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“Emanuele Sibillo 17”: il significato del graffito apparso sulle mura della Basilica di San Paolo Maggiore

by / 0 Comments / 32237 View / 20 novembre, 2016

2016-11-19-PHOTO-00000040-kDY-U4325061556711QOC-656x492@Corriere-Web-SezioniPer capire cosa spinge una mano ad impugnare una bomboletta per scalfire un graffito volto a rendere omaggio a un boss della camorra, vandalizzando, di fatto, un monumento del patrimonio artistico e culturale della città di Napoli, è necessario farsi prestare gli occhi da chi il “fenomeno camorra” lo guarda e lo vive da dentro. Un mondo distinto e distante dal nostro, seppure radicato nel nostro, e che annovera regole, leggi, ideologie e sentimenti del tutto estranei a quelli che regnano all’interno del nostro. Eppure, non si tratta di due emisferi fisicamente dislocati, ma pericolosamente fusi e amalgamati.

“Emanuele Sibillo 17”: questa la scritta apparsa durante la mattinata di ieri, 19 novembre, in piazza San Gaetano, sulla mura della Basilica di San Paolo Maggiore: il nome del 19enne leader della paranza dei bimbi di Forcella, ucciso in un agguato durante la notte del 2 luglio 2015, in via Oronzio Costa, affiancato dal suo simbolo distintivo. “17”, il tatuaggio adornato dalle fiamme che suo fratello Lino porta scalfito sul braccio, il numero di Marek Hamsik, il capitano del Napoli, un fuoriclasse del mondo del calcio che ha scelto di non “tradire” la fede azzurra vestendo la maglia partenopea per sempre, ma non è per questo che Emanuele ha fatto suo quel numero, anche se veniva osannato come un potenziale “Maradona della camorra”.

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La frase scalfita su quello stesso muro, accanto al nome del giovane fautore della paranza dei bimbi di Forcella, chiarisce l’accezione di senso da attribuire a quel numero: “sentenza per sempre”.

«Ho tenuto la possibilità di farlo pure con te e non l‘ho fatto, e sai perché? Perché siamo di un solo quartiere, però purtroppo uno porta una bandiera e un altro ne porta un’altra…però la bandiera che portavi tu è strafottente e se a te succede un 17 quelli là dentro sai come la pensano? “Morto un papa se ne fa un altro”». Parlava così Emanuele Sibillo a un giovane legato al clan rivale per convincerlo a passare dalla sua parte.

Era l’estate del 2013 e lui ancora un minorenne. Aveva 17 anni, Emanuele, quando ha iniziato quella scalata al potere che gli ha consentito di decidere in quale vite doveva “succedere un 17”. Era il periodo in cui i baby-criminali del centro storico provarono a compiere il grande salto e inseguire il sogno di regnare su Forcella come negli anni Ottanta avevano fatto Loigino Giuliano e i suoi fratelli. E forse anche per questo si erano alleati con i nipoti dei vecchi capiclan, i Giuliano di terza generazione.

Aveva appena 17 anni quando la polizia, interrompendo un summit di camorra, lo trovò seduto al tavolo con criminali di spessore.

Un graffito che consegna un messaggio eloquente e che va a incastonarsi in un momento storico delicato per il clan Sibillo, in virtù delle 25 nuove condanne nel processo contro i baby boss, dalle quali sono scaturite minacce contro il pm Henry John Woodcock, che coordina le indagini insieme con il pm Francesco De Falco.

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Una nuova condanna è giunta anche per Pasquale Sibillo, detto Lino, fratello di Emanuele: il gup Piccirillo del Tribunale di Napoli lo ha condannato a dieci anni di reclusione per traffico e spaccio di sostanze stupefacenti.

Condannato anche il padre, Vincenzo, a 12 anni di carcere, e Alessandro Riccio, ritenuto elemento di spicco dei Sibillo, a cui è stato già comminato un ergastolo: a lui è stata inflitta una pena di 14 anni e 4 mesi di reclusione. A restanti imputati – complessivamente 15 – sono state comminate pene variabili tra 6 e 14 anni.

Per capire com’è finita quella scritta sul muro di quella basilica, ubicata in un luogo tutt’altro che scelto casualmente, è necessario un balzo indietro di ben cinque anni e arrivare al novembre del 2011, quando Emanuele Sibillo condivide sul suo profilo Facebook un articolo di giornale in cui si parla proprio di suo padre e suo fratello: “Ha deciso di muoversi la polizia di Napoli per evitare che a Forcella la situazione degeneri. I primi tre arrestati di questi “rumori di guerra” sono: Vincenzo Sibillo, 44enne napoletano, già noto alle forze dell’ordine per violazione alla normativa sugli stupefacenti, il figlio Pasquale 19enne sottoposto agli arresti domiciliari ed un altro figlio, un quindicenne, per concorso in detenzione di armi comuni da sparo e relativo munizionamento, nonché per ricettazione delle stesse. I tre sono stati individuati un appartamento in Vico Santi Filippo e Giacomo, residenza dei Sibillo. Rinvenute anche alcune armi, bisognerà ora stabilire se sono state utilizzate per i recenti raid o se servivano per un’azione futura dei malviventi. Per Vincenzo e Pasquale Sibillo si sono spalancate le porte del carcere di Poggioreale mentre il minore è stato condotto al Centro di Prima Accoglienza dei Colli Aminei.

“Smettetela di scrivere frottole”: la replica del giovane Emanuele. Un messaggio semplice e “non violento” che ben sintetizza “il conflitto” identitario che contraddistingue la figura del giovane. Niente emoticon che inneggiano all’utilizzo delle armi, né tantomeno insulti o parolacce. “Frottole”: una parola che raramente si riscontra nel gergo linguistico di un camorrista.

