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Napoli, 29 marzo 1991: “la strage del venerdì santo”

di / 0 Commenti / 4373 Visite / 29 marzo, 2017

1991 Napoli Napoli, 29 marzo 1991 – Una pioggia di proiettili li ha travolti, mentre camminano per la strada. Muoiono così tre persone, mentre altre quattro restano ferite, poi scappano tra la folla, lasciando a terra le armi.

È la sera del venerdì santo nei quartieri Spagnoli di Napoli, a pochi passi dalla Prefettura, dalla Questura e dal palazzo del Comune, dalle centralissime via Toledo e via Chiaia.

I due sicari sono arrivati in via Nardones intorno alle 20, in via S. Anna di Palazzo c’era molta gente. Le due strade sono a ridosso delle centralissime via Chiaia e via Roma. Tra la folla, due persone che come affermarono abitanti della zona, indossavano un impermeabile, all’improvviso imbracciano mitra di fabbricazione israeliana. Sparano contro un gruppetto fermo nei pressi di un edificio all’angolo tra le due strade. Uno dei due mitra, dopo aver fatto partire il primo proiettile, s’inceppa; il secondo invece esplode tutti e venticinque i colpi del caricatore.

Vengono colpiti a morte Luigi Terracciano, 37 anni, mentre fugge verso via Chiaia, Umberto Esposito, 30 anni tassista e Carmine Pipoli, 34 anni, pregiudicato per gioco d’azzardo, l’unica vittima con precedenti penali.

I killer sparano senza bersaglio. Su un balcone vengono raggiunti dalle pallottole Concetta Salineri, 43 anni, e suo marito Antonio Valente, 48 anni, mentre in strada vengono colpiti Antonio Vivace, 45 anni, un macellaio che si era affacciato sulla porta del negozio e Paolo Cimirro, 19 anni, un ragazzo che andava a spasso cogli amici. I feriti sono tutti incensurati, non avrebbero nulla che fare con la camorra, vittime casuali dei proiettili vaganti della follia camorrista. Solo due di loro avrebbero collegamenti con la malavita organizzata della zona. Ai piedi di una stradina in salita che porta al luogo dell’agguato, ci sono due poliziotti motociclisti. Sono in servizio. Al rumore degli spari partono verso via Nardones a sirene spiegate. Vengono bloccati da un muro di gente che scappa impazzita. Riescono a vedere i due sicari che fuggono, a piedi, lungo via Carlo De Cesare, una strada che sbocca in Via Roma, lasciano cadere a terra i mitra ed i guanti da chirurgo. I due poliziotti li intravedono mentre sottraggono una vespa 125 ad una giovane coppia per fuggire verso piazza del Plebiscito e sparire nel mare di traffico che paralizza la piazza. Sul luogo della strage arrivano il capo della mobile, il questore, i poliziotti.

Si cerca una logica criminale in un agguato senza logica. I sicari hanno sparato alla cieca, in puro stile terroristico.

Gli inquirenti parlano di un’azione dimostrativa, di un raid messo in atto da una banda per far capire al clan rivale di essere ancora in grado di «reagire», di essere ancora temibili. Si parla di due gruppi, affiliati al clan Mariano, ultimamente entrati in contrasto. Armi, traffici illeciti, un omicidio di cinque giorni fa: uno di questi, o forse tutti, il movente della strage.

Una “stesa” con le armi rivolte a colpire bersagli umani, in pratica. Ciro Mariano e Vincenzo Romano, due boss della camorra, sono stati denunciati dalla polizia come i mandanti della strage di venerdì santo. I due esecutori materiali, secondo gli investigatori, sarebbero invece Giuseppe Gallo e Giuseppe Ammendola, pregiudicati, manovali del clan.

I quattro, oltre che per strage, sono stati denunciati alla magistratura per porto e detenzione di armi e per associazione per delinquere. Le indagini avrebbero anche accertato che nessuna delle vittime (né i morti, tantomeno i feriti) avevano a che fare con il clan di Salvatore Cardino e Antonio Ranieri contro il quale era diretto l’assalto. Le sette persone hanno avuto come unica colpa quella di trovarsi all’angolo di un edificio (o nei suoi pressi), in cui erano soliti incontrarsi gli esponenti di questa banda.

