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Omicidio D’Onofrio: Mignano nega di aver tradito Carmine. Ecco le prove che lo inchiodano

di / 0 Commenti / 3704 Visite / 6 maggio, 2022

140837140_856747014898675_5103581495085421437_n-1Si dichiara estraneo ai fatti, Giovanni Mignano il 28enne attualmente detenuto e accusato di essere il soggetto contiguo al clan De Luca Bossa che, insieme a Carmine D’Onofrio, la sera dello scorso 28 settembre, piazzò un ordigno nei pressi dell’abitazione del boss di Ponticelli Marco De Micco e che due giorni dopo fu prelevato e condotto a casa di quest’ultimo, dove al culmine di un violento e serrato interrogatorio, fornì al boss il nome del suo complice.

In una missiva, scritta dal carcere di Secondigliano dove è detenuto dallo scorso 11 ottobre, e inviata alla nostra redazione da suo fratello, Giovanni Mignano professa la sua estraneità ai fatti, chiedendo un incontro con i magistrati, dichiarandosi disposto a sottoporsi ad una perizia fonica, pur di professare la sua innocenza. 

Un esame che, a suo avviso, basterebbe a sbugiardare le intercettazioni ambientali che hanno consentito agli inquirenti di ricostruire in toto il brutale interrogatorio avvenuto a casa del boss De Micco.

Va precisato che le prove a carico degli imputati, accusati a vario titolo dell’omicidio di Carmine D’Onofrio, sono state ritenute più che attendibili dal giudice del Riesame che lo scorso 27 aprile ha convalidato l’arresto del boss Marco De Micco e degli altri affiliati all’omonimo clan. Non a caso, Mignano invia la lettera in cui professa la sua innocenza, sostenendo di temere per la sua vita e per quella dei suoi familiari, due giorni dopo il verdetto del Riesame, in data 29 aprile.

Giovanni Mignano, detenuto presso il carcere di Secondigliano, dove divide la cella con Umberto De Luca Bossa, stimato essere l’attuale reggente dell’omonimo clan, nonchè cugino di Carmine D’Onofrio, probabilmente ignaro della mole di prove che confermano quei fatti, prova a sedare rabbia e paure allontanando l’ombra dei sospetti, consapevole del fatto che una possibile vendetta potrebbe celarsi dietro l’angolo.

Di seguito, tutti gli elementi che provano che sia proprio Giovanni Mignano l’affiliato al clan De Luca Bossa sequestrato e torturato dal boss De Micco che ha fornito il nome del suo complice al boss, decretando così la condanna a morte di Carmine D’Onofrio.

All’interrogatorio di Mignano partecipano attivamente, oltre a Marco De Micco, Giovanni Palumbo e Ciro Ricci, oltre alla madre del boss, Maddalena Cadavero. E’ proprio quest’ultima a fornire indicazioni utili ad identificare la vittima sottoposta ad interrogatorio, chiamandolo più volte per nome.

Ti devi pentire, ti devi pentire e io mi scordo di te – afferma Marco De Micco, annunciando l’intenzione di lasciarlo andare, una volta rivelato il nome del complice – ti ho visto nel video“. Il boss sollecita Mignano a fornire l’identità del complice, fingendo di essere in possesso di un video che ritrae i responsabili del raid indirizzatogli due giorni prima.

Ed è proprio Marco De Micco, in preda a quel vortice di rabbia e violenza, ad esternare una frase che non lascia spazi a dubbi circa l’identità del soggetto sottoposto ad interrogatorio: “Quel porco del padre, mi sembra”.

Chiaro ed inequivocabile, dunque, il riferimento a Giuseppe Mignano, soprannominato “Peppe scè scè”, ex gregario dei Sarno poi passato dalla parte dei De Luca Bossa quando Tonino ‘o sicco optò per la scissione. Un cambio di casacca che Mignano pagò con la vita, anche perchè fu identificato tra i responsabili dell’attentato stragista ordito da Antonio De Luca Bossa in cui perse la vita Luigi Amitrano, autista e nipote dei Sarno. L’intento degli ex alleati era quello di uccidere il boss Vincenzo Sarno, invece, l’esplosione prematura dell’ordigno piazzato nel ruotino di scorta dell’auto di Amitrano, provocò la sola morte del giovane nipote dei Sarno. A riprova del disprezzo che i Sarno nutrivano per Mignano, quando fecero irruzione nel suo appartamento nel Lotto O per ucciderlo, sul suo cadavere furono gettate delle banconote in senso dispregiativo.

La frase pronunciata da De Micco, in preda alla rabbia del momento, conferma l’identità di Giovanni Mignano, in quanto tra gli attuali affiliati al clan De Luca Bossa, non si riscontra la presenza di altri soggetti con lo stesso nome di battesimo, il cui padre possa essere riconducibile al contesto camorristico, ma lascia intravedere anche un altro scenario.

