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Jimi Hendrix moriva nel 1970. La sua chitarra fece la storia del rock

di / 0 Commenti / 499 Visite / 18 settembre, 2015

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Nato a Seattle il 27 novembre del 1942, deceduto esattamente il 18 Settembre 1970, Jimi Hendrix è stato certamente la più grande chitarra con cui il rock si sia mai scontrato.

Le sue note hanno infiammato intere generazioni. Era il Voodoo Child del rock, predestinato a essere il migliore di tutti. E divenne il migliore di tutti, finché una vita vissuta senza freni e inibizioni non lo portò a una morte tragica. L’artista, infatti, fu trovato morto dalla sua compagna 45 anni fa, mentre era in una stanza del Samarkand Hotel di Londra. Morte per soffocamento, dovuto al vomito. Si è molto dibattuto sulle cause della morte, sulla possibilità di salvarlo, così come lo si è fatto sull’eredità, musicale e materiale che ha lasciato.

Jimi Hendrix ha completamente e irreversibilmente mutato l’approccio alla chitarra elettrica, per molto tempo lo strumento principe e incontrastato del rock e, comunque, quello che più di tutti, ha dato a questo genere quel marchio un po’ selvaggio, quel quid che lo caratterizza da ogni altra espressione musicale.

Con il suo strumento, Hendrix ha compiuto una vera e propria rivoluzione musicale. Con Hendrix, il feedback diventa un’arte, non più un fastidioso difetto, la distorsione, spinta ai massimi limiti, è potenza e delicatezza al contempo, le linee melodiche e armoniche della chitarra elettrica si intrecciano e si fondono con naturalezza e perfezione come mai in precedenza. La valenza dell’atto musicale assume con il chitarrista di Seattle un nuovo e prorompente significato.

Nato da un incrocio fra indiani, neri e bianchi, James Marshall Hendrix comincia a suonare la chitarra a undici anni, poco dopo la morte della madre. A 16 abbandona gli studi e comincia a sbarcare il lunario suonando con complessi di rhythm and blues e di rock’n’roll. Dopo aver svolto il servizio militare come paracadutista, a 21 anni inizia una intensa attività da session-man: diventa il chitarrista di Little Richard, Wilson Pickett, Tina Turner, King Curtis.

Nel 1965 al Greenwich Village forma il suo primo gruppo e firma un contratto e comincia a esibirsi con regolarità. Jimi è già padrone di una tecnica superiore, il blues scorre puro lungo le corde della sua chitarra, ma l’America rapita dal beat è tutta presa dai suoi giovani fenomeni bianchi. La fama del prodigioso chitarrista giunge però alle orecchie di Chas Chandler, ex-Animals, manager a New York in cerca di nuovi talenti. Chandler lo porta con sé a Londra, dove lo introduce nel colorato mondo del flower-power inglese.

In breve Hendrix conquista l’Europa col blues elettrico, dilaniato e lancinante dei singoliHey Joe” e “Purple Haze“, cui fanno seguito un paio di tour, nel corso dei quali l’entourage del chitarrista alimenta l’immagine di Hendrix quale personaggio mefistofelico, dedito alle più estreme esperienze di droga e sesso.

Jimi sta al gioco, infiammando le platee con un repertorio coreografico che è diventato parte inestricabile del suo mito: la sua Fender Stratocaster è, diviene un simbolo, suonata coi denti, i gomiti, gli abiti, strofinata contro l’asta del microfono o contro le casse alla ricerca del feedback più corrosivo.

La sua icona ribelle diviene ben presto anche un manifesto politico. Prima però arrivava la voglia di suonare e sperimentare, di conquistare rispetto e considerazione del pubblico e dei grandi musicisti con cui ha suonato, a cominciare da BB king passando per Bob Dylan fino a Miles Davis, il jazzista per antonomasia, che ne fu conquistato e influenzato.

Questi sono solo alcuni dei motivi che consentono al più grande genio del Rock di rimanere un mito per molte persone. A 45 anni dalla scomparsa il fascino e il talento creativo di Jimi Hendrix è più vivo che mai mediante la sua musica, che lo ricorda e lo renderà artisticamente immortale.

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