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8 febbraio 2002: 20enne ucciso a Casal di Principe per riscattare “l’onore” del figlio di Bidognetti

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16465519_412394409099544_2429352348657647616_nCasal di Principe (Caserta), 8 febbraio 2002 – Antonio Petito, giovane falegname ventenne, viene raggiunto da numerosi colpi di pistola mentre si trovava nei pressi della sua abitazione. Il giovane era all’interno della sua vettura, quando venne affiancata da un’Audi A6 con a bordo tre uomini. Uno di essi scese dall’autovettura e gli esplose, a distanza ravvicinata, 12 colpi di pistola calibro 9.

Il movente è da ricercarsi in un banale litigio per motivi di viabilità con il figlio, all’epoca tredicenne, del capoclan Francesco Bidognetti. Il 13enne si lamentò con la madre dell’accaduto, sostenendo che il Petito aveva cercato di investirlo e aveva offeso l’onore della famiglia Bidognetti. La spedizione omicida fu organizzata subito, nonostante le resistenze manifestate da qualche altro affiliato, che preferiva soltanto intimorire il Petito proprio per il fatto che si trattasse di un bravo ragazzo. Colui che poi commise materialmente l’omicidio mise a tacere le voci dissonanti e decise che l’offesa al figlio del capoclan dovesse essere punita con il sangue.

Gianluca Bidognetti, detto Nanà, è l’erede al trono di una delle cosche camorristiche più efferate di Casal di Pirncipe: figlio di Cicciotto ‘e Mezzanotte e della sua seconda moglie Anna Carrino, il 13enne era uno di quei personaggi ai quali tutti devono tributare rispetto, seppur si trattasse solo di un adolescente. Quel giorno Nanà attraversa la strada e Antonio Petito, 20 anni, falegname, anche lui di Casal di Principe, frena maldestramente rischiando di investirlo. I due ragazzi litigano: ognuno dà la colpa all’altro. Quando Nanà torna a casa, non esita a riferire tutto a sua madre. Gli affiliati vivono male l’accaduto, perchè il 13enne era stato insultato in strada, davanti a tutti.

Quindi nel paese poteva circolare la voce che era possibile mancare di rispetto a un Bidognetti, impunemente. La madre del 13enne interpreta l’accaduto come un chiaro affronto, in un momento peraltro delicato per la famiglia, e decide di convocare la dirigenza del clan. È lei, secondo l’inchiesta della Dda di Napoli, a condannare a morte Antonio Petito. Un retroscena che emerge quando i carabinieri del nucleo investigativo di Caserta hanno eseguito tre ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti di esponenti del clan dei Casalesi. Quando Anna li convoca, non tutti i membri del clan erano d’accordo, non tutti credevano che quel ragazzo dovesse morire: all’inizio Luigi Guida, detto o’ drink, braccio destro di Francesco Bidognetti, pareva essere contrario: magari avrebbero potuto picchiarlo, fargli “una paliata”, ma ammazzarlo era esagerato.. E invece Anna Carrino insiste e ottiene la sentenza. E così un commando del clan dei casalesi organizzato proprio da o’ drink raggiunge il ragazzo mentre stava andando a lavorare e gli esplode contro 12 colpi di arma da fuoco.

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