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Storie “d’immaginaria integrazione”: Ajar, il cuoco

di / 0 Commenti / 259 Visite / 18 ottobre, 2015

Cucina-640Ajar è uno dei tanti “figli adottivi” di Napoli, approdato qualche anno fa all’ombra del Vesuvio, accompagnato dalla sua giovane moglie, allora in dolce attesa, e da una valigia straripante di sogni e belle speranze.

L’acerba e preoccupata coppia, scelse di lasciare lo Sri Lanka, terra nella quale erano nati, cresciuti e si erano innamorati, per trasferirsi alla ricerca di un futuro più solido e roseo, per se e per i loro figli ed avevano scelto di ripartire dall’Italia, quella terra che gli veniva dipinta come un quadro in cui bel clima, cordiale ospitalità e buona cucina fungevano da colori dominanti.

Già, quel famigerato buon cibo, Ajar, all’epoca, non poteva sapere che avrebbe rappresentato la sua fortuna, nonostante non avesse mai neanche assaggiato una forchettata di pasta, prima di giungere a Napoli.

Ad Ajar e a sua moglie non servì troppo tempo per comprendere che la realtà e la qualità della vita che andavano di scena nel “Bel Paese” erano radicalmente diverse da quelle che gli erano state sagacemente narrate.

Così, ad Ajar, fu presto chiaro che gli toccava rimboccarsi le maniche e lavorare tanto per guadagnare poco, imponendosi di rilevare quel magro conforto, necessario per non lasciarsi sopraffare dalla prostrazione, nell’idea che il “poco” della valuta italiana, equivaleva ad una somma più cospicua in Sri Lanka.

Il loro progetto di vita, pertanto, è andato incontro ad un sostanziale ridimensionamento, per cui, il loro intento è quello di racimolare il gruzzoletto necessario ad assicurargli una vita florida e spensierata allorquando faranno definitivamente ritorno nel loro Paese.

Tuttavia, la strada per raggiungere quello stato di comfort economico ed emotivo è tutt’altro che agevole e priva di insidie.

Ajar trova fortunosamente lavoro come lavapiatti in uno dei ristoranti più antichi e rinomati in materia di cucina tipica napoletana e rimane da subito rapito da quel gioco di odori e colori che contraddistinguono i piatti marchiati “Made in Naples”: ingredienti, condimenti, modalità di preparazione, Ajar osserva con accorta e minuziosa attenzione tutto, sera dopo sera, per anni, mentre si destreggia tra spugne straripanti schiuma ed una fontana dalla quale perennemente gronda acqua.

Una sera, il cuoco del ristorante inizia a litigare animatamente con il proprietario e ben presto la discussione termina con un grembiule da cucina gettato con funesta ira al suolo ed il cuoco che si licenzia, senza possibilità di raggiungere un compromesso, lasciando seriamente nei guai il proprietario del ristorante che si ritrova con una sala colma di clienti che esigono di essere sfamati ed i fornelli della sua cucina orfani del loro “direttore d’orchestra.”

Ajar comprende subito che quella era la sua grande, ghiotta ed irripetibile opportunità.

Pertanto, mostra la sfrontata ed impavida tenacia che contraddistingue l’impeto di chi non ha nulla da perdere, fa un passo avanti e si propone come cuoco al suo “capo”. Costui, a sua volta, conclude che, peggio di come si erano messe, le cose non potevano andare e quindi accorda ad Ajar la sua “grande occasione”, consentendogli di vivere il suo “tutto in una notte.”

Nonostante non avesse mai cucinato prima, Ajar si rivela più che abile e capace nel mettere in pratica trucchi e preziosismi “rubati” dai suoi occhi affamati di nozioni relative alla sopraffina arte del cucinare.

Quella serata fu un successo, una via crucis di complimenti che i camerieri servivano dalla sala alla cucina, tra l’incredulo stupore di tutti, in primis, dello stesso Ajar.

Così, da quel giorno, Ajar, lo srilankese approdato a Napoli alla ricerca di fortuna, è diventato il cuoco di uno dei più famigerati fiori all’occhiello della ristorazione tipica partenopea.

Da quel giorno, Ajar vive l’enorme paradosso che contraddistingue la sua duplice identità: il disprezzo misto a diffidenza che contraddistingue il suo status di “invisibile”, avvezzo, ormai ad incassare e digerire razzismo, indifferenza, discriminazione, intolleranza, condotte vili e stolte, di contro, invece, abbraccia la standing ovation che riceve ogni sera, da parte di commensali ignari del fatto che a cucinare quelle portate tanto succulente non siano mani napoletane.

“Meglio che non lo sappiano mai, non verrebbero più a mangiarci qui!”

Ajar ne è sicuro e questo lascia facilmente dedurre che di episodi in cui il razzismo e la cruda intemperanza fungono da temi dominanti, Ajar deve averne vissuti ben troppi.

Attraverso gli occhi di Ajar ho carpito il volto di una Napoli insolita, a me sconosciuta prima di quel momento: quella che si ferma alla mera superficie delle cose, capace di “mangiare”, ma non di “gustare” il vero sapore delle portate, perché animata dall’illegittimo timore che possano risultargli “indigeste”.

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