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Il futuro… nei fondi di caffè

di / 0 Commenti / 23 Visite / 21 aprile, 2021

Per una volta, facciamoci alcune domande filosofiche: cosa ci tiene in vita? Per cosa ci alziamo al mattino? Per cosa arriviamo a sera? Le risposte potrebbero essere le più disparate, da quelle serissime (la famiglia), a quelle disperate (provare nuove slot ogni settimana), a quelle ironiche (l’inerzia dei corpi).

 

Una sola risposta, tuttavia, è sicuramente vera per la maggior parte di noi. Riflettete. La risposta è dentro di voi. A cosa pensate la mattina, appena svegli? Cosa vi permette di arrivare a sera senza andare in panne a metà giornata?

 

Una e sola è la possibile risposta: il caffè. Come potrebbe essere possibile la vita sul pianeta Terra senza caffè? Non lo sarebbe, e basta. Consapevoli di questo, bisogna riconoscere che nella parola “caffè” si riconoscono bevande anche molto diverse e assolutamente non intercambiabili, dal caffè americano che riempie una caraffa a quello turco nel bicchiere, all’espresso che occupa solo il fondo della tazzina.

 

L’espresso italiano, e napoletano in particolare, è noto in tutto il mondo e, dal 17 marzo scorso, questa affermazione ha un riscontro documentario importante. Il tavolo di lavoro UNESCO al Ministero delle Politiche Agricole e Forestali, infatti, ha inserito sia il rito dell’espresso tradizionale italiano che la cultura napoletana del caffè nell’inventario dei prodotti agroalimentari italiani.

 

Inoltre, il Ministero ha provveduto contestualmente a presentare le necessarie candidature al Comitato Nazionale dell’UNESCO, affinché il caffè nostrano diventi, come la pizza napoletana, patrimonio immateriale dell’umanità. Non che il riconoscimento internazionale abbia impedito alla città di Chicago, lo scorso 9 febbraio, di autodichiararsi su Twitter “Capitale mondiale della pizza” ma, nonostante questo, “carta canta”: la pizza ha viaggiato molto, ma fa parte del patrimonio italiano.

Viaggi e significati

 

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Ma come è arrivato l’espresso nei bar di Napoli? La bevanda a base di chicchi di caffè ha origini lontane, tra il Corno d’Africa ed il Sud della Penisola Arabica, anche se alcune fonti attribuiscono l’invenzione agli etiopi, altre invece agli yemeniti.

 

In ogni caso, furono le conquiste arabo-musulmane a diffonderla prima in Medio Oriente ed Asia Minore, e poi in Europa, attraverso i commerci, ma anche le guerre. Fu così che per arrivare in Italia la bevanda africana percorse un doppio corridoio: da un lato Venezia e le sue relazioni con il resto del Mediterraneo, dall’altro Vienna e le sue lunghe lotte con l’Impero Ottomano.

 

Per lungo tempo, tuttavia, il caffè rimase costoso ed esotico, e quindi di nicchia. Solo con la diffusione della coltivazione di caffè nelle colonie europee in Africa e nelle Americhe – e lo sfruttamento disumano degli schiavi nelle piantagioni – i prezzi si abbassarono e, al tempo stesso, la moda si diffondeva. Il caffè cominciava a farsi strada nelle case degli europei in generale e degli italiani in particolare, al punto che si dice che alla fine del XVIII secolo ogni città europea avesse ormai una sua sala da caffè – un bar.

 

A Napoli il caffè si diffuse non tanto come una moda gastronomica, quanto come una dichiarazione di intenti. Fu infatti la principessa austriaca Maria Carolina D’Asburgo Lorena, data in sposa al re Borbone, ad introdurlo alla corte borbonica, doveva stava a significare rottura con le idee conservatrici, che attribuivano alla bevanda addirittura la capacità di portare il malocchio, apertura all’illuminismo, al razionalismo, insomma a quanto di nuovo avveniva all’epoca nel resto d’Europa. Tutto in una tazza!

 

Era un caffè diverso, perché il percorso che dal caffè cotto o filtrato porterà all’espresso inizierà dopo, a metà Ottocento, e si concluderà solo nel 1938 con l’invenzione della macchina da espresso che conosciamo oggi. Anche se furono inventori piemontesi e lombardi a registrare i vari brevetti, l’esperienza ci insegna che nessun espresso è buono come quello napoletano. C’è chi dice che sia l’aria, o l’acqua, anche se più probabilmente, è la particolare tostatura dei chicchi. In ogni caso, non ha eguali e ora, anche i documenti cominciano a confermarlo.

 

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