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La storia di un “bambino-soldato” sfuggito dalle grinfie della Camorra

di / 0 Commenti / 915 Visite / 13 ottobre, 2014

untitled“Non ho nome e non ho anni, perché seppure mi attribuisci un nome di fantasia “quelli” sono talmente bravi ad entrare nelle testa della gente che sono capaci di capire che quel nome potrebbe piacermi e quindi riuscire a risalire a me. Io sarei morto e lo stesso non avrei più né nome né anni.”

Da questa premessa parte non un’intervista, ma l’autentica confessione di un bambino-soldato sottratto alle infime fauci della criminalità organizzata, uno di quelli nati con un destino segnato e cresciuto “miez’ a via”.

Quelli ai quali fa riferimento sono i signori del sistema”: la Camorra.

Non lo so come i fanno miei coetanei ed ancora di più le persone adulte ad appassionarsi alle fiction come “Gomorra” e a ripetere quelle frasi “da criminali” come se ciò li rendesse migliori. Quella gente ha perfino l’aggravante della cultura, loro a scuola ci sono andati e dovrebbero schifare quel genere di linguaggio e quel modo di vivere. Perché quei film sono tutta pubblicità gratuita alle famiglie, a quelli che adescano ragazzini come me per farli “diventare uomini” e per convincerti che è una cosa buona ti dicono: “Non vuoi diventare come “Ciro l’immortale”?”

Cos’è la Camorra?

La Camorra è una malattia dalla quale non si può guarire, perché non esiste cura. Camorrista ci nasci, nel cuore, nella testa, nelle parole e nelle azioni. Il Camorrista non ha sentimenti, perché è capace di uccidere pure il sangue del suo sangue. Il Camorrista è uno che nasce con un cervello nel quale è radicato un microchip che impone un modo di fare e di pensare che non può essere rimosso né modificato, in nessun modo. Non ci credete quando dicono che sono pentiti, quella è gente che non può mai provare un sentimento nobile come il pentimento, perché se veramente fosse, dovrebbe emergere quando stanno per sciogliere nell’acido un bambino o quando sparano ad un uomo. E solo chi ha tenuto tra le mani una pistola può capire che sensazioni tremende ti trasmette. Avere una pistola tra le mani è brutto, perché sai che da dentro a quella canna non potrà mai esplodere niente di buono.”

Come ci sei finito “dentro al Sistema”?

“Per “merito” di mio padre che è affiliato ad un clan ed è in galera da anni, io praticamente non l’ho mai visto fuori dal carcere, ma solo quelle rare volte che sono andato a colloquio. Non mi ricordo nemmeno com’è la sua faccia. Mia madre è morta quando avevo pochi anni, “grazie” all’altro grande male che contamina questa terra: un tumore. I miei due fratelli, prima di me sono stati reclutati dal clan: uno è riuscito ad “inserirsi” e sta “facendo carriera”, l’altro è in carcere per spaccio, ma quando uscirà di sicuro continuerà a fornire il suo contributo alla causa. Sono cresciuto senza mai provare la gioia di giocare a calcio con i miei amici, perché mi dicevano: “il pallone è un gioco p’è criatur’, tu sì omm’!”

Un giorno, proprio mio fratello maggiore portò me e altri miei amici in un capannone dove c’erano un sacco di cani in gabbia, non era proprio un canile, ma più una specie di arena dove organizzavano i combattimenti clandestini.
Sia tra cani che tra uomini.
Quella fu la prima e unica volta che ho toccato una pistola.

Mio fratello ci indicò dei cani in un recinto e ci chiese di sparargli. Chi si rifiutava o si mostrava impaurito veniva minacciato. Ci disse che ci avrebbe rinchiuso in una gabbia con due rottweiler che di sicuro ci avrebbero azzannato.

Quando è arrivato il mio turno, mi ha aperto il palmo della mano destra e vi ha scaraventato con forza la pistola. Mi diceva frasi umilianti e intimidatorie, io me la sono fatta sotto, nel vero senso del termine, non mi vergogno a dirlo. Non riuscivo neanche a puntare l’arma contro quei cani, perché stavo male all’idea di dover uccidere una vita senza alcuna ragione. Mio fratello andò su tutte le furie e stava per scaraventarmi davvero in quella gabbia e mi avrebbe fatto divorare sul serio dalla ferocia di quei cani, probabilmente, forse proprio perché non riusciva ad accettare la vergogna di avere “un fratello senza palle”.

