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Addio a Leonard Cohen: l’artista che le nuove generazioni dovrebbero conoscere

di / 0 Commenti / 326 Visite / 11 novembre, 2016

lc3_0735_2Se non ci fosse stato Leonard Cohen il bagaglio emotivo e culturale dell’umanità sarebbe molto più povero.

Si è spento all’età di 82 anni, il cantautore canadese, secondo probabilmente solo all’amico Dylan nell’abilità di scriver canzoni. A 82 anni, quasi all’improvviso, appena un mese fa presentava il suo ultimo disco «You want it darker», il quattordicesimo di una carriera lunga ormai cinque decenni.

Un disco denso di riferimenti religiosi, quest’ultimo, per lui nato in una famiglia ebraica, ma mai veramente praticante, anche se aveva ammirato il buddismo, e perfino, brevemente, flirtato con Scientology. Già, la ricerca dell’io, più che i grandi affreschi politici e sociali, avevano sempre affascinato Cohen.

Nei dischi, a partire dai primi capolavori, l’immortale «Suzanne», «Hallelujah», le pietre miliari «Songs of Leonard Cohen» o «Songs of Love and Hate» fino all’ultimo album, ma anche nei romanzi e nelle poesie, davvero un autore universale e poliedrico, fine intellettuale prestato alle arene, amato anche dal cinema, vedi Altman o Moretti.

Un «poeta minore» amava definirsi così.

“Per sua natura, una canzone deve muovere da cuore a cuore”. È questa la poetica e la filosofia con cui Leonard Cohen ha costruito non solo la sua carriera artistica, ma la sua stessa vita. Da una montagna sovrastante Montreal a un’isola greca, attraverso un incredibile viaggio che lo ha portato a Los Angeles, ha esplorato quella “remota possibilità umana”, divorando sensazioni, senza rimorsi. La sua musica si avvicina alla poesia, al sentimento delle cose sfiorate, allusive solo in apparenza. La grande passione è sempre stata la scrittura, il succedersi delle parole. Negli ultimi trent’anni sono usciti otto volumi di poesie, due romanzi e undici album, che negli States non tutti conoscono. In Europa, invece, il cantautore canadese è un vero idolo. In Polonia vende più dischi di Michael Jackson, e a Cracovia si svolge ogni anno un Leonard Cohen Festival. Innumerevoli personaggi del rock da Nick Cave a Morrissey hanno riconosciuto di essere stati fortemente influenzati dalla musica di questo menestrello delle emozioni. Il tempo di Cohen ha un suo ritmo: “Di solito tendo alla tristezza.

Per alcune canzoni ho impiegato diversi anni. Nessuna di essa è stata un parto facile, dopo tutto questo è il nostro lavoro. Tutto il resto va spesso in malora, in bancarotta totale, e così quel che rimane è il lavoro, ed è quello che faccio per tutto il tempo, lavorare, creare l’opus della mia vita. Il nostro lavoro è l’unico territorio che possiamo governare e rendere chiaro. Tutte le altre cose rimangono confuse e misteriose”. Nato da genitori ebrei, a nove anni Leonard perse il padre. Un fatto che segnerà in maniera indelebile la sua personalità. La sua attività artistica inizia soprattutto in veste di poeta e scrittore. La sua prima collezione di poesie, “Let Us Compare Mythologies”, viene pubblicata nel 1956 quando è ancora studente universitario. “The Spice Box Of Earth” (1961), la sua seconda collezione, lo lancia verso la fama internazionale. Dopo una breve parentesi alla Columbia University a New York, Cohen ottiene una borsa di studio e parte per l’Europa, stabilendosi alla fine nell’isola greca di Hydra, dove convive per sette anni con Marianne Jenson e il figlio di lei Axel. In Grecia scrive due romanzi, due piccoli capolavori: “The Favorite Game”, nel 1963, ritratto di un giovane ebreo di Montreal con ambizioni artistiche, e “Beautiful Losers”, nel 1966, dalle venature noir, un’opera epica e incomprensibile con accenti sacrilegi e religiosi.

