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Un mese senza Ciro Colonna

Luciana Esposito di Luciana Esposito
7 Luglio, 2016
in In evidenza, News
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Un mese senza Ciro Colonna
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215346887-aa1900e6-6f3a-4867-94ef-a461775479e5È trascorso appena un mese, è trascorso già un mese.

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Lo scorso 7 giugno era un pomeriggio qualunque nel Lotto O di Ponticelli. Un pomeriggio a tratti nuvoloso, afoso, i soliti ronzii, i soliti rumori, la solita alternanza di routine, silenziosa e chiassosa.

Poi, tutto ad un tratto, degli spari, hanno colpito dritto al cuore di Ciro Colonna e dell’anima identitaria del rione, del quartiere, della città, di quella popolazione che, a prescindere dai confini geografici e dallo status sociale, sa ancora provare dolore e indignazione al cospetto della violenza generata dal braccio armato della camorra.

È morto così Ciro, in un pomeriggio qualunque in cui il destino ha imposto ai suoi giorni una tragica sorte, solo perché non sapeva cosa fare e non aveva un altro posto dove andare.

Si stava diplomando, Ciro, frequentava la scuola serale e nel frattempo voleva cercare un lavoro, questo diceva, ma con i fatti dimostrava altro. Se ne stava a letto fino a ora di pranzo, perché Ciro, un ragazzone dalla stazza grossa, ma dall’indole innocua, emotivamente era ancora acerbo, ingenuo, troppo mite per tuffarsi di già nel mondo del lavoro. Non era ancora pronto. E i suoi genitori, sua sorella, non hanno mai smesso di coccolarlo, non gli hanno mai fatto pressioni, piuttosto capivano e rispettavano i suoi tempi.

Dopo pranzo, tra una coccola alla mamma e un dispetto alla sorella, Ciro trascorreva interminabili ore in bagno per prepararsi prima di uscire. In genere, usciva di casa alle 17,30.

Quel pomeriggio, quel maledetto 7 giugno, alle 16, Ciro era già pronto. Pronto per uscire di casa ed andare inconsapevolmente incontro a quel feroce ed ingiusto destino.

Incontra i suoi amici di sempre e insieme a loro si reca nel circolo ricreativo del rione. Una partita al biliardino, una chiacchiera con gli amici.

Scene di arrancata normalità ricavate con fatica tra le crepe e le macerie del solitario degrado della vita di periferia.

Arrivano in due, a piedi e con il volto scoperto, irrompono in quel circolo ricreativo simulando una rapina, in realtà i killer approdano nel Lotto O per uccidere Raffaele Cepparulo, leader del clan dei Barbados, sul cui capo pende una condanna a morte. Ai sicari arriva “la spiata”: “Ultimo”, questo il soprannome di Cepparulo, si nasconde lì e se lo vogliono prendere è proprio lì che devono andare, in quel circolo ricreativo in via Cleopatra, nel Lotto O di Ponticelli.

Uno dei due killer gli spara in faccia, mentre l’altro, vedendo Ciro chinarsi nel tentativo di raccogliere gli occhiali da vista persi mentre cercava di dileguarsi, “gli spara una botta in petto”, perché crede che sta cercando di afferrare un’arma.

“Ma che hai fatto!?… Hai sparato a quello che non c’entrava niente?… A questo dovevamo uccidere!”: gli dice l’altro, prima che, a piedi, si allontanano dal luogo dell’agguato.

Era forte fisicamente, Ciro, cammina, nonostante il proiettile conficcato nel petto, si porta all’esterno del circolo, si accascia per terra. Viene immediatamente soccorso da una persona che lo conosce e lo riconosce. Lo carica in auto, lo porta al vicino ospedale Villa Betania, ma i medici non possono fare nulla per salvargli la vita.

Una foto in cui sorride: “sembra quasi che mi sta prendendo in giro in questa foto”, dice mamma Adelaide, guardando quel ritratto al quale, da quel momento, da quando, quel pomeriggio di un mese fa è uscito per non tornare più, è affidato il compito di tenere viva la presenza di Ciro in quella casa in cui la sua mancanza di figlio e fratello giocherellone ed espansivo, pesa, pesa tanto e si sente tanto.

Nel primo mese trascorso senza Ciro, il Lotto O e l’intera città di Napoli hanno già saputo e voluto dimostrare che quella brutale ed ingiusta morte, l’ennesima maturata per mano di un “errore” della camorra, ha sancito un rabbioso e doloroso punto di non ritorno.

Il Lotto O, Ponticelli, Napoli, tutte le persone che odiano la violenza e la camorra, non dimenticano e non dimenticheranno Ciro Colonna e quel sorriso che non prende in giro chi lo ama, ma sbeffeggia la morte, perché quel ragazzone di 19 anni, ha già dimostrato di essere più vivo della morte.

Ciro vive, nei cuori di chi lo ama, negli ideali di chi sogna un mondo migliore, più giusto. 

Tags: agguatocamorraciro colonnacriminalitàlotto OponticelliRaffaele Cepparulo
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