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Camorra Ponticelli, ecco cosa si nasconde dietro il mancato pentimento di Tommaso Schisa

di / 0 Commenti / 1794 Visite / 4 novembre, 2019

14237583_314097605607360_3823671500434667107_n Un mese segnato da uno scossone che ha rischiato di generare il terremoto che avrebbe stravolto gli equilibri camorristici di Napoli est, terminato sulla scia di un sussulto analogo che sembra farsi nuovamente spazio tra i palazzoni del Lotto O di Ponticelli: questo il riassunto dei “dati sismici” che la camorra ha fatto registrare nel corso del mese di ottobre.

Come un fulmine a ciel sereno, veloce come un lampo, all’inizio del mese di ottobre, si diffuse la notizia del possibile pentimento del 28enne Tommaso Schisa, figlio della “pazzignana doc” Luisa De Stefano e dell’ex fedelissimo dei Sarno Roberto Schisa,  condannato a 13 anni di reclusione lo scorso luglio.

Quello di Tommaso Schisa, detto “o’ muccusiello”, sembra un destino già scritto, marchiato con i fregi della famiglia camorristica vecchio stampo, servile e devota a onori ed oneri della malavita. Cresciuto senza padre, poichè Roberto Schisa fu inguaiato dalle dichiarazioni rese dai fratelli Sarno, passati dalla parte dello Stato e per questo condannato a diversi anni di carcere. La “pazzignana” Luisa De Stefano, da brava “mamma-camorra”, ha portato avanti la famiglia e al contempo ha curato gli interessi dell’organizzazione che dopo diversi anni di ristrettezze, trascorsi alla mercè di clan meglio equipaggiati in termini di soldi, uomini ed armi, è tornata alla ribalta grazie all’alleanza con altri clan in rovina di Napoli est, come i De Luca Bossa, acerrimi nemici negli anni in cui Roberto Schisa e i Sarno dominavano la scena camorristica, tant’è vero che nell’attentato ordito da Tonino ‘o sicco per uccidere il boss Vincenzo Sarno, perse la vita il nipote Luigi Amitrano, imparentato anche con “le pazzignane”.

Dal suo canto, Tommaso aveva 25 anni quando nel settembre del 2016 fu arrestato dai carabinieri di Marigliano, in esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal tribunale di sorveglianza di Napoli.
Un arresto che scaturì dall’aggravamento della libertà vigilata a cui Schisa era stato sottoposto dal dicembre 2015, quando fu scarcerato dopo un periodo di detenzione in carcere per omicidio: nel novembre del 2007, appena 16enne, venne condannato a 16 anni di reclusione per aver ucciso a sangue freddo Umberto Improta, un ragazzo di 27 anni, vittima innocente della criminalità, al culmine di una lite insorta per futili motivi all’esterno di un bar di San Giorgio a Cremano, tra i rampolli del clan Sarno e un gruppo di ragazzi, estranei alle dinamiche camorristiche.

Una vita segnata da reati efferati e da un’assidua frequentazione delle carceri che, al cospetto dell’ennesima condanna, ha indotto il giovane ad optare per una soluzione clamorosa: diventare collaboratore di giustizia, per poi ritrattare. 

Com’è possibile che il giovane rampollo di una famiglia camorristica, cresciuto nel rispetto del codice d’onore della camorra, possa aver preso seriamente in considerazione la possibilità di allearsi con lo Stato?

La chiave di tutto è la madre del giovane Schisa: Luisa De Stefano, di recente condannata all’ergastolo per l’omicidio Colonna-Cepparulo, insieme ad altre 7 persone ritenute contigue al sodalizio camorristico tra diversi clan di Napoli est. 

Una condanna pesante come un macigno per un figlio che, dietro le sbarre, matura la consapevolezza di non poter condividere mai più la quotidianità insieme a sua madre.

A far leva sulle debolezze del giovane Schisa sarebbe stato un parente, una persona di cui il giovane si fida ciecamente e che ha architettato questo piano sperando di ricongiungere la famiglia, inducendo il giovane a pentirsi, sicuro del fatto che la “pazzignana” avrebbe ragionato sulle motivazioni alla base della decisione di Tommaso e non solo le avrebbe comprese, ma le avrebbe anche condivise.

Così non è stato.

Da vera donna d’onore, Luisa De Stefano ha condannato quella scelta, al pari degli altri parenti, fedelissimi alle regole del “sistema” che hanno fin da subito indotto il giovane a ritrattare. 

“Si sarebbe impiccata pur di fare un dispetto al figlio, ma non si sarebbe mai pentita”: chi conosce bene “la pazzignana” Luisa De Stefano, la descrive come una vera ed irriverente donna d’onore e sintetizza così il passo falso di Tommaso Schisa, forse troppo ingenuo o forse disperato ed esasperato dalla condizione di ristrettezze economiche in cui vive da quando il clan di famiglia sta attraversando l’ennesima fase di declino.

Il sogno di una vita normale semplificato dal programma di protezione che avrebbe ricongiunto la “mamma chioccia” del Rione De Gasperi di Ponticelli ai suoi figli è un’ipotesi che non troverà mai riscontro nella realtà, per espressa volontà della De Stefano che anche da ergastolana, con la semplice forza delle idee, è riuscita a redarguire e ridimensionare la volontà del figlio. Appare scontato che, laddove “la pazzignana” avesse appoggiato la decisione del figlio, addirittura pentendosi a sua volta, i familiari che hanno rifiutato il programma di protezione al cospetto del pentimento del giovane Schisa, avrebbero assunto tutt’altro atteggiamento.

Il giovane Schisa ha infatti compreso che se fosse passato dalla parte dello Stato, avrebbe letteralmente perso sua madre, oltre che ogni forma di legame con la sua famiglia, tant’è vero che la moglie e la sorella hanno rifiutato il programma di protezione, inviandogli così un segnale forte ed inequivocabile. 

Dinanzi alla prospettiva di una vita da “rinnegato”, Tommaso Schisa ha rivisto le sue decisioni e ha scelto di ritrattare, seppure nei giorni in cui tra i palazzi decrepiti del Rione de Gasperi si era diffusa la notizia del suo pentimento, gli interpreti della malavita ponticellese hanno vissuto momenti di autentica tribolazione. Anche se il primogenito della “pazzignana” è residente a Marigliano e di fatto più addentrato nelle dinamiche camorristiche del clan di Luigi Esposito detto “o’ Sciamarro”, ad impensierire i clan alleati di Napoli est non erano tanto le possibili informazioni in possesso del giovane Schisa in relazione alle attività dell’organizzazione capeggiata dalla madre, ma le conseguenze che il suo gesto avrebbe sortito sulle personalità più “deboli” della cosca, attualmente detenute e che per vendetta o per esasperazione, avrebbero potuto emulare il suo gesto.

Ad impensierire la camorra di Napoli est è soprattutto la condizione di Anna De Luca Bossa, sorella di Tonino ‘o sicco e lady camorra del clan del Lotto O di Ponticelli, condannato all’ergastolo insieme a Luisa de Stefano che già in passato aveva palesato la volontà di pentirsi, per poi ritrattare, convinta anche lei dai parenti.

Tuttavia, la temuta conseguenza del “pentimento a metà” di Tommaso Schisa, di fatto, c’è stata:  Raffaele Romano, detto “Lelè”, fedelissimo dei Minichini-De Luca Bossa è passato dalla parte dello Stato. 

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