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Ponticelli: il probabile movente dell’aggressione di Bruno Solla detto “Tatabill'”

Luciana Esposito di Luciana Esposito
3 Ottobre, 2017
in Cronaca, In evidenza
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Ponticelli: il probabile movente dell’aggressione di Bruno Solla detto “Tatabill'”
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E’ un’aggressione apparentemente avvolta in un alone di mistero, quella maturata ai danni di Bruno Solla, detto Tatabill’, il 53enne fratello di Salvatore Solla, detto “Tore ‘o sadico”, ucciso in un agguato nel Lotto O di Ponticelli nel dicembre del 2016, pochi giorni prima del Santo Natale.
Anche Bruno Solla, come suo fratello “Tore”, vanta un ricco curriculum criminale: associazione mafiosa, estorsioni e droga, l’esordio nel contesto malavitoso ponticellese nelle fila del al clan Sarno per poi convergere nel clan De Luca Bossa, nato dalla scissione ad opera di Antonio De Luca Bossa, detto “Tonino ‘o sicco”, che proprio nel Lotto O di Ponticelli imbastì il suo bunker, garantendo protezione ed alloggi ai suoi gregari.
E’ lì, nel rione-simbolo del potere ormai giunto al declino dei De Luca Bossa che è stato raggiunto da diversi colpi al petto e al torace, lo scorso dicembre, Salvatore Solla, mentre la scorsa settimana, come detto, suo fratello Bruno è stato aggredito e accoltellato da tre persone che gli hanno procurato gravi ferite, senza, però ridurlo in pericolo di vita.
Un’aggressione, brutale e violenta, che ha tutta l’aria di essere “una lezione” che vuole fungere da “avvertimento”.
L’episodio ha avuto luogo nel tardo pomeriggio del 26 settembre, intorno alle ore 19.30. La stessa vittima ha fornito agli inquirenti la sua versione dei fatti: sotto casa, in via Cleopatra, nel cuore del bunker dei De Luca Bossa, ha trovato tre persone ad attenderlo, tutte con il volto coperto. Da lì è scaturita l’aggressione con spranghe, terminata con l’accoltellamento. Tuttavia, Solla è arrivato al vicino ospedale “Villa Betania” solo alle 22 con mezzi propri. Solla ha riferito di essere stato accerchiato e picchiato da tre sconosciuti armati di spranghe e coltello, ma di non aver mai subito minacce. I medici gli hanno riscontrato un politrauma e una ferita d’arma da taglio al ginocchio destro.

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Nella zona che ha indicato come quella dell’aggressione, la polizia ha ritrovato effettivamente tracce di sangue.
Nell’ottobre del 2015, Bruno Solla è uscito dal carcere dopo aver scontato una pena di trent’anni. Proprio in quel periodo, i De Luca Bossa hanno cercato di rifondare il clan, beneficiando dell’appoggio e dell’alleanza delle carcasse di altri clan giunti nella periferia orientale per fuggire alla faida in corso nel centro storico di Napoli. L’omicidio di Raffaele Cepparulo, leader del clan dei Barbudos, avvenuto in un circolo ricreativo del Lotto O di proprietà dei De Luca Bossa, nel giugno del 2016, probabilmente, non fu un regolamento di conti attuato “in trasferta” dai killer del centro storico napoletano, ma un omicidio voluto dal clan De Micco, egemone a Ponticelli, proprio per stroncare le velleità delle giovani reclute dell’emergente sodalizio criminale che iniziava a dargli fastidio. Alcuni testimoni presenti nel circolo ricreativo in cui si consumò l’agguato, in effetti, riferiscono che i killer inseguirono e cercarono di uccidere, senza di fatto riuscirci, anche Umberto De Luca Bossa, giovane rampollo della famiglia, nonché figlio di “Tonino ‘o sicco”, finito nel mirino dei De Micco per la stessa ragione e sfuggito alla morte perché arrestato nel gennaio del 2017.
L’aggressione di Bruno Solla matura a pochi giorni di distanza dalla cattura dei quattro membri della banda che stava cercando di fondare un nuovo clan a Ponticelli, imponendo estorsioni agli imprenditori dei comuni limitrofi al quartiere della VI Municipalità.
Avrebbero, dunque, cercato di mettere in pratica una sorta di “ritorno al passato”, tentando di imporsi sotto il profilo camorristico nel territorio che per decenni fu in balia del clan Sarno. I quattro, tutti amici e uno finanche parente dei Solla, sono considerati dagli inquirenti vicini all’uomo, sotto diversi aspetti. I quattro pregiudicati che avevano tentato di mettere in discussione l’egemonia criminale dei Bodo sono: Massimiliano Baldassarre detto “a serpe”, 41enne napoletano già sottoposto alla misura della sorveglianza speciale, Francesco Sebeto, soprannominato “zainetto”, anche lui napoletano di 41 anni, Antonio Sbrescia detto “a cattiveria”, 26enne di Pollena Trocchia e Fiorentino Eduardo Mammoliti, detto “fiore” 24 anni, nonché nipote dei Solla.
Seppure il gip non abbia convalidato il fermo, i quattro sono in carcere perché raggiunti dall’ordinanza di custodia cautelare.
Con gli omicidi di Raffaele Cepparulo e Salvatore Solla, quindi, i Bodo avrebbero ridimensionato le velleità camorristiche del gruppo di fuoco che proprio in seguito alla scarcerazione dei fratelli Solla aveva tentato di rimettersi in piedi. Tuttavia, “i reduci” del clan, assai rimaneggiati anche dalla resa delle giovani leve che dopo la morte di Salvatore Solla hanno letteralmente deposto le armi, perchè consapevoli che la supremazia dei De Micco li avrebbe condannati a morte certa, hanno comunque provato a portare a termine il piano criminale.
La polizia, prima dei killer, ha stroncato “i sogni di gloria” del “nuovo clan”, mentre i De Micco hanno probabilmente completato l’opera mettendo a segno la brutale aggressione ai danni di Bruno Solla.

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