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6 gennaio 1980: la mafia uccide Piersanti Mattarella

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
6 Gennaio, 2017
in Da Sud a Sud, In evidenza
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6 gennaio 1980: la mafia uccide Piersanti Mattarella
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mattarella Respirava ancora il Presidente della Regione Sicilia, Piersanti Mattarella, in quel terribile 6 gennaio 1980, quando suo fratello Sergio, l’attuale Presidente della Repubblica, lo stava tirando fuori dalla berlina scura dove era stato raggiunto da otto colpi di pistola. Vittima di un agguato mafioso.

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Nel giorno dell’Epifania del 1980, in via Libertà a Palermo, la famiglia Mattarella si stava recando a messa, ma di fatto non arrivò mai in chiesa. Davanti al civico 147, infatti, una grandine di pallottole sorprende, sotto gli occhi di moglie e figli, Piersanti Mattarella, 44 anni, Presidente della Regione Sicilia, in quel momento senza scorta: non arriverà vivo in ospedale. Sergio Mattarella, il fratello minore di Piersanti, in quel momento fa il professore di diritto, ma da quel giorno in poi, la sua vita cambierà. Si lascerà definitivamente alle spalle la tranquilla carriera di docente per lanciarsi nella politica attiva.

Quello di Piersanti Mattarella è uno dei primi delitti eccellenti compiuti dalla mafia in Sicilia.

La mafia sta diventando sempre più arrogante e aggressiva e punta in alto uccidendo non solo politici, ma anche magistrati e inquirenti. Tra il ’79 e l’82 a Palermo vengono uccisi il capo della Mobile Boris Giuliano, il segretario provinciale della Dc Palermitana Michele Reina, il segretario del Pci siciliano Pio La Torre per arrivare fino al prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa.

Mattarella, fratello dell’oggi Presidente della Repubblica Sergio, era stato il punto di riferimento della parte sana della società civile e di quell’esigua minoranza politica che aveva a cuore gli interessi del proprio popolo. Non aveva mezze misure e alla Conferenza regionale dell’agricoltura, tenuta a Villa Igea la prima settimana di febbraio del 1979, prese una chiara posizione di contrasto contro mafia e malaffare. Il deputato Pio La Torre, presente in quanto responsabile nazionale dell’ufficio agrario del Partito Comunista Italiano (sarebbe divenuto dopo qualche mese segretario regionale dello stesso partito) attaccò, con furore, l’Assessorato dell’agricoltura, denunciandolo come centro della corruzione regionale, e additando lo stesso assessore come colluso alla delinquenza regionale. Mentre tutti attendevano che il presidente della Regione difendesse vigorosamente il proprio assessore, Giuseppe Aleppo, sgomentando la sala, Mattarella riconobbe pienamente la necessità di correttezza e legalità nella gestione dei contributi agricoli regionali. Mattarella andò anche oltre: continuò a denunciare le irregolarità che poteva constatare e fece pulizia all’interno del partito e nel Consiglio regionale. Per questo si può dire che con quelle riforme fatte per il territorio, per una moralizzazione della vita pubblica, in tema di pubblica amministrazione, gestione degli appalti e quant’altro era davvero rivoluzionario. Il politico della Dc avrebbe davvero cambiato la Sicilia se non l’Italia stessa perché dopo Moro era davvero lanciato ad un’ascesa all’interno del partito. Ed è forse proprio questo aspetto che lo rendeva temibile, non solo per la mafia. Dalle indagini sono emerse anche alcuni elementi che fanno trapelare quantomeno un interesse che non era solo di Cosa nostra, – per quell’omicidio sono stati condannati all’ergastolo Totò Riina, Bernardo Provenzano, Bernardo Brusca, Pippo Calò, Antonino Geraci e Francesco Madonia – vi sono delle piste che portano al coinvolgimento del terrorismo nero, tesi tutt’oggi sposata dalla famiglia Mattarella.

Inoltre, tra i tanti misteri che ruotano attorno all’assassinio dell’esponente Dc un dato certo è che l’ex presidente del Consiglio, Giulio Andreotti, è indubbiamente corresponsabile di quella morte. Nella sentenza di Appello nei confronti dello stesso Andreotti, confermata dalla Cassazione nel 2004, è scritto inequivocabilmente che il “divo” Andreotti era del tutto consapevole dell’insofferenza di Cosa Nostra per la condotta di Mattarella, ma non avvertì né l’interessato, né la magistratura, pur avendo partecipato ad almeno due incontri con boss mafiosi di prima grandezza aventi ad oggetto la politica di Piersanti Mattarella e il suo omicidio. Andreotti, si legge nella sentenza, “era certamente e nettamente contrario” all’omicidio tanto da incontrare in Sicilia l’allora capo dei capi di Cosa Nostra, Stefano Bontade, per una vera e propria trattativa con l’organizzazione criminale che evitasse l’uccisione di Mattarella. Nella sentenza si legge ancora che dopo l’omicidio del presidente della Regione “Andreotti non si è limitato a prendere atto, sgomento, che le sue autorevoli indicazioni erano state inaspettatamente disattese dai mafiosi ed a allontanarsi senz’altro dagli stessi, ma è sceso in Sicilia per chiedere conto al Bontade della scelta di sopprimere il presidente della Regione”.

Quando viene avvertita la procura per l’omicidio di Piersanti Mattarella, di turno c’era il sostituto procuratore Pietro Grasso che si reca sul posto per ispezionare la 132 blu crivellata di pallottole. Sergio e Pietro, entrambi di Palermo, si incontrano in via Libertà. Dopo l’elezione a capo dello Stato, Mattarella prenderà le consegne proprio da quel magistrato, Pietro Grasso, ora entrato in politica, che su Twitter lo saluta così: “Ho appena sentito Sergio Mattarella al telefono per congratularmi con lui: ‘Ne sono certo: sarai un grande Presidente!'”.

Tags: mafiapalermoPiersanti Mattarellaregione siciliaSergio MattarellaSiciliavittima innocente della criminalità
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