Poi, uno dei miei migliori amici, forse, quello che da quel giorno è diventato il mio migliore amico, mi tolse la pistola e sparò lui a tutti i cani. Anche se non me lo ha mai detto, lo so che lo ha fatto per salvarmi, non c’è bisogno di dirle certe cose, vanno capite e basta.

Da queste parti, in questa realtà, si parla poco, perché le parole lasciano tracce che fanno più paura dei cadaveri.

Quando siamo tornati a casa, però, mio fratello mi ha picchiato con una cintura. E mi ha picchiato talmente forte che ho avuto paura di morire.”

Che cos’è la paura?

La paura è una cosa brutta. Più brutta della paura c’è solo la morte. La paura ti paralizza i muscoli e ti toglie la voce. Davanti alla paura ti senti uno scemo che non vale niente e che non è neanche padrone della sua vita, perché senti che esiste qualcosa di più forte e che non puoi controllare che ti può uccidere.”

Dopo quel giorno, però, qualcosa è cambiato…

Si… Quando mio fratello è andato via, mi sono trascinato verso il bagno, mi sono fatto una doccia e quando mi sono guardato allo specchio non ero io, non riuscivo a riconoscermi, ero un mostro. Allora ho capito che se fossi rimasto lì, in un modo o nell’altro, prima o poi sarei morto. Quindi ho raccolto quelle poche cose che ho e sono andato a casa di mia zia, la sorella di mia madre. Quando ha aperto la porta, mi ha fatto entrare senza chiedermi niente, mi ha preparato il letto e mi ha accolto come un figlio. Forse, dentro di lei, sapeva che prima o poi sarebbe successo. I miei zii non sono ricchi, quindi non potevo pesare sulle loro spalle, questo mi è stato specificato da mio zio che mi ha “accolto” dicendo: “Questo non è un albergo, noi non vogliamo guai e se vuoi stare qua devi portare i soldi a casa”. Quindi ho lasciato la scuola e ho iniziato a lavorare: faccio “il ragazzo del bar” di giorno e lavoro in una cornetteria di notte. Non guadagno tantissimo, ma riesco a passare qualcosa ai miei zii e per me avanzano quegli spiccioli che mi permettono di togliermi qualche sfizio: una maglietta, un paio di scarpe, una pizza con gli amici. Le cose dei “ragazzi normali”.”

Che ripercussioni ha avuto la tua fuga?

“Tramite il mio migliore amico, quello che quel giorno sparò al posto mio e che ogni tanto mi viene a trovare in cornetteria, mio fratello e “quelli del sistema” mi hanno fatto sapere che per loro sono un traditore e non devo farmi vedere più, altrimenti sono morto. Il mio amico, non è ancora maggiorenne, ma ha già una macchina importante che guida senza patente, guadagna in una settimana quello che io percepisco in un mese, indossa abiti costosi, cammina sempre con “il ferro in tasca” e fa “la bella vita”. Lo portano nei night e gli consentono di avere rapporti sessuali con delle prostitute e mi racconta ciò che fa con quelle donne, mi prende in giro, perché sono ancora vergine, però neanche quello riuscirei a fare, poiché, a mio parere, non è bello sapere che una donna che fa quello di mestiere sta con te perché l’hanno pagata e prima ancora è stata con un altro e dopo starà con un altro ancora, sempre per la stessa ragione.
Non ci trovo niente di eccitante in questo.
Non so che ruolo abbia all’interno del clan il mio amico, non lo voglio sapere, non gli faccio mai domande, perché so che è meglio non farne. Ma so che se un giorno gli chiedessero di farmi fuori, lo farebbe, perché lui è come loro. E so anche che viene a trovarmi di notte, perché pensa che così è più difficile che si venga a sapere. Una volta mi ha chiesto come facevo a non vergognarmi perché faccio dei lavori umili e guadagno “una miseria”.
Ecco la Camorra è anche questo: la capacità di trasformare quello che è giusto in quello che è sbagliato. E viceversa.

Come sogni il tuo futuro?

“Lontano da Napoli. Appena sarò maggiorenne andrò via sicuramente, forse a Londra o in America. Voglio sperare in una vita diversa, migliore, lontana da tutto questo.

Qui non ho futuro, non c’è futuro.

Sogno di costruirmi una nuova vita e di ripartire da zero. Voglio anche un nome nuovo e voglio scegliere quello che mi piace di più, senza aver paura che “quelli” possano capire che è il mio e farmi del male.”

 

 

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