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Omicidio Minichini-Castaldi: l’agguato che ha decretato l’inizio di una nuova era camorristica a Ponticelli

di / 0 Commenti / 6207 Visite / 13 agosto, 2017

1359568740550-jpgIn seguito all’epilogo della sanguinaria “faida di Scampia” e al consequenziale declino delle grandi e quotate piazze di spaccio di Scampia e Secondigliano, il business della droga si sposta in provincia, in altre aree del centro storico napoletano e in altre periferie.

E’ in questo contesto storico che a partire dal 2009 – complice anche il declino dell’era dei Sarno – tra le mura della periferia orientale, nelle zone “calde” dei quartieri Barra, san Giovanni e Ponticelli, attecchisce in maniera dilagante e dispersiva il business della droga.

In alcuni momenti storici, la sola Ponticelli è riuscita a conquistare il titolo di piazza di spaccio più grande e quotata d’Europa. Un primato conquistato attraverso una lunga scia di sangue e che tutt’oggi seguita ad essere alimentata, quando le circostanze lo richiedono.

Una faida, quella scoppiata tra i De Micco e i D’Amico, i clan dei “Bodo” e dei “fraulella”, ovvero, i due cartelli criminali di maggiore spessore insorti tra le mura del quartiere, in seguito al declino del clan Sarno, che ha un inizio ben preciso.

E’ il 29 gennaio del 2013 quando in via Arturo Toscanini, nel Rione Conocal, bunker del clan D’Amico, due giovani vengono giustiziati in un feroce agguato.

A cadere sotto i colpi dei killer Gennaro Castaldi, di 21 anni e Antonio Minichini, di 19 anni. L’agguato è avvenuto intorno alle 20, sotto casa di Castaldi. I due giovani vengono immediatamente trasportati all’ospedale Loreto Mare, dove il 21enne muore poco dopo il ricovero, mentre il 19 enne spirerà all’alba del giorno dopo, in seguito ad un disperato e delicato intervento chirurgico.

A carico del 19enne risulta un’indagine per rapina, ma il suo è un cognome pesante che gli deriva da parentele di primo piano nel panorama camorristico: Antonio Minichini è il figlio di Anna De Luca Bossa, sorella di Tonino ‘o sicco, dapprima luogotenente dei Sarno e poi distaccatosi da questi ultimi per fondare un clan autonomo, e figlia di Teresa De Luca Bossa, la prima donna detenuta in regime di 41 bis.

Nel luglio 2014 è la stessa trentottenne a finire nel mirino dei killer: un sicario, da solo, la raggiunge in via Aldo Merola, a Ponticelli, e le spara mentre è con alcuni conoscenti. Almeno sette proiettili, che la colpiscono alle gambe, al bacino e a una spalla. La donna viene trasportata in ospedale e operata d’urgenza, in condizioni molto gravi, ma sopravvive.

A dispetto della reputazione della famiglia, il giovane Minichini risulta estraneo alle dinamiche camorristiche, tant’è vero che viene ucciso per “necessità”, solo perché era in compagni di Gennaro Castaldi, l’unico e reale obiettivo dell’agguato.

Castaldi era finito in manette a settembre del 2011, insieme ad altre due persone per l’accusa di estorsione aggravata dal metodo mafioso. Era stato sorpreso mentre chiedeva il pizzo ai commercianti del mercato rionale che in quegli anni si svolgeva nel Rione Incis per conto del clan Sarno. In quell’occasione, per arrestare i tre, i militari si erano travestiti da ambulanti allestendo anche uno stand per la vendita di abbigliamento.

Seppure pochi dubbi vi fossero in merito all’estraneità del Minichini ai fatti che determinarono quell’agguato in cui perse la vita, la mattina del 30 gennaio, il questore di Napoli vietò i funerali pubblici per Antonio Minichini: «La decisione non è stata presa sulla base della personalità di Antonio Minichini, ma del contesto sociale in cui era inserito. Il ragazzo era nipote di Teresa De Luca Bossa, una delle poche donne detenute in regime di 41 bis. Pur provando profondo dolore per una giovane vita spezzata così presto, ritengo che il divieto sia d’obbligo». E, così, tra numerose polemiche e dissensi, al giovane fu negata la possibilità di vedersi porgere l’ultimo saluto nella chiesa di San Francesco e Santa Chiara che si trova proprio a due passi dal quartier generale dei De Luca Bossa, nel rione “Lotto O”. I funerali del giovane si svolsero nel cimitero di Ponticelli e un folto gruppo di persone accompagnò con un lungo applauso il feretro bianco nel quale era riposto il corpo esanime di Minichini, trucidato da una crivellata di colpi. Ucciso come un camorrista, lui che con la camorra aveva in comune solo qualche vincolo di parentela.

L’omicidio di Castaldi e Minichini segna, di fatto, una nuova era sul fronte camorristico ponticellese, dando ufficialmente il via ad una faida scoppiata per il controllo del traffico di stupefacenti e delle piazze di spaccio in tutta la zona.

Un duplice omicidio che porta la firma del clan De Micco, ordinato per “punire” le velleità del clan D’Amico al quale Castaldi era affiliato. La replica del clan di Fraulella non tarda ad arrivare con l’omicidio del giovane Alessandro Malapena.

A far luce in maniera più esaustiva sull’omicidio Castaldi-Minichini ci pensa il collaboratore di giustizia Domenico Esposito, ex gregario dei “Bodo”, secondo il quale i De Micco avrebbero acquistato droga anche da Gennaro De Tommaso, detto Genny ‘a carogna, l’ex ultrà del Napoli divenuto celebre in seguito alla fantomatica trattativa avvenuta poco prima dell’incontro di calcio tra Napoli e Fiorentina, valido per la designazione della Coppa Italia nel maggio del 2014.

