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Camorra Ponticelli: le incongruenze che emergono dalla ricostruzione dell’agguato di Rolletta

di / 0 Commenti / 1305 Visite / 6 novembre, 2020

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Incongruenze e contraddizioni avvolgono la dinamica dell’agguato compiuto lo scorso lunedì 2 novembre a Ponticelli, quartiere della periferia orientale di Napoli.

L’ultimo fragoroso sussulto della faida in corso per il controllo delle attività illecite del quartiere geograficamente più esteso e densamente più popolato del capoluogo campano. Da quel giorno, i Casella in rotta con gli “XX”, i giovani eredi del clan De Micco-De Martino, hanno interrotto il botta e risposta a suon di spari che teneva banco da circa un mese ed iniziato con l’agguato in cui rimase ferito Rodolfo Cardone, nel rione Incis, zona di pertinenza degli XX.

Una guerra entrata ancor più nel vivo in seguito agli arresti che hanno decretato il declino dell’era dei De Luca Bossa, generando così un vuoto di potere che ha fatto gola ad entrambe le compagini.

Gli “XX”, dal loro canto, hanno replicato all’agguato subito ferendo un pezzo da 90 del clan Casella: Luigi Aulisio detto Alì, cognato dei fratelli Casella. 

Un agguato che non ha semplicemente procurato una ferita alla schiena ad Alì, tornato nuovamente ad occupare la sua collocazione all’interno del clan di famiglia dopo qualche giorno di convalescenza, ma che ha soprattutto inferto un duro colpo all’orgoglio dell’organizzazione camorristica di via Franciosa, proprio perchè quel proiettile ha raggiunto “un intoccabile” o meglio una figura del clan che fino a quel momento era ritenuta essere tale. Seppure l’agguato fosse nell’aria e i fratelli Casella si aspettavano la replica degli “XX”, tant’è vero che vivevano da segregati in casa già da qualche tempo, quell’agguato ha colto tutti di sorpresa, Aulisio in primis. Un’azione talmente eclatante da aver indotto lo stesso Luigi Aulisio a diramare immediatamente la sua replica: poco dopo l’agguato, mentre era ancora al pronto soccorso dell’ospedale evangelico “Villa Betania”, in attesa di essere visitato, Luigi Aulisio ha infatti contattato la nostra redazione per rassicurare tutti circa il suo stato di salute.

“Sto bene, non mi sono fatto niente”: queste le parole di “Alì” che nei giorni successivi hanno assunto un significato sempre più chiaro e marcato. Fin dai primi istanti successivi all’agguato, Aulisio e i suoi cognati hanno cercato in tutti i modi di sminuire quell’azione criminale, seppure fosse palese, soprattutto agli occhi della collettività che i Casella abbiano accusato il colpo.

Nei giorni successivi, infatti, a tenere banco erano soprattutto le riunioni in strada, al calar del sole. Le figure apicali del clan davano l’impressione di ritrovarsi per ordire un piano e pianificare la controffensiva.

Di lì a poco, nel mirino dei Casella, molto probabilmente ci è finito un personaggio di spicco del clan “XX”: Rosario Rolletta detto friariello. Il 35enne, balzato già agli onori della cronaca nell’aprile del 2018, perchè ritenuto ai vertici del nuovo sodalizio che in quel periodo aveva praticato una serie di estorsioni ai commercianti del vesuviano, approfittando del vuoto di potere che si era generato in seguito al declino del clan De Micco e successivamente per effetto dell’arresto delle figure di spicco dei clan alleati di Napoli est.

Dalle indagini investigative condotte dalla polizia di Stato emerse proprio che Rolletta fosse parte integrante dell’organizzazione dedita all’attività estorsiva presentandosi ai commercianti per conto degli “amici di Cercola”.

I poliziotti, hanno accertato che l’organizzazione criminale, oltre alle attività legate allo spaccio di sostanza stupefacente ed all’usura, imponeva a molti spacciatori, non legati all’egemonia criminale, a pagare delle quote ai vertici del nuovo sodalizio.  Le attività usurarie venivano supportate anche attraverso minacce, mentre la vendita di stupefacenti, oltre che al minuto, veniva anche eseguita all’ingrosso e fuori dal Comune di Napoli.

