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Le vere Scianel del clan D’Amico di Ponticelli: “Pure noi femmine ci mettiamo le pistole addosso e andiamo a sparare”

by / 0 Comments / 47536 View / 25 gennaio, 2022

Ciniche, calcolatrici, spietate, tatuate. Come gli uomini, più degli uomini. La versione al femminile del clan D’Amico di Ponticelli ben personifica il trend sempre più in ascesa delle “lady-camorra” o “donne-boss” che dir si voglia.

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Pioniera e leader indiscussa del clan dei “fraulella” – questo il soprannome degli affiliati che per suggellare l’appartenenza al clan D’Amico erano soliti tatuarsi questo nomignolo o una fragola – Annunziata D’Amico soprannominata “la passillona”.

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Sorella di Antonio e Giuseppe, boss fondatori del clan di famiglia, Annunziata rivendica con veemenza il suo diritto di ereditare il posto dei fratelli, in virtù di quel legame di sangue. Una soluzione che sovverte e rivoluziona l’assetto gerarchico del clan e che soprattutto rinnega le logiche impartite dal codice d’onore della malavita, secondo le quali il ruolo di reggente del clan di famiglia, in seguito all’arresto dei boss-fondatori, in assenza di altre figure di spicco maschili, doveva essere ricoperto da Salvatore Ercolani detto “Chernobyl”, il marito della “passillona”.

A riprova della sua forte ed insolente personalità, Annunziata D’Amico mette all’angolo suo marito e in più di una circostanza lo zittisce, anche e soprattutto in presenza dei vecchi uomini d’onore dell’area est di Napoli.

Ancor più, in seguito all’arresto di suo marito, “la passillona” radica nel parco Conocal, il rione-bunker del clan D’Amico, una struttura gerarchica in cui ad affiancarla nella gestione dei traffici illeciti sono le altre donne della famiglia. Le cognate, le sorelle, le donne del clan dei “fraulella” ricoprono i ruoli più importanti.

Annunziata D’Amico al timone, sua sorella Carmela e le cognate Anna Scarallo e Deliah Buonocore le armigere più fidate: un clan prettamente costituito da dark ladies, supportate da giovani reclute che in quelle donne vedono un “capo” da rispettare, ma anche una mamma da amare.

Una mistificazione di ruoli che affascina ragazzini, poco più che adolescenti, che fanno letteralmente a cazzotti per entrare nelle grazie della “passillona”. E’ soprattutto di loro che la donna-boss del clan D’Amico si serve per le operazioni più delicate. Inconsapevole di essere intercettata, Annunziata D’Amico impartisce ai suoi “guagliuncielli” lezioni sulle armi più appropriate da utilizzare, a seconda delle esigenze da soddisfare. Un deleterio e fuorviante mix di sentimenti ed intenzioni che permette alla “passillona” di indottrinare un esercito costituito da giovani leve pronte a dare la vita per servire ed assecondare i sogni di gloria di “mamma-camorra”.

Dalle “imbasciate” – messaggi intimidatori – consegnate ai rivali da ragazzini armati alle dozzine di piazze di spaccio radicate nel Conocal, molte delle quali gestite da bambini, fino alle liti tra i giovanissimi del rione per stabilire chi dovesse comprare le sigarette alla “passillona, la donna-boss del rione, venerata come una Madonna, rispettata come un boss, amata come una mamma.

“Pure noi femmine ci mettiamo le pistole addosso e andiamo a sparare. Noi non ce lo creiamo il problema”. A parlare é Delilah Anna Buonocore, moglie di Giacomo D’Amico.

Inconsapevoli della presenza di una microspia nell’abitazione della donna boss Nunziata D’Amico, le donne del clan raccontano senza filtri nè peli sulla lingua il modo in cui vivono, concepiscono ed interpretano la malavita.

Le dichiarazioni rese da alcuni collaboratori di giustizia, invece, concorrono a ricostruire altri agghiaccianti scenari: Delilah Buonocore avrebbe pestato la suocera di un pentito per costringerla a lasciare la sua abitazione nel rione Conocal.

 Non solo spaccio e traffici illeciti, le donne del clan D’Amico gestivano anche la compravendita delle case nel rione simbolo dell’egemonia dei Fraulella. Nel corso della faida contro i De Micco, la “passillona” non si fece scrupolo ad ordinare lo sfratto dei familiari di ex affiliati passati dalla parte dei rivali, seppure si trattasse di persone estranee alle dinamiche malavitose. Lavoratori umili ed onesti, costretti a pagare ad un prezzo altissimo i torti riconducibili ai loro parenti, vedendosi sottrarre la casa che, di contro, la D’Amico vendeva ai nuovi affiliati o ad amici e parenti di questi ultimi per svariate centinaia di euro.
Il controllo capillare ed ossessivo del Conocal, il suo rione, la ferma volontà di non capitolare al cospetto della forza egemone dei De Micco, l’irriverenza e l’arroganza che puntualmente palesava anche dinanzi ai vecchi uomini d’onore, quelli che esigono ossequioso rispetto: questi gli epic fail che hanno sancito la condanna a morte di Annunziata D’Amico, la prima donna-boss della storia camorristica di Napoli est, uccisa e giustiziata come un vero boss.
La donna fu sorpresa dai killer di ritorno dal carcere di Caserta, dove si era recata per far visita al primo dei suoi sei figli. Tradita dal cuore di mamma, la donna-boss del Conocal. Pur consapevole di essere finita nel mirino dei De Micco, la “passillona” praticamente non usciva più di casa, ma quel giorno, ha compiuto un passo falso, fornendo una ghiotta occasione ai rivali che, di fatto, mettendo la firma su quell’agguato eclatante sancirono la fine della faida.
I De Micco diventano così il clan egemone a Ponticelli e dopo l’assassinio della “passillona”, la gestione dei traffici illeciti del clan D’Amico passa nelle mani della cognata, Anna Scarallo, moglie di Tonino fraulella. Un nuovo assetto che perdura solo pochi mesi.
A giugno del 2016, un blitz dei carabinieri fa scattare le manette per più di 100 affiliati al clan D’Amico, tra i quali primeggiano i nomi delle lady-camorra. Ironia del destino, le manette sarebbero scattate anche per “la passillona”, se i killer del clan De Micco non avessero bruciato sul tempo le forze dell’ordine.

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