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Camorra Ponticelli: la storia di Umberto De Luca Bossa, “il boss che non sa sparare”

di / 0 Commenti / 4043 Visite / 26 ottobre, 2020

“Il boss che non sa sparare”: si sintetizza così la breve esperienza di Umberto De Luca Bossa nelle vesti di boss dell’omonimo clan fondato da suo padre Antonio, il sanguinario “Tonino ‘o sicco”, camorrista violento e spietato, a tal punto da guadagnare l’etichetta di “macellaio della camorra”.

Un’eredità pesante che il suo primogenito non è mai stato in grado di raccogliere, semplicemente perché non disponeva del cinismo e del sangue freddo confacenti ad un valido interprete della camorra, degno della sanguinaria fama conquistata dal padre, a suon di azioni criminali efferate.

Un limite che nei rioni come il Lotto O di Ponticelli rischia di diventare una colpa, tramutandosi in un fantasma che t’imbriglia la vita, finendo con il condizionare inevitabilmente le tue scelte.

Quella di Umberto De Luca Bossa è la storia di un giovane con il destino segnato ancor prima di venire al mondo, condannato dal suo cognome e dal sangue che gli scorre nelle vene. Rinnegare la camorra, per il primogenito di ‘o sicco, vorrebbe dire rinnegare la famiglia. 

Umberto de luca bossa

Umberto de luca bossa

Una famiglia di primo ordine nel panorama camorristico di Napoli est: suo nonno Umberto, cutoliano di ferro, sua nonna Teresa è la prima donna detenuta al 41 bis e poi c’è suo padre, soprattutto suo padre, “Tonino ‘o sicco”, un boss tuttora temuto e osannato, malgrado i decenni trascorsi in carcere, malgrado il fine pena mai incassato per aver messo la firma sul primo attentato stragista con autobomba in Campania, malgrado la lunga scia di sangue e di ferocia che ha segnato la sua ascesa camorristica e che poco più che ventenne lo ha portato a dire addio per sempre ai suoi 4 figli per finire il resto dei suoi giorni relegato in una cella.

Quella di Umberto è la storia di un giovane cresciuto nella consapevolezza di non essere un ragazzo come tanti, agli occhi della collettività, bensì “il figlio di Tonino ‘o sicco”, un onore/onere difficile da gestire in un contesto come Ponticelli, ancor più, in un rione come il Lotto O, isolato e desolato, dove la camorra è il cavallo più facile da cavalcare per evadere dalla noia e dalla lancinante mancanza di tutto. Lavoro, svago, interessi, opportunità.

Giovani che non hanno niente e che sono disposti a tutto pur di rivendicare un posto nel mondo per fuggire da quella monotona solitudine che li logora e li isola e che inevitabilmente creano le premesse che facilitano l’attecchimento della camorra.

Agli occhi dei suoi coetanei, Umberto non è mai stato “uno di loro”, ma “il figlio di Tonino ‘o sicco”.

Eppure, il primogenito di Antonio De Luca Bossa, non palesa la tempra da camorrista, anzi. E’ un ragazzo schivo e taciturno, raramente sorride e ama ostentare sui social pose da duro, ma che di fatto fino al 27 giugno del 2011 non finirà mai invischiato in vicende di cronaca. Quel giorno, poco più che 18enne, mentre si trova su un treno della circumvesuviana diretto a Sorrento, in compagnia degli amici per trascorrere una giornata al mare, accoltella un coetaneo al culmine di una lite per futili motivi.

Il carcere imprimerà un marchio indelebile nella tempra di quel giovane, la cui vita è stata probabilmente segnata dalla scelta di prendere “quel treno sbagliato”. 

Poteva ambire ad una vita diversa, Umberto. Una vita fatta di cose normali: un lavoro, una fidanzata, dei sogni da realizzare, se solo avesse avuto la forza emotiva necessaria per opporsi a quel destino e scalfire un futuro diverso nei suoi giorni.

18 anni, “figlio di Tonino ‘o sicco”, pregiudicato e reduce da un’esperienza in carcere vissuta da “figlio di Tonino ‘o sicco”: un mix letale di elementi che condannano alla malavita il giovane rampollo di casa De Luca Bossa.