Una carriera in ascesa, quella di friariello che ha iniziato a muovere i primi passi sulla scena camorristica come recluta del clan De Micco per conto del quale, in più di un’occasione ha fatto il “lavoro sporco”: era Rolletta ad acquistare le schede telefoniche dedicate dalla Lyca-mobile che durano 15-20 giorni, usate per le comunicazioni tra gli affiliati e solo ed esclusivamente per inviarsi sms. Nel caso in cui la risposta tardasse ad arrivare, i “Bodo” per sollecitare la risposta erano soliti farsi uno squillo, ma era tassativamente vietato telefonarsi con quei numeri.

E’ ancora Rolletta a disfarsi dell’auto usata dal commando di fuoco entrato in azione per uccidere Annunziata D’Amico, donna-boss dell’omonimo clan. Nell’auto usata per compiere l’omicidio, vi erano tracce di sangue di Antonio De Martino, esecutore materiale dell’omicidio, che si era ferito proprio nell’incidente mentre fuggivano, dandosi la pistola in faccia. Troppe tracce portavano all’esecutore materiale del delitto, per questa ragione la madre di De Martino ordinò la distruzione di quell’auto. Fu proprio Rosario Rolletta ad incendiarla, in via vicinale Ravioncello con l’aiuto di Rocco Capasso, oggi collaboratore di giustizia.

Originario di Pollena Trocchia, Rolletta ha compiuto 35 anni lo scorso 29 ottobre: giovane quanto basta per convergere tra le reclute chiamate a riscattare le sorti del clan De Micco-De Martino, anziano quanto basta per disporre dell’esperienza camorristica e della conoscenza delle dinamiche malavitose necessarie per guadagnare di diritto il titolo di elemento di spicco dell’organizzazione. Per questo motivo è lecito dedurre che i Casella per replicare all’agguato subito da Luigi Aulisio non hanno sparato nel mucchio, ma hanno indirizzato la pistola verso un bersaglio tutt’altro che casuale. Colpire un “pezzo da 90” del clan rivale per replicare all’affronto arrecato dal proiettile che ha ferito Luigi Aulisio: questa la logica che si cela dietro l’agguato che ha portato al ferimento di “friariello”.

Le varie incongruenze emerse nelle ricostruzione dell’agguato fornita dallo stesso Rolletta agli inquirenti, rafforzano questa tesi: il giovane avrebbe riferito di essere stato affiancato da una vettura, mentre transitava lungo via Argine, dalla quale sarebbe partito il colpo che lo ha ferito e che non sarebbe riuscito a riconoscere le persone presenti nell’auto. Il 35enne è giunto al vicino pronto soccorso di Villa Betania, poco distante dal luogo dell’agguato, con la sua auto.

Seppure Rolletta,quando è giunto in ospedale, oltre alla ferita da arma da fuoco al braccio, presentasse anche una vistosa ferita alla testa, più compatibile con un pestaggio che riconducibile un colpo di pistola. 

L’ipotesi più probabile è che i sicari siano giunti nuovamente nel Rione Incis, nei pressi del bar Royal, teatro dell’agguato di Cardone e luogo di ritrovo abituale delle reclute del clan “XX” e che sia nato un alterco con Rolletta, degenerato poi in un pestaggio. Il 35enne, quindi, si sarebbe dileguato in auto e raggiunto lungo via Argine dai sicari, sarebbe poi stato colpito dal proiettile che lo ha ferito.

Saranno le indagini in corso, supportate dall’ausilio delle immagini dei sistemi di videosorveglianza, a far luce sull’ultimo agguato compiuto a Ponticelli. 

Seppure da quel giorno sia subentrata un’anomala quiete, i segnali che giungono da entrambe le compagini è che l’equilibrio sia tutt’altro che raggiunto. In attesa di stabilire quale sarà il prossimo clan che conquisterà il controllo del quartiere, gli “XX” su un fronte e i Casella sull’altro, si limitano a curare i loro interessi nelle zone di rispettiva competenza. Senza dimenticare la presenza di un altro focolaio nel Rione Conocal.

 

 

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