Quando Peppe scè scè fu ucciso dai Sarno, Marco De Micco aveva 18 anni e seppure ancora estraneo alle dinamiche malavitose era molto legato alla cosca del Rione De Gasperi. Tra l’attuale boss di Ponticelli e i figli dei boss dell’epoca intercorreva un forte legame d’amicizia. Un rapporto solido, molto solido e che a discapito dei decenni trascorsi, in preda all’impeto, ha portato De Micco a esternare tutto il disprezzo e il rancore nei confronti di Mignano senior, quando si è ritrovato a tu per tu con Mignano junior, come se quel tradimento lo avesse subito in prima persona, sulla sua pelle. Un dettaglio dal quale trapela anche l’attaccamento di Marco De Micco alla famiglia Sarno, malgrado il pentimento delle figure apicali del clan.

Anche dopo che Mignano ha fornito al boss l’informazione richiesta, limitandosi a fare  solo il nome del suo complice, senza fornire il cognome, De Micco continua a minacciarlo: “Come al padre va a finire eh! E lo faccio!”, mentre la madre del boss aggiunge: “Andate tutti quanti al carcere! Hai fatto l’uomo di merda Giovanni!”.

Inoltre, ad incastrare Giovanni Mignano sono principalmente i suoi parenti. Gli stessi che adesso invocano a gran voce “l’errore giudiziario”.

Dai dialoghi tra la madre e la sorella di Mignano emerge, ad esempio, il coinvolgimento di Emmanuel De Luca Bossa nei fatti culminati nell’omicidio del cugino Carmine: “Ho visto a Michela, l’innamorata di Chicco (soprannome di Emmanuel De Luca Bossa) – dice la sorella di Giovanni Mignano parlando con la madre – eh va bene quello per colpa di tuo marito hanno ucciso a sto povero ragazzo”.

Va bene, per, mi credi…questa esperienza è servita a Giovanni, solo che tengo il pensiero perchè se dovesse incontrare a quelli là, che ne so… detenuto anche è un casino“, afferma la madre di Mignano, parlando con la moglie del fratello, lo scorso 11 ottobre, il giorno in cui il figlio viene arrestato.

 

Le due si chiedono in quale carcere sia detenuto Umberto De Luca Bossa, cugino di Carmine D’Onofrio e reggente del clan nel quale Giovanni è confluito, malgrado per lungo tempo si fosse guadagnato da vivere andando a lavorare prima in una cornetteria e poi facendo il muratore.

Una ricorda che il rampollo di casa De Luca Bossa sia detenuto a Poggioreale, l’altra a Secondigliano.

Ma quello da un punto di vista è buono che – dice la mamma di Mignano alla nuora – …perlomeno, hai capito? (…) da un lato però ci…dico…dico, ti puoi fare i c***i tuoi!!!…. o vuoi scegliere questa vita!!!… decidi… facci sapere!!! cosa vuoi fare…. vuoi lavorare o vuoi fare “l’uomo di mezzo alla strada” (…) “io ora che vado – al colloquio – questo gli dico…. perlomeno, se vuoi fare l’uomo di mezzo alla strada fallo…. fallo, così non andiamo… non prendi in giro e vai a lavorare e poi … deciditi, cosa vuoi fare“.

Infatti anche Luigi (fratello di Giovanni) ha detto – aggiunge la cognata di Giovanni Mignano – che non deve mai negare, non deve mai negare perchè lo uccide ha detto”.

La conversazione prosegue e in riferimento ai giorni successivi all’assassinio di Carmine D’Onofrio, la madre aggiunge: “Quando stava qua gli dissi: ‘Giovanni ma che è?’… perchè io ormai non mi fido… non è che hai fatto qualcosa??”… mi disse….”mamma, secondo te io scendevo con la bambina?…”…vennero delle sue amiche alle undici di sera… “io scendevo così?”… per un lato, devo dire la verità, lo credo su questo…quello è, è pauroso…. perchè infatti…quando uccisero a quello, il giorno dopo…”…”no ora mi sono ritirato perchè è un po’ tardi e mi metto paura”…”

A fornire ulteriore conferma del fatto che Mignano sia l’autore dell’attentato indirizzato al boss Marco De Micco è la conversazione tra la sua madre e sua sorella, contestualmente alla divulgazione di un articolo pubblicato proprio sul nostro giornale online lo scorso 23 novembre dal titolo: “Carmine D’Onofrio tradito dall’amico di cui più si fidava” e del quale viene citato il seguente estratto:

Nessuno, se non gli inquirenti, potrà mai stabilire con assoluta certezza fino a che punto quella scoperta abbia spinto Carmine a cambiare vita e se la sua morte sia strettamente correlata alle logiche dettate dalla faida in corso. Tuttavia, fin dai giorni successivi all’agguato in cui il giovane ha perso la vita, tra le strade di Ponticelli serpeggia con insistenza una ricostruzione dei fatti ben precisa, secondo la quale Carmine sarebbe l’autore del raid indirizzato al clan De Micco.