Il clan di famiglia se la passa male, dopo l’arresto di “donna Teresa” – Teresa De Luca Bossa – seppure l’altra lady-camorra di famiglia, Anna De Luca Bossa, sorella di ‘o sicco e zia di Umberto cerchi di curare gli interessi del clan, principalmente concentrandosi sul business della droga. Antonio De Luca Bossa viene deriso dagli altri detenuti in carcere, proprio perchè non può permettersi il tenore di vita di un boss degno della sua fama dietro le sbarre. Tant’è vero che rivela proprio a sua sorella Anna il desiderio di “buttarsi”.

Un concetto controverso che si presta ad una duplice chiave interpretativa: suicidarsi o diventare collaboratore di giustizia.

Tanto basta per gettare la famiglia De Luca Bossa nel panico che così decide di organizzare una colletta per raccogliere il denaro necessario a garantire a ‘o sicco una dignitosa vita da boss.

In questo clima matura l’alleanza tra i clan alleati di Napoli est alla quale aderisce anche la cosca del Lotto O, rappresentata da Anna De Luca Bossa, alla quale i rivali del clan De Micco assassinano il figlio, Antonio Minichini, frutto dell’unione con il boss Ciro Minichini. Il giovane Antonio viene giustiziato perchè si trovava in compagnia di Gennaro Castaldi, suo amico e reale obiettivo dell’agguato, quando i killer entrarono in azione per ucciderlo.

Malgrado l’appartenenza a quella famiglia di primo ordine nel panorama camorristico della periferia orientale di Napoli, Antonio Minichini era estraneo alle dinamiche malavitose, ma non è bastato a garantirgli un destino diverso. Al 19enne furono negati anche i funerali in chiesa.

Una ferita insanabile nel cuore di tutti i membri della famiglia, Umberto compreso. Una morte che consegna al giovane l’ulteriore consapevolezza che la vita dei ragazzi come loro è un sentiero tortuoso, pieno di salite ripide.

Umberto gestisce il circolo ricreativo nel quale, a giugno del 2016, si consuma l’omicidio del boss dei Barbudos del Rione Sanità Raffaele Cepparulo e dell’innocente Ciro Colonna. Entrambi sono amici di Umberto. Il primo gli chiede un posto dove rifugiarsi per sfuggire ai killer del clan Vastarella, il secondo è uno dei tanti ragazzi del rione che per ammazzare il tempo trascorre le giornate in quel vano del plesso P4 del Lotto O, tra una partita a carte e una al biliardino.

Un omicidio ordinato dal sodalizio camorristico del quale fa parte anche il clan De Luca Bossa. A uccidere Cepparulo è “o’ tigre”, Michele Minichini, cugino di Umberto e fratello del defunto Antonio. Seppure in quel periodo fosse proprio ‘o tigre il camorrista da temere, nel mirino dei rivali del clan De Micco finisce Umberto.

I “Bodo” – questo il soprannome degli affiliati al clan De Micco – erano convinti che a fomentare le velleità del sodalizio tra i clan alleati di Napoli est fosse il rampollo di casa De Luca Bossa. Inoltre, uccidendo il primogenito di ‘o sicco, avrebbero inferto un colpo letale al clan del Lotto O.

Umberto sa di essere un sorvegliato speciale e spesso e volentieri chiederà aiuto e protezione proprio a ‘o Tigre, perchè lui dispone del cinismo e del livore criminali necessari per impugnare un’arma ed uccidere un uomo.

Umberto no, non sa sparare. 

Gli odiati Bodo che in quel momento dominano la scena camorristica ponticellese, tengono in ostaggio la vita di Umberto. Il giovane esce poco e sempre protetto ed inizia a manifestare la smania di fare il suo esordio tra i ranghi della malavita.  Una velleità che lo porta a scontrarsi con gli altri membri della famiglia che temono per la sua incolumità.

Tra i palazzoni del Lotto O, il clima si fa rovente in seguito all’omicidio del ras Salvatore Solla, fedelissimo dei De Luca Bossa, tornato in libertà appena pochi mesi prima. Umberto sente che i De Micco gli stanno con il fiato sul collo e non vuole starsene con le mani in mano.

Il 12 gennaio del 2017, a sottrarre il giovane dalla furia omicida dei “Bodo” è la Guardia di Finanza di Napoli  di Torre Annunziata. Seduto al lato passeggero di una Smart, sotto il sedile Umberto nascondeva una pistola con matricola abrasa e colpo in canna. Nel corso della perquisizione, le fiamme gialle trovano anche tre telefoni cellulari, più di 445 euro in contanti e un grammo e mezzo di marjuana.

