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18 maggio 1990: agguato al Rione Sanità. La camorra uccide Nunzio Pandolfi, un bambino di due anni

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
18 Maggio, 2017
in Da Sud a Sud, In evidenza
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18 maggio 1990: agguato al Rione Sanità. La camorra uccide Nunzio Pandolfi, un bambino di due anni
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vittime-mafia Napoli, 18 maggio 1990 – Nel Rione Sanità, si consuma un agguato in cui perde la vita anche Nunzio Pandolfi, un bambino di 2 anni. Nunzio era in braccio al padre, Gennaro Pandolfi, di 29 anni, quando i killer fecero irruzione nella loro abitazione uccidendolo con colpi di arma da fuoco alla testa.

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Il padre di Nunzio, Gennaro, secondo le indagini è autista dei Giuliano e la sua uccisione si colloca in una fitta spirale di omicidi che in quegli anni animano la faida con i clan di Secondigliano.

Il 9 giugno 2009, la V Corte di Assise di Napoli condanna all’ergastolo Luigi Giuda, nel ruolo di organizzatore e Giuseppe Mallardo, nel ruolo di mandante dell’omicidio del piccolo Nunzio. Già condannati all’ergastolo, invece, gli esecutori materiali del delitto.

Nunzio era troppo piccolo per comprendere quanto stava accadendo, ancor più ignorava l’esistenza della camorra e perché il suo nome si sia aggiunto al sempre più fitto elenco delle vittime innocenti della criminalità.

I killer di quell’agguato vennero arrestati in tempi record e condannati all’ergastolo. I mandanti, invece, sono nomi noti della camorra degli anni Ottanta-Novanta che vengono fuori a distanza di tempo.

Per i pm della Direzione Investigativa Antimafia Paoli Itri e Sergio Amato a decidere l’omicidio di Gennaro Pandolfi, trentenne autista del boss di Forcella (oggi collaboratore di giustizia) Luigi Giuliano furono: Gennaro Licciardi, capo poi deceduto in carcere dell’ Alleanza di Secondigliano; Luigi Guida detto ‘o ndrin della Sanità, Giuseppe Mallardo, fratello del boss Francesco di Giugliano. Mallardo e Guida sono già in carcere a scontare altre condanne.

Quel giorno, il 18 maggio 1990, Gennaro Pandolfi era tornato a casa dopo un periodo di degenza in ospedale. Era stato investito, per un lungo periodo rischiò di perdere una gamba, ma poi le sue condizioni di salute migliorarono. E il giorno del suo rientro in vicoletto San Vincenzo alla Sanità la famiglia aveva organizzato una festa a sorpresa. I saluti, i brindisi, il piccolo Nunzio viene preso in braccio da papà. Fu allora che arrivarono i killer e uccisero padre e figlio.

Oggi, Nunzio avrebbe 29 anni. Una vita distrutta prima ancora di cominciare, privata della possibilità di scegliere un destino diverso, condannata dalla camorra e dal sangue che scorreva nelle sue vene.

Una storia di feroce violenza che spinse don Franco Rapullino, parroco di Santa Caterina a Formiello, a dire durante l’ omelia: «Fujtevenne ‘a Napule».

Condannati all’ergastolo per il duplice omicidio di Gennaro Pandolfi e di suo figlio Nunzio, in appello, i boss Giuseppe Mallardo e Luigi Guida sono invece stati assolti. La decisione è stata presa dalla III corte di assise d’appello (presidente Omero Ambrogi) che ha accolto la richiesta del sostituto procuratore generale Gerardo

Decisive, per ribaltare la sentenza, le incongruenze rilevate nelle dichiarazioni dei due pentiti che accusavano Mallardo e Guida: Luigi Diana e Luigi Giuliano.

Diana, boss dei casalesi, aveva raccontato in particolare di aver preso parte alla riunione nel corso della quale si decise di uccidere Pandolfi; in quel periodo, infatti, era in corso uno scontro tra il clan Giuliano, cui la vittima era legata, e l’Alleanza di Secondigliano, di cui facevano parte anche i casalesi. Presi parte all’incontro, racconta Diana, in sostituzione di Francesco Bidognetti, che era detenuto: è stato invece accertato che Bidognetti in quel periodo era libero. Incertezze anche nel racconto di Luigi Giuliano, mentre Luigi Guida, a sua volta diventato collaboratore di giustizia, pur avendo confessato altri gravi delitti ha sempre smentito di aver preso parte all’organizzazione dell’omicidio Pandolfi.

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