Il nuovo modo di leggere Napoli

L’ergastolo di cui l’Italia ha bisogno

di / 0 Commenti / 353 Visite / 20 aprile, 2016

b2d8398295fee4a135ff9c102c91a717_XL«L’ergastolo me lo do da solo, non me lo date voi. Non ho paura di morire, buffoni»: queste le parole urlate da Daniele De Santis, mentre veniva portato fuori dall’aula bunker di Rebibbia dove i pm hanno chiesto l’ergastolo per l’omicidio di Ciro Esposito di cui si è reso autore il 3 maggio del 2014.

L’ultrà giallorosso ha seguito l’udienza su una barella a causa delle ferite ad una gamba riportate nel corso degli stessi scontri maturati due anni fa nei pressi dello stadio Olimpico di Roma prima della finale di coppa Italia tra Napoli e Fiorentina.

Gastone, – questo il soprannome dell’ultrà romanista – seguita a portare avanti una pantomima che non fa né piangere né ridere e che forse dovrebbe o vorrebbe valergli un alleggerimento di pena.

Perché Gastone è un cinico e freddo calcolatore, lo ha pienamente dimostrato quel giorno, quando ha messo a segno un piano, studiato, premeditato, architettato nei minimi dettagli, preannunciato sul web, tra le pagine di quei blog di cui l’estrema destra si serve per diramare messaggi ai suoi adepti, ma anche ai “nemici”.

Nelle ore che precedevano il match valevole per la designazione della Coppa Italia da più parti a Roma serpeggiava una voce: “è meglio non bazzicare intorno a Tor di Quinto, prima della partita ci sarà un po’ di movimento”.

De Santis, quel giorno, non si è ritrovato casualmente tra le mani un petardo prima e una pistola poi. Non ha agito da solo, ma forte del supporto dell’”esercito” che aveva reclutato ed addestrato ha messo a segno un’autentica spedizione punitiva. L’obiettivo era colpire per uccidere il maggior numero di napoletani, e non di persone, auspicabile.

Il proiettile estratto dal corpo di Ciro e dalla spalla di Gennaro Fioretti lo sottolineano: proiettili che si frantumato in mille pezzi una volta perforato il bersaglio. Per amplificare il danno, per sortire ferite gravi, letali. Proprio com’è successo nel caso di Ciro.

Le contraddizioni, le esaltazione, i plurimi tentativi di distorcere la verità, alterare la realtà dei fatti ed inquinare le prove, fino alla sceneggiata odierna, tutto, proprio tutto, converge in un’unica direzione: Daniele De Santis è colpevole e merita di finire i suoi giorni in carcere, perché avrebbe potuto mettere a segno una strage, se la pistola non si fosse inceppata; perché si era messo in testa di “annientare una razza”, quella dei Napoletani; perché tra lui e quel perverso disegno pregno di odio e razzismo ci è finito Ciro Esposito, un ragazzo qualunque, un ragazzo per bene, che viveva a Scampia, ma si guadagnava da vivere lavorando in un autolavaggio e meritava di fare ritorno a casa con le sue gambe e non relegato in una bara.

Daniele De Santis è una bestia dalle mille facce e dalle plurime vite che in tante occasioni l’ha fatta franca al cospetto della legge ed è per questo che lo chiamano “Gastone”.

Ed è soprattutto per questo che merita di finire i suoi giorni in carcere: perché questo Stato, questo popolo ha bisogno di vedere un “Gastone” condannato all’ergastolo per tornare a credere nella giustizia terrena. Nel bene e nel male.

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