E’ proprio il collaboratore di giustizia a rivelare il retroscena che si celava dietro il duplice omicidio Castaldi- Minichini: la rottura dell’accordo tra Giuseppe D’Amico da un lato e Michele Cuccaro e Marco De Micco, che, allora, erano uniti da un’alleanza che congiungeva i quartieri Ponticelli e Barra, sulla divisione dei proventi per gli affari illeciti, droga ed estorsioni. 

Un accordo che prevedeva la spartizione al 50% sui soldi ricavati soltanto al parco “Conocal”, – roccaforte dei D’Amico – ma ben presto “Peppino Fraulella” si mostrò scontento perché aspirava alla stessa percentuale su tutto il quartiere. Fino a quando, dopo aver chiesto inutilmente di più, la situazione degenerò.

In verità, diversi collaboratori di giustizia hanno fornito elementi utili a ricostruire dinamica, mandanti ed esecutori dell’omicidio di Gennaro Castaldi e Antonio Minichini, ma, in prima battuta, il contributo più valido venne da Domenico Esposito detto “’o cinese”, ex gregario dei De Micco che il 22 aprile 2013 mette a verbale quanto segue:
«Era un periodo in cui cercavano di prendere Christian Marfella – figlio di Giuseppe Marfella e Teresa De Luca Bossa – per ucciderlo e anche le persone che camminavano con lui, tra le quali il figlio di “Cirillico” Minichini. Dopo vari tentativi venimmo a sapere che Genny Castaldi aveva la ritirata a casa alle 8 di sera. Partimmo con una Atos onesta (“pulita”, ndr), che era della persona cui mandavo i messaggi per la droga, ma lui non ne sapeva niente. Andammo sotto casa di Castaldi e abbiamo aspettato un quarto d’ora, massimo venti minuti. Eravamo io, Gennaro Volpicelli e Salvatore De Micco (fratello di Marco,ndr). Nessuno dei tre fuma né ha fumato durante l’attesa. Quando vedemmo arrivare l’SH bianco con in sella Antonio Minichini e Gennaro Castaldi, Salvatore De Micco e Gennaro Volpicelli spararono. Il primo fu De Micco a Minichini che guidava. Quando il motorino cadde, De Micco sparò anche contro Gennaro Castaldi fino a che la pistola non si inceppò. Allora sparò anche Volpicelli, contro Castaldi che aveva accennato alla fuga. Io ero armato, ma non sparai, tanto che De Micco mi rimproverò. I due che fecero fuoco avevano due 9×21, io un 357 di quelli che ho fatto sequestrare oggi».

Imputati, oltre al ras Salvatore De Micco ed a Gennaro Volpicelli, anche il collaboratore di giustizia Domenico Esposito che, con le sue dichiarazioni ha svelato i retroscena dell’agguato. I tre rispondono dell’accusa di duplice omicidio con l’aggravante camorristica perché avrebbero agito per favorire il proprio clan d’appartenenza.

Tuttavia, nel corso del processo, si fa spazio un retroscena che fa vacillare clamorosamente l’attendibilità delle dichiarazioni di Domenico Esposito.

Una lettera di scuse indirizzata al boss Marco de Micco, nella quale “o’ cinese” si pente di essersi pentito – di essere diventato collaboratore di giustizia – e nella quale spiega che quella scelta è maturata perché “gli avevano messo i vermicelli in testa”, ovvero, Roberto Boccardi – un altro affiliato al clan di “Bodo”, gli aveva fatto credere che volessero liberarsi di lui. Quindi, vedendo la sua vita in pericolo, scelse di collaborare con la giustizia per beneficiare, così, della protezione dello Stato.

Una lettera che Marco De Micco aveva ricevuto circa due anni prima, quindi all’incirca un anno dopo il duplice omicidio dei due giovani, mentre era detenuto agli arresti domiciliari in un comune del milanese.

Domenico Esposito nel ricevere un decreto di citazione per un’udienza in cui c’erano anche i De Micco, scoprì Marco De Micco stava scontando i domiciliari in un comune non molto distante da quello in cui viveva sotto protezione. Preoccupato ed impaurito dall’ipotesi che “Bodo” potesse sapere dove si trovasse e quindi assoldare un killer per ucciderlo, decise di inviargli quella lettera, pregna di parole di scuse e pentimento per aver tradito il clan, in cui gli chiedeva espressamente di bruciarla dopo averla letta. Se queste erano le reali motivazioni che spinsero Esposito a scrivere quella lettera, perché non ha subito allertato la Dda chiedendo il trasferimento in un altro luogo, cosa che, successivamente, ha fatto?

Tuttavia, Marco De Micco sfrutta l’occasione per rimarcare la sua fama di giovane ed astuto boss, tirando fuori quella missiva in fase processuale: lo scorso dicembre, proprio nel corso del processo a carico dei tre affiliati al clan De Micco accusati dell’omicidio di Minichini e Castaldi, i legali di “Bodo” introducono il clamoroso colpo di scena, che sorprende, in primis, lo stesso “cinese”, che non aveva proferito parola agli inquirenti in merito a quella lettera e che si è visto sbugiardare inaspettatamente.

Un fallo che ha consentito alla difesa dei De Micco di contestare l’attendibilità delle dichiarazioni di Domenico Esposito, asserendo che quella missiva rappresenta la prova dell’odio che l’uomo nutre verso i De Micco e che lo avrebbe portato ad accusare il clan di Bodo di reati mai commessi.

L’unico dato certo, in attesa che la giustizia faccia luce sul duplice omicidio dei due giovani, è che per lavare il sangue del giovane Minichini, molto altro sangue, nel corso degli anni, è stato versato.

 

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