Un aspetto che costantemente emerge dai tributi e dalle testimonianze di chi seguita a tenere in vita il suo ricordo: Emanuele viene descritto e soprattutto osannato per la sua indole di ragazzo buono, generoso, sempre pronto a tendere una mano ai deboli e agli oppressi, un vero Robin Hood della camorra che delinque per migliorare le sorti dei poveri. È questo che agli occhi degli abitanti di Forcella gli fa assumere le vesti del beniamino da osannare e, una volta morto, del martire da portare in gloria.

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Per rendere eterni ed indimenticabili le sue gesta e la sua memoria, la famiglia Sibillo gli ha dedicato una sontuosa cappella votiva che giace proprio accanto al palazzo in cui vive la famiglia. Un luogo sacro per i Sibillo, oltre che per le migliaia di persone che seguitano a venerare la figura del giovane boss e che la madre difende dall’invadenza degli sguardi poco graditi, come lei stessa spiega in un post risalente allo scorso: “Mi rivolgo a quel genere di persone, Vili e Vigliacchi perché solo così possono essere definiti: fermandosi con delle moto fuori al palazzo dove abito io, e fotografando con un cell. In tutta fretta il posto dove riposa mio figlio, approfittando della mia momentanea assenza. Siete la feccia umana in persona ; Fatelo riposare in pace e un suo Sacro Santo Diritto. Mio figlio ha pagato i suoi errori ad un prezzo molto alto. Ha fatto solo del bene su questa terra, e oggi sta facendo Miracoli da lassù. Avete preteso di farvi i poster con i miei figli’ ed è stato solo un onore per voi. Potete solo invidiarlo perché come lui non ne nascono più. È SERIE LIMITATA.”

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Il cuore di mamma, per quanto possa essere di parte, ben spiega come viene vista e vissuta la figura di Emanuele Sibillo tra i giovani – reclute del clan e non – di Forcella e cosa spinge un’altra madre a travestire da “leader della paranza dei bimbi” il suo bambino nel giorno di carnevale, in forma di tributo alla memoria di Emanuele e perché tanti giovani lo emulano tutt’oggi, imitandone le fattezze: la barba folta, la montatura nera e spessa degli occhiali. Costanti che non di rado e non casualmente si ripetono tra i giovani e che tanto raccontano del forte ascendente e del carisma del giovane Emanuele, capace di lasciare un segno indelebile nei cuori dei suoi adepti.

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“Ho perso il conto delle volte in cui mi sono chiesta…. Perche?… e la risposta e sempre la stessa…. la vita e a volte non e solamente…. una grandissima bastarda…. ma e anche stupida… perché’ si e privata di una persona che l’ avrebbe…. resa migliore…!”, “Sei cresciuto troppo presto…e in tutta fretta hai realizzato i tuoi sogni e in tutta fretta li hai distrutti e portati via con te. A noi non hai lasciato quasi niente solo un’infinità d’amore e affetto e tanti ricordi belli che messi insieme possiamo dire Manu e qui con noi .. perchè infondo a noi manca solo la tua presenza ma sei vivo eternamente nei nostri cuori ..e mamma e papà ne sono fieri ed orgogliosi di aver messo al mondo un bimbo speciale come te…”: così lo ricorda e lo racconta la madre.

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Mentre, visto con occhi esterni ed estranei alla camorra, Emanuele Sibillo è un 19enne boss della paranza dei bimbi di Forcella, balzato agli onori della cronaca il 9 giugno del 2015, quando sfugge al maxiblitz che si concluse con 60 arresti. Ricercato per associazione a delinquere di stampo camorristico e estorsione, e dalla Procura per i minorenni era indagato per alcune azioni armate, come presunto mandante di un‘aggressione ordinata per vendetta, per il ferimento di uomo del clan Mazzarella e tra i presunti istigatori dell’omicidio di un ragazzo nel parcheggio di una discoteca per una sigaretta negata.

I Sibillo risultano alleati con i Giuliano jr, la terza generazione della storica famiglia di Forcella, e con i fratelli Brunetti e il gruppo Amirante. Il cartello mira a monopolizzare il controllo sul malaffare – in primis droga e estorsioni a pizzerie, ambulanti e prostitute – tra via Tribunali, Forcella e la Maddalena. Sullo sfondo lo scontro mai sanato con i Mazzarella, il clan della vecchia camorra.

Nel giugno del 2015, riuscì quindi a sfuggire alle manette ed era in fuga assieme al fratello Pasquale, detto Lino. Iniziò, così, la sua latitanza all’interno di una morsa sempre più stretta: forze dell’ordine da un lato, i cecchini del clan rivale dall’altro. Questi ultimi furono più celeri dei primi e colpirono alle spalle il giovane Emanuele, quando, la notte del 2 luglio, decise di abbandonare il suo rifugio-bunker nel rione Conocal di Ponticelli per recarsi in via Oronzio Costa.

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Doveva farsi vedere, per non perdere consensi tra i suoi adepti e per dimostrare il suo irriverente coraggio ai rivali. Anche se era più che consapevole del destino al quale stava andando incontro. Un consapevolezza che aveva esternato alla madre e che la genitrice racconta in un post pubblicato su Facebook: Ma’ se andrò via prima di te non piangere, mi dicevi perchè io non festeggerò i miei 20 anni ma quando non ci sarò più ci sarò ancora vivrò nella tua mente e nel tuo cuore con i bei ricordi. Ti lascio Mattia la mia carne lo stringerai forte a te e ti verranno in mente tutti i bei momenti passati insieme, farai la torta per il mio compleanno e mi vedrai davanti a te col naso sporco di cioccolato e sorriderai. Mi ripetevi spesso queste parole …..Ma mai immaginavo sarebbe successo….”

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