un possibile movente passionale”.

Così i giornali avrebbero raccontato la morte di Gesù nel terzo millennio.

La calunnia volta ad insabbiare il reale movente, relegando quell’omicidio del “comodo alibi” del “si teneva la femmina di un boss” e, allora, anche buona parte di quelli che lo avevano amato e stimato avrebbero fomentato i pettegolezzi e le maldicenze, invitando cose mai accadute ed attribuendogli vizi ed azioni mai compiute.

Una mitragliata di colpi volti ad ucciderne la carne e fine della faccenda.

Sui social, una valanga di foto, hashtag, messaggi, post, avrebbero ricordato quel “bravo giovane”.

Probabilmente, qualcuno avrebbe organizzato una fiaccolata o un corteo in sua memoria e per urlare ancora una volta “basta” al cospetto dell’ennesima vittima innocente della camorra.

Qualcuno, forse, gli avrebbe dedicato un murales, qualcun altro avrebbe riposto dei fiori sul luogo in cui era stato trucidato.

Ma se qualcuno avesse osato dire che Gesù era risorto, lo avrebbero sottoposto all’esame tossicologico e avrebbero attribuito la colpa di quello stato delirante all’amnè.

Il suo sacrificio sarebbe stato ben presto dimenticato.

Oggi come allora, quindi, non è cambiato niente.

Non è una questione storica né generazionale.

È l’umanità: è sempre stato e seguita ad essere questo il vero ed unico problema del mondo.

Il tuo commento

Email (non sarà pubblicata)