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Ciro Marfè, il 25enne ucciso nell’ultimo agguato, insegna che “la camorra è un cancro”

di / 1 Commento / 2765 Visite / 8 agosto, 2016

13335663_988327424549801_7573745260612547990_nCiro Marfè, “nato per combattere”: questo il biglietto da visita esibito dal profilo social del 25enne ucciso nell’ultimo agguato di matrice camorristica, consumatosi in Vico delle Nocelle, un sottile limbo di strada che sguscia tra Materdei e Salvator Rosa, conosciuto soprattutto per quella caratteristica curva a gomito, tra le cui intelaiature Marfè è andato incontro alla morte, in sella allo scooter sul quale viaggiava insieme a Salvatore Esposito, il 32enne boss del Cavone, reale obiettivo dell’agguato.

Marfè è risultato tutt’altro che estraneo al sistema camorristico. Quasi sicuramente era un uomo del clan Sequino e l’incidente frequenza con la quale questo cognome si ripropone nell’elenco dei suoi amici virtuali, comprova quantomeno che di persone appartenenti a quella famiglia, Ciro ne conosceva un bel po’.

L’ultimo post visibile pubblicamente risale allo scorso 31 luglio: “volevo fare un brindisi agli amici” recita la frase affrancata all’immagine estrapolata dell’ennesimo film di genere in cui il boss di turno solleva il bicchiere per inneggiare all’affiliazione.

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Personaggi estrapolati da fiction o film, riconoscibili in quel contesto come figure dall’elevato spessore criminale, si alternano ad immagini di uomini che il clan hanno scelto di servirlo nella vita reale, ai quali Ciro augura “una presta libertà”.

Era un ragazzo robusto, in carne, barba folta e tatuaggi “alla moda”, le pose da “guappo” talvolta cedono il posto a quelle in cui assume le fattezze di un ragazzo più “pacioccone”, quasi a volerci indurre a capire, oggi, che la camorra sa forgiare a immagine e somiglianza del suo credo anche le sagome apparentemente più docili e mansuete: Ciro Marfè esibisce i tratti somatici ed ideologici peculiari del “soldato del clan” nato per servire il sistema e pronto pure a morire pur di dimostrarsi all’altezza della vita da affiliato. Lo sottolinea, di continuo, con orgoglio e sfrontata determinazione.

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Essere pronti a morire pur di servire l’esercito al quale si è giurato fedeltà ed amore eterno. Proprio come accade ai guerriglieri dell’Isis e non è un caso, probabilmente, se le gesta delle due “correnti di pensiero” che combattono, a modo loro, una sanguinaria guerra, – seppur fomentato da motivazioni differenti – veda nell’ escalation di violenza che seguitano a sversare sul mondo, un inquietante ed imprescindibile punto di contatto.

Dichiara di essere nato a Dubai, professando quell’”inconsapevole consapevolezza” insita nel desiderio di appartenere ad un altro mondo, un’altra realtà, meno brutale, più civile, scalfita dal benessere e dallo sfarzo e non dai “rammaggi” (malefatte), dal degrado, dalla fame e dalle pistole.

Allo stesso modo, sostiene di vivere nelle Favelas brasiliane, incapace, forse, di comprendere quanto il suo paragone sia calzante, poiché quella “povertà universale” che inasprisce le vite delle classi sociali più sommesse, dilaga nello stesso disperato e desolante modo, in diversi angoli di mondo, che trovano nel degrado e nell’impossibilità di ambire ad una vita migliore, la matrice comune e che, al contempo, rappresenta il terreno più fertile nel quale la delinquenza e la criminalità sanno attecchire.

I quartieri e le periferie “difficili” di Napoli vivono e respirano proprio quella stessa povertà: un dato di fatto triste, ma ineccepibilmente vero e reale.

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Anche nel caso di Ciro Marfè, così come avviene per tutti gli altri uomini del clan, alle immagini della 13599972_1010941888955021_7454617416025430543_nvita ordinaria, quelle che raccontano la storia d’amore con la sua ragazza e i momenti di svago con gli amici, si sovrappongono immagini e frasi che tanto raccontano della visione della vita delle giovani leve del clan: “sei bella come una questura che brucia”, “solo chi ha provato la paura sa cos’è il coraggio”, “più forti di chi ci vuole morti”, “noi non vogliamo la guerra, ma non la temiamo”, “non esiste il destino, nella vita ci sono scelte e conseguenze”, “Sarai felice, mi disse la vita, ma prima ti renderò forte”, “la ricchezza attira amici, la povertà li seleziona” e accanto c’è lui, il Don Pietro Savastano di Gomorra La Serie.

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Una costante che si ripete, tra le pieghe del profilo social di Ciro, il Totò Riina della celeberrima fiction, frasi che serpeggiano tra la vita vissuta e l’esaltazione della camorra: tra i “mostri” generati dai social, quelli che in maniera non marcatamente esplicita esaltano il credo e gli ideali alla base del credo criminale, sono da considerarsi tra i fenomeni più dilaganti e al contempo più temibili.

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L’ultimo guerriero caduto sotto una pioggia di colpi d’arma da fuoco, mentre, in sella ad uno scooter, percorreva le strade del suo sempre, ancora una volta, lo ribadisce attraverso immagini e frasi selezionate, quando era in vita, e che oggi, a tutti gli effetti, rappresentano il suo “testamento virtuale”.

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Lo scorso 4 marzo, Ciro Marfè scriveva: “la morte è solo l’inizio del secondo tempo.” Fa specie che un ragazzo di 25 anni arrivi a sfidare, nel mondo virtuale così come in quello reale, con una frequenza quasi ossessiva, la morte.

Parlarne per esorcizzare la paura. E non solo.

Non importa quanti anni abbia e quanto sia avvezzo al crimine e quanto sia solido il suo feeling con le armi: un camorrista lo sa che per servire il clan rischia la vita e se continua a farlo, vuol dire che è pronto a morire. Questo passaggio, più di ogni altro, ci insegna quanto sia scarso e trascurabile il valore che attribuisce alla vita un ragazzo che sogna di nascere a Dubai, ma che, invece, viene scaraventato tra le braccia di Partenope e vive tra i vicoli delle favelas napoletane.

“Non si molla mai nemmeno nei cosi come questi lui sarà sempre presente vicino ai suoi amici anzi si deve lottare per lui che non è morto invano ciro vai verso la luce dell paradiso fa che tu sei un angelo per i tuoi amici”: queste le parole che un’amica rivolge a Ciro, a poche ore di distanza dell’agguato che gli ha crivellato la vita, per commemorare quel “caduto in guerra”.

Un modo di percepire e concepire la vita e la morte che spaventano molto più delle “stese”, in quanto disseminatore di concetti, ideologie ed ideali che depauperano di buon senso e valori civili menti giovani nelle quali viene iniettata una visione distorta e malata della realtà.

Troppo distorta e troppo malata.

Ecco perché la camorra è un cancro che va estirpato.

Un Commento

  1. Bsognerebbe attivare un’azione di intelligency sui profili di questi poveracci come, da tempo, si fa per l’ isis. E poi chiedergli conto di alcune loro esternazioni. Il loro vuoto fa davvero spavento. Sognano mondi che conoscono per sentito dire ne vivono altri che gli si tatuano addosso tutti i giorni…

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