Secondo una delle leggende metropolitane che serpeggia tra i palazzoni del lotto O, ad ordinare l’arresto di Umberto sarebbe stato suo padre, il sanguinario Tonino ‘o sicco, per due valide ragioni: sottrarlo alla morte e forgiarne il carattere attraverso l’esperienza detentiva.

Il carcere come palestra, la camorra come stile di vita. 

Umberto entra in carcere poche settimane prima della nascita del suo primo figlio, al quale darà il nome di suo padre e ritorna in libertà 2 anni e 8 mesi dopo, trovando una situazione completamente cambiata a Ponticelli.

A novembre del 2017, un blitz della Polizia di Stato fa scattare le manette per le figure di spicco del clan De Micco decretando la fine dell’era camorristica dei Bodo a Ponticelli e al contempo genera un vuoto di potere che i clan alleati di Napoli est prontamente andranno a colmare.

Poco dopo, lo stesso sodalizio camorristico di cui il clan De Luca Bossa è parte integrante verrà rimaneggiato dall’arresto delle 8 persone ritenute responsabili a vario titolo dell’omicidio Colonna-Cepparulo.

Da marzo del 2018, quindi, la bandiera del clan del Lotto O sventola su Ponticelli, sotto la guida di Giuseppe De Luca Bossa, fratello di ‘o sicco e zio di Umberto.

Il primogenito di ‘o sicco, torna in libertà a settembre del 2019 e il suo rione gli riserva l’accoglienza confacente a un vero boss, degno di ogni rispetto.

Umberto rivendica la corona da re e chiede a suo zio di farsi da parte, perchè è giunto “il suo momento”: deve essere il figlio di ‘o sicco a comandare il clan di famiglia. Una rivendicazione che giunge in un momento storico topico, segnato dal pentimento di un altro rampollo di una famiglia di primo ordine del panorama camorristico di Ponticelli: Tommaso Schisa, figlio della “Pazzignana” Luisa De Stefano e dell’ex Sarno Roberto Schisa, entrambi condannati all’ergastolo.

Decide così di stravolgere la politica introdotta dai clan alleati, accentrando il potere e soprattutto gli introiti su di sè.

Il suo sguardo è più freddo e anaffettivo, ma seguita a palesare il suo pessimo feeling con le armi.

Ben presto, negli ambienti malavitosi, Umberto conquista il pesante appellativo di “boss che non sa sparare”.

Una difficoltà che emerge ancor più quando nella ex zona dei De Micco, gli “XX”, gli eredi dei “Bodo”, iniziano a scalpitare per rivendicare soldi e potere a suon di “stese”. Copione che si ripete anche nel rione Conocal, dove un giovane con ambizioni da boss, contesta l’egemonia dei De Luca Bossa palesando il suo disappunto mettendo la firma su raid intimidatori.

Il giovane boss del Lotto O teme l’arresto, consapevole del fatto che Tommaso Schisa quasi sicuramente rilascerà dichiarazioni destinate a radere al suolo intere famiglie camorristiche della periferia orientale di Napoli. Per questa ragione, non si espone ai pericoli, impiegando reclute ed affiliati per praticare le estorsioni.

Quella palesata dal nuovo “capo” di Ponticelli per i soldi sembra una vera e propria ossessione, a tal punto che nell’arco dei 13 mesi in cui ha detenuto lo scettro dell’impero del male ha praticamente indirizzato tutti i suoi interessi e i suoi ordini in quella direzione: taglieggiare chiunque per fare cassa. 

Un’era segnata da raid intimidatori rivolti solo ed esclusivamente a chi si rifiutava di pagare, estorsioni a tappeto: questo è quanto ha lasciato lungo la sua dittatura da boss Umberto De Luca Bossa e che oggi è tornato dietro le sbarre perla terza volta, a 27 anni anni, lasciando un figlio di 3 anni e una bambina di pochi mesi, nata lo scorso luglio.

Il figlio di Tonino ‘o sicco verrà ricordato come “il boss che non sapeva sparare”: un epilogo che tanto racconta di quei ragazzi nati in “famiglie difficili”, nei “rioni difficili” che sembrano avere il destino già segnato.

 

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