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I guerriglieri islamici di casa nostra: ecco a voi l’esercito jihadista della camorra

di / 0 Commenti / 3810 Visite / 21 novembre, 2016

12507451_916669191715625_8217518445838472261_nGiovani che si fotografano con orgoglio mentre emulano i guerriglieri islamici: tra loro figurano camorristi già affermati, a dispetto della giovane età, ma anche ragazzini probabilmente incapaci di comprendere cosa stanno facendo, ma che vivono quel “rituale” come qualcosa di estremamente appagante: si vedono accettati, si sentono “grandi” tra quelli che sono “già grandi” perché possiedono un’arma e la esibiscono con orgoglio. Un comportamento promosso come “socialmente ammirevole” dagli oltre 200 like incassati dalla foto pubblicata su facebook e che assumono un valore enormemente rafforzativo del concetto esibito.

Sono i guerriglieri islamici di casa nostra, l’esercito jihadista della camorra che sfila tra le strade di Napoli e della periferia, tra le rovine dei luoghi in cui regna la camorra. Proprio come avviene nelle terre in ostaggio del potere islamico.

Il fenomeno di emulazione dei guerriglieri islamici, introdotto in forma embrionale dalla paranza dei bimbi di Forcella, guidata da Emanuele Sibillo – il boss dall’animo buono che voleva ripercorrere le gesta di Lovigino Giuliano – e in seguito alla sua morte dal fratello Pasquale, ora in carcere, è stato poi maggiormente consolidato dal clan dei Barbudos, il gruppo di fuoco dei giovani emergenti del Rione Sanità, nato sotto il forte ascendente di Antonio Genidoni e che ha avuto come leader Raffaele Cepparulo, detto “Ultimo”, ucciso lo scorso giugno. Un soprannome eloquente quello scelto dal boss dei Barbudos che sui social si definiva “l’ultimo prescelto”, un concept dal forte richiamo alla cultura jihadista, vista come un ideale di violenza ed efferatezze al quale ispirarsi.

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Atrocità, spedizioni punitive, barbe lunghe, frasi con riferimenti alla figura di Maometto, i loro nomi scritti in arabo sui social e, soprattutto, i tatuaggi: pistole, bombe a mano, proiettili, finanche utilizzati per comporre parole come “love” e “camorra”, oltre ai tatuaggi dei nomi degli affiliati “caduti in guerra”, le foto con il volto coperto e le armi ben in mostra, proprio come i militanti islamici: questi i tratti distintivi dei guerriglieri della camorra.

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Come e perché i guerriglieri islamici siano finiti al centro dell’attenzione dei giovani aspiranti boss è presto spiegato: l’Isis personifica la massima espressione della ferocia e della mancanza di paura. Un simbolo, o meglio, il simbolo per eccellenza della lotta armata e violenta. Emblema di cinica ed anaffettiva ferocia e della totale mancanza di paura, di tutto e di tutti, soprattutto della morte.

E questo, li rende invincibili.

Motivo per il quale diventa necessario, – per esorcizzare la paura, soprattutto della morte – da parte dei superstiti di agguati di matrice camorristica, pubblicare sui social le immagini delle ferite “maturate in guerra”, accompagnate dalle immancabili frasi di rito: “più forti di chi ci vuole morti”, “più forti di prima”, “il leone è ferito, ma non è morto.”

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Tatuarsi proiettili o ferite da arma da fuoco rappresenta un modo ancor più risoluto ed esplicito di professare quel delirio d’onnipotenza che, di recente, annovera perfino una new version: “non abbatterti… Abbattili”, questa la frase che un affiliato ha scelto di tatuarsi, unitamente a un proiettile, poche ore dopo un agguato messo a segno contro il boss del suo clan che, tuttavia, è riuscito a mettersi in salvo.

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La camorra sta cambiando pelle e modo di comunicare ai clan rivali e ai civili, elaborando un’identità comunicativa collettiva, supportata e costituita principalmente da fattori riconducibili all’estetica, quali: tatuaggi, barbe folte, abbigliamento e montatura degli occhiali.

Dalla fusione di questi elementi si forma una nuova identità nella quale l’affiliato è chiamato a compenetrarsi e che, esibita pubblicamente, serve non solo a consolidare l’affiliazione, permettendo ad ogni recluta di “riconoscersi” nell’altro, ma è soprattutto un modo per differire dagli altri clan, rilanciando, al contempo, un’anima identitaria ben definita e volta a incutere terrore nell’immaginario collettivo.

La storia insegna che uno dei tratti distintivi dei clan camorristici è proprio la capacità di interpretare e fare proprie le mode comunicative del momento.

L’Isis, in questo momento, “va di moda”: gli occhi di tutto il mondo sono puntati sulle barbarie collezionate dai guerriglieri islamici, gli attentati messi a segno hanno disseminato terrore in tutto il pianeta, motivo per il quale rappresenta, senza dubbio, l’organizzazione più temibile e temuta.

Emularne gesta e fattezze significa “beneficiare” della popolarità e del clamore sortito dalle atrocità che portano la firma dei militanti islamici. Del resto, seppure il movente e obiettivo non siano del tutto similari, l’impeto e la foga che anima le gesta dei guerriglieri di ambedue le compagini è lo stesso.

Mentre su un fronte, tutto si ancora sulla religione islamica, sull’altro versante, “la religione” che ispira la chiamata alle armi è quella che inculca in quelle giovani vite, fin dai primi vagiti, dei dogmi imprescindibili: fedeltà, rispetto, onore, lealtà, omertà. Ovvero, il credo camorristico.

Il forte senso d’appartenenza a un luogo, a un rione, a una città, a un quartiere, ad una strada, e il livore derivante dalla volontà di battersi in nome della storia per riscattarla dalle polveri e dalle ruggini di un presente indegno del prestigio e del lustro dei prodigiosi “martiri” che, prima di loro, hanno pagato con la vita il desiderio di rivalsa ed egemonia: un’altra costante che accomuna entrambi gli eserciti e che sul versante islamico trova la massima espressione nella frase: “Allah è grande”, mentre all’ombra del Vesuvio si sintetizza nel leitmotiv: “dobbiamo riprenderci tutto quello che è nostro.”

Ispirarsi all’Isis ha voluto dire abbracciare una nuova strategia di guerra che ha cambiato l’assetto dell’organigramma camorristico. I vecchi clan erano contraddistinti da una struttura piramidale, mentre oggi la guerra la combattono bande armate di ragazzi spregiudicati e con una forte predisposizione all’utilizzo di droghe sintetiche. Un mix di fatti ed ideali che concorre a fomentare un forte senso di esaltazione che porta a vedere la realtà in maniera distorta, fino a percepire il fondamentalismo islamico come una cosa “buona e giusta”.

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