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4 novembre 2015: arrestato a Terni Lino Sibillo, leader della “paranza dei bimbi” di Forcella

di / 0 Commenti / 11028 Visite / 5 novembre, 2016

camorra_lino_sibillo_identikitUn anno fa, il 4 novembre del 2015, nel cuore della quiete di Terni, viene arrestato un latitante: in carne, ben vestito e pettinato “da bravo ragazzo”. Quello che viene ritratto ammanettato e scortato dalle forze di polizia, sembra la controfigura del barbuto e “cattivo” Pasquale Sibillo, leader della paranza dei bimbi di Forcella, colui che viene stimato essere – insieme al fratello Emanuele – il precursore del nuovo modo di percepire ed interpretare la camorra da parte dei giovanissimi.

I Sibillo vantano un curriculum criminale eccellente: alleati dei Giuliano jr, la terza generazione dei capi di Forcella, con i Brunetti e con il gruppo Amirante. Nemici dei Mazzarella, con i quali si contendono il predominio sul centro storico: Tribunali, Forcella e la Maddalena.

Entrambi latitanti dal giugno del 2015, sulla base di un’ordinanza di custodia cautelare con le accuse di omicidio, tentativo di omicidio, associazione per delinquere di stampo mafioso, traffico di droga ed estorsioni, i fratelli Sibillo vanno incontro a due diversi destini.

Lino è riuscito a fuggire, sopravvivendo alla caccia dei killer dei clan rivali che lo volevano morto. Tutt’altro epilogo si delinea nella vita di Emanuele: ucciso il 2 luglio 2015, in via Oronzio Costa, quella strada che, se potesse parlare, racconterebbe di tanti e vari fatti di camorra.

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Lino Sibillo aveva giurato vendetta per la morte del fratello Emanuele, e, al contempo, mirava ad essere incoronato «re» di Forcella, nel tentativo di raccogliere l’eredità di Luigi Giuliano ed emularne le gesta. In sostanza, Lino intendeva portare avanti “il sogno di Emanuele” che non era affatto quello di andare via dal lugubre degrado di quel contesto, ma emanciparlo. Per farlo era necessario disporre di soldi da spendere. In quella fetta di Napoli, alimentata dall’intreccio tra vicoli fatiscenti e povertà, esiste solo un modo per raggiungere quest’obiettivo: arrivare a controllare le attività illecite. Droga, estorsioni, prostituzione.

Non esiste una differenza sostanziale tra camorra “vecchia” e “nuova”, se non nella percezione del fulcro intorno al quale ruota tutto: il denaro. Questo bisogno, disperato e compulsivo, rende i baby-camorristi più folli, sfrontati, cinici ed anaffettivi, unitamente all’utilizzo in quantità massicce di droghe sintetiche e chimicamente trattate con sostanze in grado di devastare il cervello. La giovane età, l’inesperienza, il mordente e la fame che alimentano il desiderio di prendere a morsi il mondo, fa il resto, introducendo quella mancanza di limiti e di paura, riconducibile all’ingenuità dell’adolescenza.

Il richiamo della camorra, in quelle terre in cui, il verbo del rispetto e delle pistole è troppo radicato per presumere di intraprendere altre strade per perseguire “nobili intenti” con il supporto del popolo. Allora, Emanuele ha intrecciato il suo sogno di consacrazione a quel sentimento di partecipata costernazione ed esasperazione, figlio di quel degrado che anche lui conosceva bene.

Emanuele Sibillo era un re, un’autorità che personificava l’Anti-Stato: il braccio armato della camorra che lotta e combatte per conquistare lo scettro del potere criminale per ricavare proventi da investire per riscattare le sorti delle classi sociali che versano nelle condizioni più disagiate. Povertà, miseria, degrado: stati d’animo e di cose che dilagano tra i vicoli di quel centro storico più confacente alla grigia fatiscenza che si respira in periferia che al sontuoso decoro che anima le strade più battute dai turisti nel centro cittadino.

Emanuele Sibillo è morto la scorsa estate, all’età di 19 anni: era la notte del 2 luglio 2015 quando ha deciso di rompere la latitanza, lasciando il covo in cui si era rifugiato nel Rione Conocal di Ponticelli per recarsi in via Oronzio Costa. I suoi fedelissimi dovevano vederlo, doveva farsi vedere per preservare integra la sua fama di leader, capo, boss, da temere e rispettare. Invece, quella notte, diversi colpi d’arma da fuoco lo hanno raggiunto alle spalle. Una morte tutt’altro che dignitosa, secondo il gergo camorristico, quella riservata al primo leader della paranza dei bimbi di Forcella, ma non solo per questo, nonostante la morte Emanuele Sibillo seguita a vivere nel ricordi e nei cuori di chi lo ha conosciuto, stimato, osannato ed ammirato.

