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Il dolore: l’arma più devastante che può minacciare la vita di una donna. E di un bambino.

di / 0 Commenti / 5572 Visite / 30 marzo, 2015

IMG_2059-680x365Commette un madornale errore chi crede che le pistole siano l’arma più devastante che può minacciare la vita di un uomo. Il dolore è l’arma più temibile. Anna Esposito, una 32enne di Melito, ha scelto il modo più atroce per rilanciare questa triste verità.

Una donna costernata dal dolore, derivante da una separazione che come un gravoso macigno, incombeva sulle pieghe più fragili della sua anima afflitta.

Non è riuscita ad osteggiare quel dolore, rimanendo sopraffatta da quella dilaniante sofferenza.

Una sofferenza che le ha tolto tutto: la serenità, la voglia di vivere, la lucidità e, infine, due vite. La sua e quella che due anni prima aveva visto la luce, proprio grazie a lei.

Le foto che raccontavano il giorno in cui quel sogno d’amore ha trovato la più suprema e totalizzante consacrazione davanti a Dio, ridotte ad un cumulo di sterili brandelli, dalla rabbia, dal dolore, per sfuggire all’eco dei ricordi che rimarcava il conseguimento di quel tanto anelato “lieto fine”, sopraggiunto a contornare un sogno d’amore, una lettera, le ultime parole destinate al marito, adagiata sullo stesso letto che Anna ha erto a teatro di morte.

È su quel letto che Anna ha scelto di togliersi la vita, dopo aver avvelenato il figlio di appena due anni: gli ha somministrato una dose letale di antinfiammatori, poi ha completato l’opera.

Anna ha voluto squartare il dolore che istruiva il sereno corso delle sue ore, aggredendolo con due grossi coltelli da cucina. Si è sferrata due coltellate, nella sua stanza da letto, chiusa a chiave dall’interno.

Una scena che si fatica a raccontare e che difficilmente abbandona i meandri della memoria, quella che si è presentata agli occhi dei fratelli di Anna, allorquando, allarmati perché non riuscivano a mettersi in contatto con la donna, si sono recati al secondo piano di una palazzina al civico 32 di via Kennedy, a Melito, nella periferia nord di Napoli.

I fratelli di Anna sfondano la porta, entrano in camera da letto e trovano due coltelli, con i quali la donna si è incisa un polso, nell’incavo del gomito e la giugulare, sei bustine vuote di un medicinale antinfiammatorio con le quali si presume che la donna abbia avvelenato il bambino, il letto insanguinato, sul quale giacevano i due corpi inermi, adagiati in una pozza di sangue.

È morta dissanguata nel cuore della notte, Anna. La sua agonia, si presume che sia stata alquanto lunga.

Anna ha sofferto fino alla fine. Fino all’ultimo respiro.

Quella separazione proprio non era riuscita a recepirla di buon grado e più volte aveva minacciato di togliersi la vita. Un’intenzione confermata anche dalle lettere, rivolte al marito, che sono state trovate accanto ai due cadaveri, accanto a quelle foto del matrimonio. Strappate.

Ana ha voluto che ad accompagnarla in quell’ultimo, estremo e tormentato viaggio fosse proprio il frutto di quell’amore finito: un bambino di appena due anni. Proprio lui, anche lui ha pagato il prezzo più alto di quel matrimonio giunto al capolinea.

Troppo piccolo per capire le “beghe dei grandi”.

Troppo piccolo per difendersi, aiutare il pericolo e provare a far ragionare la sua disperata madre e farla rinsavire.

Eppure anche a noi “grandi” risulta più che difficile comprendere come può, una madre, giungere al compimento di un gesto così altamente dissonante con i più basilari ed amorevoli intenti di una genitrice.

Il dolore.

È decisamente il dolore l’arma più devastante che può minacciare la vita di un uomo.

E anche quella di un bambino.

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