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Camorra Ponticelli: i De Luca Bossa a caccia di vendetta presidiano l’abitazione di Marco De Micco

di / 0 Commenti / 5767 Visite / 22 marzo, 2021

Non appena negli ambienti in odore di camorra del quartiere napoletano di Ponticelli si è diffusa la notizia della scarcerazione di Marco De Micco detto “Bodo”, i fedelissimi dei De Luca Bossa hanno immediatamente consegnato il loro personale “bentornato” al leader dell’omonimo clan. In prossimità dell’appartamento del 37enne, tornato in libertà da circa 3 giorni, si registra un vistoso ed incessante via vai di scooter, guidati dai reduci del clan De Luca Bossa. Delle vere e proprie ronde, in queste ore, presidiano l’abitazione di “Bodo”, tornato a Ponticelli dopo aver scontato una pena di 8 anni di reclusione. Al contempo, i fedelissimi dell’omonimo clan, amici e conoscenti, si stanno recando a casa De Micco per portargli i loro saluti. L’abitazione è sorvegliata anche da sentinelle del clan De Micco ed attenzionata dalle forze dell’ordine, ben consapevoli che Marco De Micco sia un “sorvegliato speciale” per un motivo ben preciso, riconducibile alla brama di vendetta covata da decenni dal cartello Minichini-De Luca Bossa.

Una vendetta nata il 28 gennaio 2013, la sera in cui i “Bodo” misero la firma su un duplice omicidio pesantissimo che ha sancito un doloroso punto di non ritorno, determinando delle dinamiche camorristiche che condizionano tutt’oggi le scelte e le strategie dei clan.

Erano gli anni dell’era post-Sarno e la rottura dell’accordo tra Giuseppe D’Amico e Michele Cuccaro e Marco De Micco sulla divisione dei proventi per gli affari illeciti, droga ed estorsioni generò una sanguinaria faida per il controllo del territorio tra i “fraulella” – questo il soprannome degli affiliati al clan D’Amico – e i De Micco.

Antonio Minichini e Gennaro Castaldi

Antonio Minichini e Gennaro Castaldi

La guerra tra le due compagini entra nel vivo proprio in seguito al duplice omicidio avvenuto la sera del 28 gennaio 2013 nel rione Conocal di Ponticelli. Nel mirino dei killer finiscono il 21enne Gennaro Castaldi, reale ed unico obiettivo dei killer, contiguo al clan D’Amico e il 19enne Antonio Minichini che, seppure estraneo alle dinamiche camorristiche è imparentato con due famiglie di primo ordine della malavita di Napoli est. Il 19enne è il figlio di Anna De Luca Bossa, figlia di Teresa de Luca Bossa – la prima donna detenuta al 41 bis – e sorella di Antonio De Luca Bossa, il sanguinario boss del Lotto O definito “macellaio” dai magistrati per sottolineare l’efferatezza degli omicidi di cui si è macchiato. Suo padre, invece, è Ciro Minichini, detto Cirillino, boss “vecchio stampo” ed alleato fedele di Antonio De Luca Bossa che ha avuto altri due figli nel corso di una relazione precedente: Alfredo e Michele, quest’ultimo diventerà uno dei killer più temuti della camorra vesuviana, proprio perchè intenzionato a vendicare la morte di quel fratellastro che tanto amava.

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Un amore viscerale quello che lega Michele detto tiger o ‘o tigre a suo fratello Antonio, tanto che dopo quella morte violenta e prematura decide di tatuarsi il suo volto su un braccio e sul petto, unitamente ad una frase in spagnolo dal significato piuttosto esplicito: “verrà il giorno della vendetta.”

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Una vendetta inseguita a lungo dai Minichini-De Luca Bossa e che ha rappresentato uno delle motivazioni che ha convinto le due famiglie camorristiche ad allearsi con gli Aprea di Barra e i Rinaldi di San Giovanni, oltre che con “le pazzignane” del Rione De Gasperi. Un sodalizio camorristico che, tra le tante cose, nacque con l’intento di scalzare l’egemonia dei De Micco a Ponticelli.