La morte lo ha reso eterno, agli occhi dei ragazzi che vivono e masticano quella realtà, Emanuele continua ad essere un mentore, una guida, un punto di riferimento, un’autorità alla quale viene attribuito più potere e più rispetto di quella riconosciuto al sindaco.

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Una venerazione che trova la più compiuta e concreta espressione nel mezzo busto di creta che riproduce alla perfezione il volto di Emanuele, dedicatogli dai commercianti del centro storico e che giace nella cappella votiva del palazzo in cui vive la famiglia Sibillo. Ancor più suggestivi sono i video postati in rete, i messaggi a lui rivolti sui social incessantemente, con fare sempre più incalzante e partecipato, nonostante sia trascorso più di un anno dalla sua morte, a testimonianza del forte ascendente che il giovane ha avuto e continua ad avere sul modo di vivere e pensare, non solo dei giovanissimi, ma anche di coloro che speravano di vedere attuato quel cambiamento di cui Emanuele si era fatto ideatore e promotore.

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A raccogliere la sua eredità, dunque, è il fratello Pasquale. Gli inquirenti individuano proprio in Pasquale Sibillo uno dei principali fautori della violenta faida che durante l’estate 2015, in particolare, aveva fatto registrare diversi agguati e tre omicidi fra Forcella e Maddalena, quindi in due punti cruciali del centro storico partenopeo, storicamente controllato dai clan Mazzarella e Giuliano. Tutto ha inizio il 27 giugno con l’esplosione di colpi d’arma da fuoco contro l’abitazione di Gennaro Buonerba, “il boss dei capelloni”, legato alle famiglie Baldassarre- Del Prete. Quest’ultimo clan replica a distanza di due giorni, il 29 giugno, con il ferimento a colpi di pistola di tre minorenni vicini a Emanuele Sibillo; il giorno successivo, si ripete un nuovo raid a suon di colpi di pistola contro la casa Gennaro Buonerba. Il 2 luglio, la faida sfocia nel sangue con l’omicidio di Emanuele Sibillo. Il 31 luglio avviene l’omicidio di Salvatore D’Alpino e il ferimento di Sabatino Cardarelli; il 9 agosto ferimento di Giuseppe Memoli.

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In questa scia di sangue si colloca soprattutto l’omicidio di Luigi Galletta, il meccanico estraneo alle dinamiche camorristiche, ucciso per “un capriccio” del clan Sibillo, convinto che fosse un dipendente del clan rivale e si rifiutasse di “fargli la spiata”, ovvero, fornirgli informazioni preziose. In realtà, pochi giorni prima, un uomo appartenente al cartello rivale, aveva portato il suo scooter nell’officina di Luigi, ma il giovane non sapeva nemmeno che quel “cliente qualunque” fosse un camorrista.

Un’escalation di spari e sangue che miete anche una vittima innocente, una vita in continua fuga che vede più volte il giovane Sibillo abbandonare il bunker nel quale era rifugiato, pochi istanti prima del blitz delle forze dell’ordine. Stanze zeppe di snack e cibo spazzatura, tablet ed accessori di ultimissima generazione, monitor dai quali Lino poteva controllare la situazione, grazie al supporto delle videocamere posizionate sulla strada. Napoli, tutto ad un tratto, era diventata una morsa sempre più stretta intorno alla sua vita e schiacciata da un lato dalla polizia che lo cercava per arrestarlo, dall’altro, dai cecchini del clan rivale che volevano ucciderlo.

Lino, quindi, trova rifugio fuori regione, cambia look e stile di vita, ma non il modo di pensare, secondo gli inquirenti che hanno ragione di credere che il giovane stesse studiando il piano per tornare a Napoli e portare a compimento il desiderio di conquista in nome del quale suo fratello fu ucciso.

Per questa ragione, l’azione che un anno fa è culminata nell’arresto di Lino Sibillo e che ha visto coinvolti gli uomini dello Sco, il servizio centrale operativo della polizia e i colleghi della squadra mobile partenopea, fu un successo festeggiato e suggellato dall’elogio pubblico delle alte cariche dello Stato.

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A tradire Lino, un tatuaggio: un poker d’assi, proprio accanto a un “17” che brucia, “il simbolo di Emanuele”

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