Ogni suo libro venderà nel mondo oltre ottocentomila copie. Ma la vita di Cohen è stata sempre contrassegnata da una costante irrequietezza: “Per scrivere libri hai bisogno di un posto dove stare. Quando uno scrittore lavora a un romanzo, tende a circondarsi di determinate cose. Ha bisogno di una donna. Ed è bello anche avere dei bambini fra i piedi, poiché cibo non manca. Siccome io queste cose le avevo già, ho deciso di diventare ‘songwriter'”. Cantore della malinconia, della solitudine, dell’emarginazione e degli amori persi, Cohen scandaglia il cuore di tenebra dell’umanità, componendo un affresco di struggente lirismo. Le sue dieci “Songs” colpiscono subito l’ascoltatore per la delicatezza del tocco, per il tono soffuso e romantico, per la dimensione profondamente intimista che le pervade e per la straordinaria grazia delle melodie. L’iniziale “Suzanne”, ripresa qualche anno dopo anche da Fabrizio De André (il suo miglior discepolo insieme a Nick Cave), è una canzone di straordinaria eleganza, dominata dal registro profondo del cantautore di Montreal che infonde un senso di smisurata tenerezza. La protagonista (che può essere liberamente considerata una santa, una vagabonda, una pazza o una prostituta) diventa l’unica ancora di salvezza, l’oggetto di una devozione soprannaturale. Cohen narra pacatamente la sua fiaba, contornato da teneri arpeggi di chitarra (classica), gemiti di violino e angelici cori femminili.

Molti sono i registi che hanno voluto la sua musica come colonna sonora, da Robert Altman (il cui film “I Compari” del 1971, divenne una sorta di lungo video delle sue canzoni) a Nanni Moretti che in “Caro Diario” ha inserito proprio “I’m Your Man”. E Jennifer Warnes ha pubblicato nel 1986 il fortunato “Famous Blue Raincoat”, un disco composto interamente di canzoni di Cohen. Oltre a scrivere e a fare canzoni, l’artista canadese ama anche elaborare i propri video: nel 1984 ha scritto, diretto e musicato “I Am A Hotel”, un corto di mezz’ora che si è aggiudicato il primo premio al Festival International de Television de Montreux (Svizzera) ed è stato sottoposto alla giuria degli Oscar. Ha collaborato con il cantautore Lewis Furey su “Night Magic”, una opera rock cinematografica per la quale ha vinto il premio Canadian Juno per la “Miglior Colonna Sonora” nel 1985. Ha anche interpretato un cameo, come attore, nella serie “Miami Vice”. Per lungo tempo, poi, il maestro canadese scompare dalle scene. Dal 1993 al 1999, vive in un monastero zen a Mount Baldy, 200 chilometri da Los Angeles. Solo, lontano dal mondo, in un silenzio senza alterazioni. Dal suo esilio volontario, filtrano poche notizie. Ma arriva ancora della musica. Un album che suona molto rock e testimonia la naturale paternità di Cohen sulle frange più colte e poetiche del cosiddetto post-rock.

Nel 2001 Cohen rompe definitivamente l’esilio zen in cui si era rifugiato e pubblica Ten New Songs, primo lavoro in studio dopo quasi dieci anni, registrato con l’aiuto della vocalist e autrice Sharon Robinson. Da due anni è tornato nel suo appartamento da scapolo, un duplex che divide con la figlia. “Lo dice sempre anche Roshi, il mio maestro zen che ora ha 94 anni: il paradiso non è su questa terra – ha commentato ironicamente in un’intervista a “Musica”-. Ho cercato per anni di convertirlo al vino rosso, ma continua a preferire il sakè… Decisi di entrare nel monastero di Roshi perché cercavo delle risposte. E ci sono rimasto più di quanto pensassi perché il maestro era affidato alle mie cure e adorava le mie zuppe di pollo. Non cercavo una nuova religione né l’ebbrezza di una conversione. Sono nato ebreo e morirò ebreo, la religione di famiglia già soddisfa tutti i miei appetiti spirituali. Tornare a casa è stata una bella sensazione”. “Essere un songwriter è come essere una suora: sei sposato con un mistero”, riflette Cohen con un sorriso.

All’inizio della carriera, Leonard Cohen diceva di “voler essere solo un poeta minore”. Per ora, resta con ogni probabilità il massimo poeta che la canzone d’autore abbia saputo esprimere.

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