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Rapporto di coppia, i consigli del sessuologo: cosa d’intende per “prendersi cura del partner”?

di / 0 Commenti / 234 Visite / 29 luglio, 2020

c_2_fotogallery_3006195_7_imageInvestire tempo, sentimenti ed energie per costruire un rapporto di coppia solido, stabile e soprattutto duraturo rappresenta una delle imprese più ardue da compiere per gli eroi comuni del terzo millennio.

Lo confermano le statistiche su separazioni e divorzi, oltre al malcontento comune nel quale quotidianamente a ciascuno di noi capita di imbattersi: a quanti sarà capito di accogliere gli sfoghi di un amico che lamenta carenze e lacune nel rapporto di coppia?

Per arginare il problema e fornirvi i consigli migliori per vivere al meglio il rapporto con il partner, abbiamo chiesto supporto ad Emanuele Giuseppe Adiletta, dottore in scienze e tecniche psicologiche e terapista sessuale, attualmente impegnato nel promuovere e normare in Campania la figura del Sex Worker con il centro di Ricerca e Formazione in Medicina e Psicologia, credendo fermamente che la sessualità è un diritto inalienabile dell’uomo, che ci spiegherà come ambire ad un rapporto stabile e duraturo.

Gli abbiamo posto una domanda apparentemente semplice, ma che in realtà cela una serie di insidie: cosa s’intende per prendersi cura del partner?

“Prendersi cura dell’altro è un concetto che si esprime in un processo complesso che fonda le sue radici nella volontà di assumersi  una responsabilità in una comunione tra le parti . In quest’ottica la cura è sia un impegno che la persona prende consciamente sia il prodotto della cultura sulla persona stessa. La cura è un processo razionale proprio come il  diniego, lo scarico delle responsabilità. Attenzione: quando ci si prende cura di qualcuno, non si tratta di sentirsi in obbligo nei confronti della persona, dell’animale o della pianta in questione, fa parte di quella che viene definita Weltanschauung  –  concetto che indica la propria visione del mondo e  di conseguenza come ci si rapporta al mondo stesso – e che ben spiega perché alcune persone intervengono vedendo un persona o un gattino  in difficoltà, mentre altre, invece, scelgono di proseguire sulla loro strada.

La cura dell’altro può nascere da un senso del dovere? Assolutamente sì  e questo nell’eccesso è sbagliato, perché se è normale sentirsi in dovere di ripagare alcune attenzioni ricevute, soprattutto in momenti di bisogno, risulta invece essere disfunzionale sentirsi legati all’obbligo di dover rispondere necessariamente ad una cura ricevuta. La differenza tra una nutriente cura e l’obbligo di curare risiede nella consapevolezza di quanto ricevuto e di quanto si sta facendo.

Curarsi dell’altro – che non deve essere un altro generico, ma uno specifico altro – permette di creare una linea di credito positivo in cui l’investimento nel bisogno permetterà poi di far sì che la sensazione di benessere sperimentata sia motivo di altri investimenti da parte del ricevente verso altre persone, non solo per un eventuale tornaconto. Ci si può chiedere quindi se il prendersi cura di qualcuno sia un atto egoistico che prevede un eventuale tornaconto in termini non solo economici, ma anche di disponibilità e fiducia. Non esiste un atto che venga eseguito senza ricevere qualcosa che sia nutriente per sé, allora se l’egoismo risiede nella sensazione di benessere sperimentata in seguito ad un atto di cura è bene che tutti siano un po’ più egoisti dato che star bene nel diniego di una responsabilità è molto più criticabile dalla nostra società .

E’ possibile comprendere quanto sto esternando pensando ai donatori di sangue. Non esiste una specifica persona a cui donare, ma si dona e basta. La sensazione di benessere che ne deriva non si ottiene, quindi, dal ricevere un grazie, ma dalla semplice idea di aver fatto del bene. Un pensiero semplice che mira all’assenza del bene. Prendersi cura dell’altro, nello specifico del proprio partner vuol dire annaffiare la pianta di cui ci stiamo nutrendo, vuol dire renderla più bella e più forte, questo processo è dinamico e non indirizzato solo all’altro, ma anche a se stessi ed alla coppia stessa, quindi è bidirezionale. Ci sono due piante da annaffiare, quindi, una sei tu che stai leggendo questo articolo, l’altra è nella relazione che ti fa star bene. Si tratta di focalizzarsi su delle proprietà che consentono alla persona di espandersi, di creare la realtà che la fa star bene. La relazione è questo: l’obbligo verso se stessi, verso la realtà che ci fa star bene consentendo la crescita propria e dell’altro. L’amore è allora quell’atto che da origine alla costruzione del proprio mondo nella condivisione reciproca di un solo enorme obiettivo: costruire quella parte della propria vita in cui la propria anima può abbracciare un’altra.

Ci sono delle domande fondamentali a cui bisogna rispondere e alle quali spesso presi ritmi frenetici del quotidiano non si presta attenzione:

STAI ASCOLTANDO?

STAI CAPENDO?

SEI PRESENTE?

STAI RISPONDENDO IN MANIERA ADEGUATA ?

La bellezza di queste domande risiede nella loro universalità, basta capovolgerle su se stessi per capire se nella condizione in cui ci trova si sperimentare un benessere pieno e soddisfacente.

MI SENTO ASCOLTATO?

MI SENTO CAPITO?

TI SENTO PRESENTE?

MI SENTO RISPOSTO IN MANIERA ADEGUATA?

 

Naturalmente queste domande non sono solo ciò di cui la pianta ha bisogno per diventare ciò che in potenza è, ma sono quel fertilizzante e quell’insetticida che permette di comprendere prima che vi siano fratture importanti, se qualcosa deve essere cambiato.

E’ giusto spendere qualche parola sull’ultima domanda, in quanto di significato molto ampio. Rispondere in maniera adeguata vuol dire sapere quando bisogna cercare una risposta, ovvero un atteggiamento che sia una sintesi tra i bisogni, le motivazioni di entrambi i partner e quando andare oltre i propri. Questa è la tipologia di riposta che possiamo chiamare come oltre il limite, perché si risponde, si adotta un atteggiamento che sia solo e soltanto nell’interesse dell’altro. Superare il limite della prospettiva monopersonale permette di entrare nella prospettiva relazionale ed in questo stato che il soggetta afferma e comunica la sua capacità di costruire rapporti con l’altro in cui esprime il riconoscimento dell’identità e dell’individualità dell’altro al tempo stesso, essendo una persona che si dà all’altro senza essere: vivere per l’altro permettendo di aprirsi all’altro come dono, essendo quella diversità che alimenta la crescita, come volontà di dedica, creando la reale esperienza del noi nell’essere sempre due. Questa distinzione è importante perché differenzia sempre all’interno della relazione le due entità in maniera tale che non si collochino tra i rapporti dipendenti o simbiotici  e quindi disfunzionali.”

 

 

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