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21 novembre 2004: la camorra tortura e uccide la 22enne Gelsomina Verde

Redazione Napolitan di Redazione Napolitan
21 Novembre, 2017
in Da Sud a Sud, In evidenza
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21 novembre 2004: la camorra tortura e uccide la 22enne Gelsomina Verde
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gelsomina-verdeNapoli, 21 novembre 2004 – Gelsomina Verde è una ragazza di 22 anni e viene barbaramente uccisa durante la faida di Scampia.
Gelsomina, operaia in una fabbrica di pelletteria che nel tempo libero pratica volontariato, anche con i detenuti, aveva avuto una relazione con un ragazzo appartenete al clan degli scissionisti. Questo legame sentimentale si era interrotto alcuni mesi prima, ma ciò non è bastato a tenere fuori dalle logiche della camorra quella ragazza innocente.
Sul mio corpo della giovane rimasero scalfiti i segni della violenza inumana che le fu inferta: pugni e dai calci, i polsi spezzati, le dita frantumate, così come le caviglie. Poi un colpo di pistola alla nuca, al quale fecero seguito altri due. L’autopsia svelò l’atrocità che Mina, così la chiamavano amici e parenti, aveva subito, anche se il corpo fu bruciato all’interno dell’auto della giovane, per cercare di occultare i segni di quella barbarie e delle torture che le erano state inferte.
A Napoli nel 2004 era scoppiata la faida di Scampia. Il clan Di Lauro, che controllava il ricco mercato della droga, si contrapponeva agli “sciossionisti”, chiamati anche “spagnoli” per via del loro capo, Raffaele Amato, latitante a lungo in Spagna.

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L’arresto di Paolo “Ciruzzo o ‘Milionario” Di Lauro fa si che i figli Vincenzo, Marco e Cosimo, diventino i nuovi capi dell’organizzazione. L’allora braccio destro di Paolo, Raffaele “o ‘Lello” Amato, viene di fatto estromesso dagli affari, anche per via della latitanza.

Questi si allea con altri clan di Secondigliano-Scampia e dà il via ad una guerra, con omicidi giornalieri, che in poco tempo porta alla morte di centinaia di persone.

È in questo contesto che vive Gelsomina, che con la Camorra non ha niente a che fare.
Gli omicidi, il sangue, la reazione al contrario della folla – che scende a protestare contro le forze dell’ordine quando si arrestano i presunti camorristi. Questa purtroppo è anche la realtà sociale prodotta dal crimine organizzato.

Qualche anno prima aveva avuto una storia con Gennaro Notturno che, dopo i primi reati, entra a far parte della Camorra. È allora che Gelsomina lo lascia. Non fa per lui. Gennaro invece vuole fare carriera criminale come il fratello, Vincenzo. Entrambi sono degli “scissionisti”.

Quando scoppia la faida e Gelsomina fa volontariato in carcere, conosce i camorristi dietro le sbarre, sono tutti figli dello stesso territorio. Conosce Pietro Esposito, chiamato anche “o ‘Kojak” per via della testa rasata come l’attore nel Telefilm omonimo.

È lui che, quando esce dal carcere grazie all’indulto, la chiama perché si devono vedere. In realtà è una trappola ordita da Ugo De Lucia, spietato killer del clan Di Lauro. Non a caso De Lucia è conosciuto come “o Mostro”, Gelsomina sa chi è Ugo e ne ha paura.

Aveva fatto da babysitter a suo nipote, come pure per i figli di Esposito. Che la contatta. Il motivo è semplice: devono chiederle se sappia dove sia Gennaro Notturno. Lei non lo sa. E comunque non parla. Non avrebbe mai condannato a morte un ragazzo per cui ha provato amore.

Gelsomina viene picchiata selvaggiamente, uccisa con tre proiettili alla testa, il corpo bruciato all’interno della sua Fiat Seicento, quasi nuova, che sua madre precaria e suo padre operaio le avevano comprato.

O Mostro sa che uccidere una donna così avrebbe potuto scatenare la reazione popolare. Per questo la brucia. Cerca di nascondere le torture che le ha inferto.

Il 26 novembre Pietro Esposito viene arrestato a Scampia. Cerca di scagionarsi dalle accuse di aver ucciso Gelsomina, ma la sua versione dei fatti non regge.

Si pente: “Io sono un mariuolo, non un camorrista” e inizia a raccontare tutto. Ugo De Lucia, il killer, però non si trova. È scappato in Slovacchia, protetto dalla fitta rete di napoletani amici e complici. Il 23 febbraio 2005 viene arrestato. Ha ventisei anni, i capelli rasati e un giubbotto di pelle nera. Non dice nulla alla polizia che gli mette le manette e lo riporta in Italia.

Al processo De Lucia viene condannato all’ergastolo. Sei anni invece vengono inflitti a Pietro Esposito. Risulta molto più complesso, invece, stabilire chi ha ordinato a Ugo De Lucia di sequestrare e torturare la ragazza.

Al processo i genitori di Gelsomina hanno dovuto ripercorre la morte della propria figlia. Hanno pianto ancora. Hanno ascoltato i nuovi pentiti accusare Cosimo Di Lauro, soprannominato “O Barone”. Questi è stato condannato in primo grado all’ergastolo. Ma non in secondo. E la Cassazione lo ha ritenuto infine non colpevole.

Dopo la sentenza di primo grado, Cosimo Di Lauro ha risarcito con 300 mila euro la famiglia Verde, che ha poi deciso di non costituirsi parte civile nei successivi gradi di giudizio. Un’ammissione di colpevolezza non comprovata dalla magistratura. La Camorra ha trovato comunque il modo per imporre la sua “giustizia”.

Tags: camorraclan di laurofaida di scampiagelsomina verdenapoliscissionistivittima innocente della criminalità
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