Il nuovo modo di leggere Napoli

Uommene, uommenicchie, uommenone e quaquaraquà

di / 0 Commenti / 685 Visite / 12 giugno, 2016

Foto di Antonio Iuliano

Foto di Antonio Iuliano

Gli attacchi mediatici subiti da Napoli negli ultimi tempi da parte del sistema mediatico italiano stanno raggiungendo punte fra l’allarmante, il preoccupante ed il penoso. Come ha rilevato anche Paolo Mieli, Napoli è, al di là di ogni dubbio, sotto attacco mediatico da – c’era bisogno di dirlo? – poco più di un secolo e mezzo circa.

Ecco perché forse ci vorrebbe un po’ meno “Italia” a Napoli. E per «Italia» non intendo quell’idea alta di un Paese unito (ed immaginario), ma intendo quel nato-male, anzi, malissimo 156 anni fa da una sanguinosa invasione, sottomissione e colonizzazione di una parte del suo territorio che, con tutti i suoi pregi e tutti i suoi difetti, fino ad allora stava in piedi alla pari, se non avanti, rispetto al resto della penisola.

Un territorio reso luogo di predazione-smercio-scarto dal potere, prima militare e dopo economico-finanziario-politico, che aveva il suo centro altrove, molto più a nord…
Quel potere che ha elevato fenomeni limitati (e combattuti) come camorra e mafia a sistemi di controllo del territorio, in taluni casi ad interlocutori privilegiati, nelle “Province Meridionali“.

Ma le cose stanno cambiando, una nuova consapevolezza, un nuovo vento d’orgoglio identitario soffia sulla antica Capitale, che si riappropria della propria identità, del proprio ruolo, e quel sistema-italico malato che scricchiola sente la fine della sua centocinquantenaria egemonia, in primis ‟mediatica”, e si aggrappa a quel che può, anche a carta straccia ed ai suoi servili redattori…

I Saviano, i Fazio, i Benigni, e via giù, fino a figuri minori e degradati, sono l’emblema degli anchormen/spin doctors/giornalisti di potere: preoccupati di conservare l’egemonia di chi li ha resi ricchi e famosi, danno un colpo al cerchio ed uno (finto) alla botte, si arrampicano sugli specchi affinché gli equilibri e le direzioni del potere non cambino, affinché il palestinese resti al posto che gli è stato assegnato, affinché il “meridionale” continui a fare il “meridionale” e stia al “posto suo”.

Guai se qualcuno osa restare dritto in piedi: è allora che i Guardiani-degli-Egemoni cominciano ad abbaiare all’uomo che non vuole farsi pecora e prova ad uscire dal gregge. Essi invocano allarmati l’intervento immediato del padrone affinché riacciuffi lo schiavo che si è voluto liberare, ripristini tutto com’era, e le pecore continuino a fare le pecore, belanti, ubbidienti…
Il vero problema però sono quelli che vogliono restare nel gregge…
Saviano è uomo di potere (culturale), il che vuol dire megafono del potere reale. La sua fortuna si basa nell’andare a rovistare nella spazzatura e nello squallore più laido, per rassicurare l’italiano-medio telemorente su quanto male si concentri nell’inferno mediatico napoletano: lo spettatore medio, di bassissima statura culturale – a cominciare, spiace dirlo, dagli insegnanti, gente a cui si può far ripetere a pappagallo qualsiasi cosa, purché proveniente da qualche ‟totem” pseudoculturale -, si sente rassicurato di trovare il male esattamente nel punto dove si aspettava di trovarlo (mediaticamente: a Napoli e in Campania) e nel sentirsi estraneo a quel male che vede in televisione, secondo un principio ben noto in psicologia ed intuito già da Lucrezio (che, ironia della sorte, era campano) oltre venti secoli fa.

Il recente «fate presto!» al segretario del PD affinché intervenga per mettere in riga De Magistris, Napoli ed i Napoletani che si sono “permessi” di non recitare la parte che è stata assegnata loro 155 anni fa, è la misura di tutti i limiti della sua figura: un cortigiano, di rango quanto si vuole, ma pur sempre un cortigiano. Uno che oramai ha trovato la sua (imponente) collocazione nella squallida palude culturale italiana, in un ruolo stabilito, stereotipato, che fa audience, o – per dirla alla (efficacissima) maniera napoletana – facendo il «gallo sulla munnezza»…

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