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23 dicembre 2016: ecco come l’omicidio di Salvatore Solla ridimensionò i piani della “camorra emergente”

di / 0 Commenti / 1587 Visite / 23 dicembre, 2020

salvatore-solla23 dicembre 2016: alle ore 13.30 i sicari fanno irruzione in via Decio Mure nel Lotto O di Ponticelli per uccidere Salvatore Solla detto Totore ‘o sadico, 64enne ras della droga del quartier generale dei De Luca Bossa, fedelissimo del clan fondato da Tonino ‘o sicco.

I killer si sono materializzati in un lampo sul luogo dell’agguato: Solla era in auto, sostava nei pressi del punto scommesse che frequentava assiduamente, accanto a un conoscente con il quale stava scambiando qualche parola, anch’egli ferito da alcuni proiettili che lo hanno raggiunto alle gambe. O’ sadico non ha fatto in tempo a mettere in moto l’auto per tentare quantomeno una fuga. I soccorritori lo hanno trovato accasciato sul volante, in un lago di sangue. Morì poco dopo l’arrivo in ospedale per la gravità delle ferite riportate.

Un agguato sul quale fin da subito balza all’occhio la marcata firma dei De Micco, ricostruito grazie alle dichiarazioni rese dei collaboratori di giustizia Ciro Niglio e Rocco Capasso, ma anche attraverso le decine di messaggi che le figure apicali del clan dei “Bodo” si sono scambiati per pianificare ed eseguire l’azione delittuosa, ignari di essere intercettati dalla polizia.

 

A uccidere Salvatore Solla, secondo quanto emerso dall’inchiesta del pm Antonella Fratello, sono stati Luigi De Micco, Davide Principe, Antonio De Martino, Alessio Esposito e Nicola Pizzo. Esecutore materiale dell’omicidio, Antonio De Martino detto “XX” che quel giorno rilancia la sua fama di killer spietato e temibile, mettendo la firma su un altro omicidio pesantissimo. Nell’ottobre del 2015, “XX” era entrato in azione anche per uccidere la donna-boss del Rione Conocal Annunziata D’Amico, reggente dell’omonimo clan.

Una sequenza di sanguinari omicidi che ben racconta l’efferata politica camorristica praticata dal clan De Micco negli anni in cui conquistò il controllo di Ponticelli: chiunque osava contrastare o non riconoscere l’egemonia dei “Bodo”, pagava con la vita quell’affronto.

Tutt’altro che casuale anche il modus operandi: i killer dei De Micco hanno ucciso le figure-simbolo dei clan rivali nei loro rioni-bunker, conferendo così a quegli omicidi un duplice significato. Decapitare i focolai camorristici che contestavano l’egemonia dei “Bodo” di pedine fondamentali, violando la sicurezza del clan entrando in azione nella loro roccaforte.

Analoga anche la motivazione che ha portato “XX” ad eseguire il medesimo ordine impartito dal boss Luigi De Micco: Annunziata D’Amico, così come Salvatore Solla, si erano rifiutati di pagare il pizzo ai “Bodo” sulle piazze di spaccio che gestivano nei rioni di loro competenza, rispettivamente Conocal e Lotto O.

Un affronto da pagare con la vita per stroncare sul nascere i focolai di contestazione che stavano sorgendo in diverse zona del quartiere e che rischiavano di mettere in discussione l’autorità dei De Micco.

In particolare, l’omicidio Solla matura in un momento storico piuttosto concitato: sei mesi prima, ancora una volta nel Lotto O, venne ucciso il boss dei Barbudos Raffaele Cepparulo che fuggito dal Rione Sanità per evitare di finire nel mirino dei rivali del clan Vastarella, stava cercando di allearsi proprio con i De Micco e i Mazzarella, contro la cosiddetta “camorra emergente”, ovvero, il sodalizio camorristico costituito dai clan in declino di Napoli est. De Luca Bossa, Minichini, Rinaldi, “Le pazzignane” del Rione De Gasperi: tutti alleati per cercare di scalzare l’egemonia dei De Micco a Ponticelli e dei Mazzarella a San Giovanni a Teduccio, giungendo così a detenere il controllo dei traffici illeciti dell’intera periferia orientale partenopea.

