Il nuovo modo di leggere Napoli

“Diario di una giornalista di strada”: 13 novembre 2015, la mia prima aggressione

di / 0 Commenti / 1460 Visite / 13 novembre, 2016

street-art-napoli-torino3La mia avventura nel Parco Merola di Ponticelli è iniziata nel maggio del 2015.

Varcai il trasandato e perennemente aperto cancello rosso per documentare la prima delle quattro opere di Street art che adornano le facciate dei grigi palazzoni.

Da quel giorno, ci sono tornata infinite altre volte per trascorrere lunghi stralci di tempo insieme a quei bambini che non ho mai smesso di amare. Trascorrevamo i nostri pomeriggi seduti sulle scale a colorare sogni e disegni, a scrivere favole e a raccontare il mondo visto attraverso i loro occhi.

Tutto era nato da quel legittimo diritto all’infanzia che quei bambini avevano rivendicato proprio attraverso le pagine del mio giornale: vedersi consegnare un campo di calcio degno di questa definizione che andasse a sostituire l’ammasso di cemento e ferri incancreniti che accoglie i loro giochi. Il Comune di Napoli aveva accolto la loro richiesta e si era impegnato a realizzare quel piccolo sogno che, tra le briglie di un quartiere disperato come Ponticelli, assume i ben più nobili tratti della gloriosa impresa.

untitled

Quella del 2015 fu un estate ricca di impegni e povera di tuffi e relax per me: i condomini del parco, all’unanimità, attraverso una raccolta firme spontanea, mi nominarono loro portavoce.

Gli abitanti del parco evidenziavano disagi e disservizi, io li segnalavo agli uomini di fiducia del sindaco operanti sul territorio e il comune di Napoli si attivava per riportare il colore nel parco Merola, non solo attraverso i murales. Una macchina perfetta che stava effettivamente migliorando la qualità della vita in quel contesto e che legittimava lo sguardo fiducioso ed ottimistico con il quale, io e loro, guardavamo al futuro. Una macchina distrutta in un attimo dal volto più inumano dell’umanità: quello che fa valere le sue ragioni servendosi della violenza. Ammesso che la violenza possa contemplare ragioni.

Carmela Cirella, detta Melania, è una delle tante ragazze nelle quali puoi imbatterti in un contesto di edilizia popolare, come quello del parco Merola: musica neomelodica a palla, mentre il panno bagnato scivola sul pavimento, tra una colata di gel dell’estetista a domicilio e il pranzo da preparare per i fratelli che tornano da scuola. Sposata, incinta, trascorreva le sue giornate a casa dei genitori, ad accudire la sorellina di due anni. Anche e soprattutto questa è una costante che si ripete in quel tessuto sociale: madri che ridiventano madri, in attesa di diventare nonne.

Non abbiamo mai avuto molta confidenza, avevamo scambiato sporadicamente qualche parola, proprio perché lei stava sempre in casa, solo un pomeriggio abbiamo chiacchierato a lungo e le sue parole mi permisero di intravedere chiaramente la crepa che segna la vita di una bambina che vede privarsi della figura paterna, perché tratta in arresto, per riappropriarsene dopo 10 anni, dopo aver vissuto un pezzo di vita cruciale senza il supporto di un tassello cruciale, imparando vicendevolmente a fare a meno dei baci e delle emozioni più significative che segnano il passaggio da bambina a donna. Quel buco nero, in quella famiglia, ha assunto il deleterio aspetto della voragine destinata a fagocitare i sentimenti buoni e la capacità di interagire con gli altri.

L’armonia, la felicità, la coesione delle persone che li circondano, inasprisce i loro sentimenti generando reazioni aggressive: questo l’ho imparato sulla mia pelle. Nel vero senso del termine.

PonticelliParcoMerola5-690x300

Nel tardo pomeriggio di venerdì 13 novembre, mi recai nel parco Merola per comunicare una rapida informazione ad una famiglia, collocata esattamente di fronte al chiosco gestito dalla famiglia Cirella. Erano già diverse settimane che avvertivo la loro ostilità, non avevano gradito il mio allontanamento, seppur fondato: avevo creduto al loro desiderio di supportarmi per riscattare le sorti di quel luogo, ma, una volta appurate le loro vere intenzioni, provavo profonda repulsione e disprezzo per quella famiglia. Non li reputavo meritevoli nemmeno del mio saluto.

Non avevo ricevuto minacce né alcun segnale che potesse indurmi a presagire quello che di lì a poco sarebbe accaduto. Uno dei bambini a me più legato, mentre ero intenta a chiacchierare con quella famiglia, era venuto più volte a dirmi che Melania voleva parlarmi e mi suggeriva di andare da lei, al chiosco. L’intero parterre familiare era allineato davanti alla soglia d’ingresso del chiosco – dopo saprò “per godersi lo spettacolo” – e quell’associazione di fatti e persone non mi lasciava presagire niente di buono. Tra me e loro c’era solo il campo di calcio, quello in nome del quale era nata la mia avventura in quel parco e per il quale tanto mi ero battuta.

Congedati i miei interlocutori, mi stavo dirigendo verso la mia auto, quando fu Melania a venirmi incontro.

È successo tutto in un attimo: mi ha afferrata con forza per i capelli mentre farfugliava frasi disconnesse e insulti, mi ha scaraventata per terra e ha iniziato a prendermi a calci. Mi colpì più e più volte al fianco destro.

Scene di violenza e barbarie, consumatesi sul cemento di quello stesso campo di calcio, tra i giochi dei miei bambini che scappavano via increduli, con gli occhi pieni di lacrime e paura.

Ero intenzionata ad andare a denunciare subito l’accaduto alle forze dell’ordine, ma proprio in quel momento sopraggiunse il fratello minore di Melania che, quando intuì le mie intenzioni, diede luogo a una seconda mattanza.

Calci contro la mia auto, contro il portone dell’abitazione in cui mi avevano prestato soccorso.

“So dove abiti”, “ti devo uccidere”: sono solo una minima parte delle frasi che quel ragazzino urlava, mentre continuava a vomitare gesta violente.

parco-merola

Quella ragazza, pressoché mia coetanea, era incinta quando mi ha aggredita.

E forse dovrebbe ringraziare la mia indole di persona perbene, se suo figlio ha visto la luce.

Sarebbe bastato uno spintone, anche solo dettato impulsività, per tramutare quel pestaggio in una tragedia. Cosa sarebbe accaduto se avessi reagito? Me lo sono chiesta tante volte. Per il bene futuro di quel bambino, mi auguro che Melania abbia il coraggio di porsi la stessa domanda, qualche volta, mentre guarda suo figlio.

Il tuo commento

Email (non sarà pubblicata)