Il movente della strage è la faida tra clan che la domenica prima aveva già portato all’assassinio di un pregiudicato, Francesco Napolitano, mentre si trovava alla guida di un’autovettura in cui viaggiava lo stesso Vincenzo Romano. Polizia e carabinieri non hanno dubbi anche nel collegare la sparatoria avvenuta il sabato precedente nei pressi della stazione centrale con la strage di via S.Anna di palazzo. In quella sparatoria un agente di polizia, Salvatore D’Addario, 31 anni, è rimasto gravemente ferito, tanto che per salvargli la vita è stato necessario amputargli una gamba.

Un agguato che porta la firma del clan camorristico dei Quartieri Spagnoli, detto anche dei “Picuozzi”, dal nome del caratteristico cordone che ciondola dal saio dei monaci. Durante la prima metà degli anni ottanta, dopo il tramonto dei cutoliani, che controllavano i quartieri spagnoli con il capozona Mario Savio (detto “o’bellillo”), alleati con i Di Biasi ed i Russo, incomincia ad affermarsi la famiglia dei fratelli Salvatore, Ciro e Marco Mariano, già gregari dei fratelli Giuliano quando vennero arrestati nell’ambito dell’inchiesta sulla Nuova Famiglia del 1984. Il clan dei Mariano è stato in guerra prima con i Faiano (i Di Biasi), e poi con l’Alleanza di Secondigliano agli inizi degli anni novanta per il controllo dei Quartieri Spagnoli. Dopo la scissione di Salvatore Cardillo (soprannominato “Beckenbauer” per la sua somiglianza con il calciatore tedesco) ed Antonio Ranieri (soprannominato “Polifemo”, assassinato nel 1999), che non condividevano i metodi di spartizione dei fratelli Ciro e Marco Mariano, scoppiò una faida interna al clan che culminò con la famosa due giorni della “Malapasqua”, tra il venerdì santo ed il sabato santo del 1991, durante i quali furono uccise 4 persone e 3 rimasero ferite, tutte innocenti, nel giro di 24 ore. L’origine della faida, secondo la ricostruzione dei magistrati, risalirebbe proprio al 24 marzo del 1991, domenica delle palme, in un agguato operato da Paolo Russo e da suo cugino Paolo Pesce, entrambi affiliati agli scissionisti Cardillo-Ranieri, nel tentativo di uccidere Vincenzo Romano (allora considerato il braccio destro di Ciro Mariano), riuscirono a colpire a morte solo il suo autista, Ciro Napoletano, mentre Vincenzo Romano, ferito, sopravvisse all’agguato. L’episodio scatenò una reazione cruenta dei Mariano nei giorni immediatamente successivi. Il 29 marzo, i killer agli ordini dei Picuozzi, il clan di Ciro Mariano, entrarono in azione decisi fino in fondo a punire i ribelli capeggiati dagli ex affiliati di spicco Beckembauer e Polifemo. I sicari tesero un agguato a Sant’Anna di Palazzo, nei pressi di via Chiaia, ma invece degli scissionisti i killer dei Mariano spararono e uccisero tre persone che con la malavita organizzata e con la guerra allora in atto ai Quartieri non avevano nulla a che fare. Sotto i colpi di mitragliatori di fabbricazione israeliana furono assassinati Umberto Esposito, 30 anni, Carmine Pipolo, 34 e Luigi Terracciano 37, amici di vecchia data che stavano andando a giocare a calcetto. Il primo a cadere fu Esposito, residente in via Nardones, incensurato, impiegato in un negozio di ricambi per auto. Gli altri due, Terracciano, residente in via Gradoni a Chiaia, di professione tassista e Pipolo, l’unico dei tre con precedenti penali, impiegato in un laboratorio di pellicceria, tentarono la fuga, ma vennero ugualmente raggiunti da una sventagliata di mitra. Una quarta persona, Antonio Vivace, 43 anni, macellaio, si precipitò fuori dal negozio e col suo corpo fece scudo al figlio che si trovava proprio sulla traiettoria dei proiettili. L’uomo fu ferito allo stomaco, ma se la cavò. Dopo la strage, la risposta degli scissionisti capeggiati da Beckenbauer e da Polifemo non si fece attendere. Il giorno dopo, il 30 marzo, in via San Cosma fuori Porta Nolana, i killer agli ordini dei capi della scissione, ingaggiarono una sparatoria con 4 affiliati ai Mariano. Anche questa sparatoria, come quella del giorno precedente, si concluse con la morte di un innocente, l’agente di polizia libero dal servizio Salvatore D’Addario. Il poliziotto gettatosi nella mischia di revolverate, nel tentativo di fermare i killer dell’una e dell’altra fazione, venne ferito gravemente. Morì dopo una settimana trascorsa tra la vita e la morte in un letto d’ospedale.

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