Ad uccidere Raffaele Cepparulo fu un altro killer dalla fama del “bad boys”, Michele Minichini detto ‘o tigre. Un agguato che sancì, di fatto, la presenza dei clan alleati sulla scena camorristica di Napoli est e che mise immediatamente in allerta i De Micco.

In questo clima di tensione e di rivalsa, matura la scarcerazione di Salvatore Solla nell’estate del 2016. Una libertà di cui ‘o sadico ha goduto giusto qualche mese, prima di finire nel bersaglio del cecchino più infallibile del clan De Micco: Antonio De Martino soprannominato “XX”. Un soprannome che lo stesso De Martino si è appioppato per sollevare amici, conoscenti e non solo dallo scomodo onere di pronunciare il suo nome, concorrendo anche in questo modo a ringalluzzire la fama di camorrista spietato a tal punto da beneficiare dello status di innominabile.

Solla palesa la volontà di non sottostare alle direttive dei De Micco rifiutandosi di pagare il pizzo sulla piazza di spaccio che gestiva nel Lotto O: Luigi De Micco lo condanna a morte, soprattutto per infliggere una sonora ridimensionata ai sogni di gloria dei clan alleati che stavano cercando di organizzarsi, proprio per contrastare la forza egemone dei “Bodo”.

Un agguato che fece calare un inquietante silenzio tombale sul Lotto O. Un silenzio squarciato, al calar del sole, dalle urla provenienti dal plesso P4, l’arsenale dei De Luca Bossa che nulla fecero per nascondere l’apprensione e il nervosismo che quell’agguato aveva introdotto nelle loro vite.

Da quel giorno, Umberto De Luca Bossa, il giovane rampollo dell’omonima famiglia e primogenito di Tonino ‘o sicco, divenne un sorvegliato speciale: sapeva che quell’agguato era un chiaro segnale indirizzato a lui. Seppure non ricoprisse un ruolo di spicco all’interno dell’alleanza, i De Micco in quel periodo storico erano animati dall’errata convinzione che proprio Umberto fosse la figura-cardine nel sodalizio. Ruolo in realtà ricoperto da ‘o tigre, Michele Minichini, cugino di Umberto De Luca Bossa, nonché fratellastro di Antonio Minichini, figlio del boss Ciro Minichini e della lady-camorra del Lotto O Anna De Luca Bossa, ucciso proprio dal clan De Micco il 29 gennaio del 2013.

Vecchi rancori, desiderio di rivalsa, senso di riscatto, brama di potere: svariate e forti le motivazioni che pulsano nel petto dei clan alleati, smaniosi di risorgere dalle ceneri in cui sono rimasti relegati da quando i De Micco hanno conquistato il controllo del territorio.

L’omicidio Solla stronca sul nascere i piani dei clan alleati, soprattutto in virtù di un episodio ben preciso avvenuto un mese prima: Luigi De Micco e un altro pezzo da 90 del clan dei “Bodo”, Antonio Autore, sopravvivono miracolosamente ad un agguato maturato in strada, nei pressi del Lotto 10, uno dei bunker del clan De Micco.

Plurimi i segnali che rischiano di minare la supremazia dei De Micco che così, al cospetto dell’ennesimo sgarro, decidono di privare i rivali dell’ennesimo tassello prezioso ed eliminano Salvatore Solla. Un omicidio che, di fatto, ridimensiona i clan alleati che non lanceranno il guanto di sfida ai De Micco, ma ne subiranno l’egemonia fino al 28 novembre 2017, giorno in cui una maxi-operazione della polizia di Stato fa scattare le manette per 23 figure di spicco del clan dei tatuati decretandone il declino. 

I clan alleati colmeranno quindi il vuoto di potere venutosi a generare, senza impelagarsi in una tanto pericolosa quanto temuta faida, in quanto ben consapevoli della forza degli avversari. I De Micco disponevano di un vero e proprio arsenale, oltre che di un esercito di soldati ben addestrati. Un commando di fuoco temutissimo e che soprattutto dopo l’omicidio Solla, i clan alleati hanno preferito non sfidare.

 

 

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