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Restaurati 86 calchi delle vittime del Vesuvio

di / 0 Commenti / 84 Visite / 21 maggio, 2015

images (1)Sono passati molti anni dall’esplosione del Vesuvio datata 79 d.c che seppellì la città con cenere e lapilli causando la mortae di milioni di abitanti. La data precisa di questa eruzione ci è nota in base a una lettera di Plinio il giovane e dovrebbe corrispondere al 24 agosto. Pompei, ai tempi, si presentava come un cantiere ancora aperto dato un sisma avvenuto qualche giorno prima.

La sua riscoperta si verificò nel XVI secolo, ma solo nel 1748 cominciò l’esplorazione, col re di Napoli Carlo III di Borbone, e continuò sistematicamente nell’Ottocento, fino agli interventi più recenti di scavo, restauro e valorizzazione della città antica e del suo eccezionale patrimonio di architetture, sculture, pitture, mosaici.

Ora sotto ordine della Sopraindentenza Archeologica arrivano i primi calchi dei cadaveri. Sono esattamente ventisei quelli restaurati attualmente. Calchi che raffigurano i corpi prima di essere travolti dall’esplosione, che ha causato con una pioggia di cenere e lapilli la morte degli abitanti di Pompei.

Sono visibili crani, mandibole tibie, una mamma che muore insieme al piccolo accovacciato nel suo grembo e varie situazioni pre-esplosione.

Lo scopo di questa restaurazione è l’inserimento di questi calchi nella mostra “Pompei e l’Europa. 1748-1943” in programma dal 26 maggio tra Pompei scavi ed il Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

È incredibile quante cose si riescano ad ottenere utilizzando la nuova tecnologia. Con questi calchi è possibile sentirsi ancora più vicini al terrore delle povere vittime dell’esplosione, si riesce a toccare le loro paure.

Con i calchi più precisi ci si accorge delle espressioni di paura che hanno solcato il volto dei poveri abitanti della grande Pompei prima di essere investita dalla tragedia.

L’ UNESCO nel 1997  ha dichiarato Pompei “Patrimonio Mondiale dell’Umanità”, considerando  i vari reperti delle città di Pompei come Ercolano e le zone limitrofe che costituiscono la testimonianza unica di una struttura sociale conservata pressoché intatta per due millenni.

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