Insieme ad un altro giovane, Carmine D’Onofrio avrebbe piazzato l’ordigno artigianale, esploso in via Luigi Piscettaro, nei pressi dell’abitazione del boss Marco De Micco, intorno alle 21,20 dello scorso 28 settembre. Un’esplosione che non ha arrecato alcun danno al ras dei “Bodo”, ma che ha ferito in maniera lieve una donna e il figlio 14enne, raggiunti dai frammenti di un vetro.

Uno “sgarro” che il giovane avrebbe pagato con la vita.

Tuttavia, persone vicine a Carmine, assicurano che la sera in cui esplose la bomba, il giovane fosse a casa del nonno a guardare una partita di calcio. Un alibi al vaglio degli inquirenti, fiduciosi del contributo che in tal senso potrà essere fornito dal telefono cellulare del giovane.

Ad indicare Carmine D’Onofrio come uno degli attentatori, consegnando di fatto la sua testa ai De Micco, sarebbe stato proprio l’amico che lo avrebbe aiutato a piazzare l’ordigno esploso lo scorso 28 settembre.

Il giovane, spaventato dalla “caccia all’uomo” avviata all’indomani del raid per punire i responsabili, avrebbe quindi deciso di consegnarsi spontaneamente all’attuale boss di Ponticelli per negoziare la sua vita in cambio di quella di Carmine.

Un’informazione preziosa che avrebbe consentito ai De Micco di pianificare l’agguato nell’arco di pochi giorni, forti dell’appoggio fornito da quel giovane, pronto a tutto pur di sopravvivere.

 

Nell’ambito della conversazione le donne si confrontano e sembrano maturare la consapevolezza che sia proprio Gianni la persona alla quale si fa riferimento nell’articolo.

Dal dialogo tra le due, inoltre, emerge chiaramente l’apprensione delle due donne circa un ipotetico piano di vendetta covato dai De Luca Bossa.

La figlia chiede alla madre: “E qualcuno della sua famiglia (De Luca Bossa) non lo sa chi è andato a mettere la bomba?”.

“Eh, ma questo ha detto Luigi, ha detto “Mamma, io non ho fiducia nemmeno di Chicco (Emmanuel De Luca Bossa) quando te lo dice?”, replica la madre.

Il fratello di Giovanni Mignano, inoltre, esterna la paura che il fratello “si possa trovare vittima di qualche agguato”, contattando la nostra redazione lo scorso 11 ottobre, contestualmente all’arresto di suo fratello.

In seguito alla pubblicazione di un articolo in cui veniva rispolverata la storia di Giuseppe Mignano, proprio nelle ore in cui veniva arrestato Giovanni, il fratello di quest’ultimo chiede con veemenza di cancellare quei contenuti:

“Prima di scrivere sciocchezze su mio padre e su mio fratello, informati prima bene sui fatti. Mio padre ha fatto la sua scelta di vita e non ha nulla a che fare con noi figli… sono 19 anni che mio padre non c’è più e quando è venuto a mancare noi eravamo solo dei bambini, quindi non ci ha potuto trasmettere nessuna indole camorristica anche perchè senza offesa tua sia la famiglia di mio padre che quella di mia madre sono tutte brave persone, quindi ti invito a cancellare il post che hai pubblicato in quanto sono solo fesserie. (…) Lei ha scritto cose non vere in riguardo alla mia famiglia e io mi sento in diritto di difenderla. (…) Impara a scrivere meglio, l’ho invitata a cancellare il post per via delle sciocchezze che ha scritto non essendo vero sulla questione di mio fratello, le ripeto mio padre ha fatto la sua scelta ed ha pagato con la VITA, ma ciò non vuol dire che mio fratello è un camorrista.”

Per poi tornare sui suoi passi nel giro di poche ore: “Le chiedo scusa per lo sfogo, ma ho solo paura che mio fratello si possa trovare vittima di qualche agguato a seguito della lettura dei vostri articoli. Mio fratello è un bravo ragazzo, lavora ed è solo colpevole di vivere in un brutto quartiere e di portare un cognome pesante.“

Perchè il parente di un soggetto appena arrestato teme per la sua incolumità, sapendolo in carcere? 

Sarà la magistratura, ancora una volta, a trovare una risposta a questo quesito.

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