Tuttavia, i parenti del compianto Antonio Minichini non sono mai riusciti a vendicarsi dei De Micco che da quel giorno sono diventati i loro nemici più odiati, ma anche i più temuti. Costretti, inoltre, a vivere per svariati anni proprio in balia degli acerrimi rivali, malgrado il forte livore di vendetta che gli ribolliva nelle vene, in quegli anni i Minichini-De Luca Bossa non erano abbastanza forti per infliggere un colpo mortale ai “Bodo” e regolare così quel conto che pesa come un macigno nelle vite dei leader della camorra costretti a convivere con quel lutto.

Secondo quanto riferito dal pentito Domenico Esposito che partecipò all’agguato, gli esecutori materiali furono Gennaro Volpicelli e Salvatore De Micco, fratello di Marco. Motivo per il quale la sua scarcerazione ha riaperto quella ferita mai rimarginata, per giunta in uno scenario del tutto mutato rispetto a quello in cui maturò quell’agguato.

Seppure i D’Amico, di lì a poco risposero all’agguato uccidendo il giovane Alessandro Malapena, contiguo al clan De Micco, quell’omicidio non ha sedato il livore dei Minichini-De Luca Bossa per diverse ragioni. In primis, perchè non era stato eseguito direttamente da loro. In secondo luogo perchè hanno sbandierato ai quattro venti la volontà di uccidere un De Micco per pareggiare i conti.

L’omicidio di Castaldi e Minichini sancì, di fatto, una nuova era sul fronte camorristico ponticellese, dando ufficialmente il via ad una faida scoppiata per il controllo del traffico di stupefacenti e delle piazze di spaccio in tutta la zona e che vide i De Micco e i D’Amico contendersi il territorio.

Una faida proseguita fino a quando i De Micco non hanno messo la firma su un altro omicidio eclatante, quello della donna-boss Annunziata D’Amico, a capo dell’omonimo, avvenuto il 10 ottobre del 2015.

I De Micco hanno così consacrato la loro supremazia ed hanno dominato indisturbati la scena camorristica ponticellese per altri due anni. Malgrado in quegli anni l’alleanza tra i clan in declino della periferia orientale di Napoli si fosse già consolidata, questi ultimi decisero di non sfidare a viso aperto la forza egemone dei De Micco. Un evento propizio infatti favorì la loro ascesa: nel novembre del 2017, un maxi-blitz fece scattare le manette per 23 figure di spicco del clan De Micco, infliggendo ai “Bodo” un colpo troppo duro che di fatto ha compromesso la loro leadership.

Tuttavia, le figure simbolo del clan Minichini-De Luca Bossa non sono andate incontro ad un destino migliore: arrestati a marzo del 2018 per l’omicidio Colonna-Cepparulo, sono stati condannati all’ergastolo. Condannati al carcere a vita anche Anna De Luca Bossa, madre di Antonio Minichini e il suo fratellastro Michele che vede così sfumare il sogno di occuparsi personalmente di quella vendetta.

Ciononostante, Marco De Micco ha trovato ad accoglierlo un quadro ben diverso rispetto a quello che aveva lasciato e perfino segnato dall’ennesima faida in corso: uno scenario camaleontico e in grado di ribaltarsi in un baleno che nel corso degli anni ha portato alcune delle pedine cardine del suo clan ad emigrare proprio alla corte dei nemici giurati del Lotto O, uno su tutti Roberto Boccardi.

Seppure ulteriormente rimaneggiato dai recenti arresti che lo scorso ottobre hanno fatto scattare le manette per le figure cruciali del rifondato clan De Luca Bossa, capeggiato dal primogenito di Tonino ‘o sicco, Umberto, la cosca del Lotto O dispone di diversi ottimi killer, ancora a piede libero. Dettaglio tutt’altro che trascurabile, l’altro fratellastro di Antonio Minichini è stato scarcerato all’incirca un anno fa. Inoltre, i De Luca Bossa-Minichini possono contare sull’appoggio e sul supporto del clan Casella con i quali hanno stretto una solida alleanza. Seppure il recente arresto di Giuseppe Righetto, – fratellastro dei Casella – abbia inflitto un duro colpo alla cosca di via Franciosa, Marco De Micco sa di essere un bersaglio appetibile per il clan rivale. Il giovane leader dei Bodo sta infatti mostrando un atteggiamento cauto e non è stato ancora avvistato in giro.

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