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“Diario di una giornalista di strada”: ad Acciaroli la giustizia è morta insieme ad Angelo Vassallo

by / 0 Comments / 2274 View / 2 gennaio, 2017

angelo-vassalloHo deciso di iniziare il 2017 scrivendo la parola “fine” ad una storia d’amore: quella che mi lega ad Acciaroli, località balneare del Cilento, balzata agli onori della cronaca il 5 settembre del 2010, giorno in cui venne barbaramente trucidato Angelo Vassallo, sindaco di Pollica, raggiunto da una raffica di colpi d’arma da fuoco mentre in auto percorreva la strada verso casa.

È ad Acciaroli che i miei genitori hanno trascorso la prima vacanza da fidanzati, negli anni ’70, quando non era la quotata location estiva assai rinomata oggigiorno, ma un rudere selvaggio di case arroccate su un mare cristallino che si faticava perfino a raggiungere in auto. È lì che, fin da quando avevo pochi mesi, ho trascorso ogni estate della mia vita. È lì che ho conosciuto alcuni dei miei più cari amici. È lì che vivono alcune delle persone a cui sono più legata. È lì che ho imparato che i cambiamenti importanti partono dal basso, grazie all’impegno di uomini umili, muniti della forza necessaria per andare controcorrente. Me lo ha insegnato un pescatore che si chiamava Angelo Vassallo, diventato sindaco proprio per realizzare il suo sogno: conferire alla sua terra il lustro che meritava.

Ero in vacanza ad Acciaroli anche durante l’ultima estate di Vassallo. Allora, non ero ancora una giornalista, ma, quando lo sono diventata, mi sono sentita in dovere di dare un contributo/tributo alla causa di Vassallo, morto in una maniera tanto assurda quanto misteriosa.

Un mistero che s’infittisce con il passare del tempo e che rischia di lasciare l’anima di Vassallo imbrigliata nel tormento, non vedendosi consegnare l’unico tassello in grado di conferire dignità e riscatto alla morte di un uomo che ha saputo battersi in nome della legalità fino all’ultimo respiro: la giustizia.

Quella di Vassallo, però, non è l’unica morte ingiusta avvenuta negli ultimi anni, tra colline e spiagge del suo piccolo, grande regno.

Il mio amico Emanuele Vassallo, detto “banana”, è morto qualche mese prima dell’estate 2016, dopo una sfiancante battaglia contro un brutto male. Aveva 33 anni ed era impossibile non volergli bene. Prima di lui, Gerardo, un pescatore che da Acciaroli non si è mai mosso, è morto per la stessa causa. E molti altri. Il tasso di mortalità legato all’insorgenza dei tumori in quella terra, anche in quella terra, accresce di anno in anno.

Le riviste di tutto il mondo, però, raccontano altro: i centenari cilentani sono diventati un’icona che personifica un stile di vita al quale ispirarsi.

Durante l’estate 2016, come avviene, ormai, da diversi anni, non mi sono limitata a fare vacanza, ad Acciaroli ho battagliato su due fronti: le piazze di spaccio, quelle che Vassallo durante la sua ultima estate ha osteggiato a muso duro e che a dispetto della sua morte, continuano a spadroneggiare tra gli avventori della movida e la presenza di eventuali traffici di rifiuti tossici tra colline e mare. Per rendere giustizia al sindaco-pescatore, al mio amico Emanuele, a tutte le vite che, in silenzio, anche in quella terra, stanno morendo divorate dai tumori.

Ero ancora ad Acciaroli il 5 settembre, nel giorno in cui si celebra l’anniversario della morte di Vassallo. E proprio durante quella giornata mi dedicai alle riprese del video-tributo accorpato in quest’articolo. Prima, però, avevo pubblicato un articolo in cui riportavo tutto quello che era accaduto quell’estate in termini spaccio di droga. Quella stessa sera, mentre mi accingevo a prendere parte alla fiaccolata in memoria di Vassallo, fui bruscamente costretta a rivedere i miei programmi: il sistema satellitare della mia auto aveva rilevato un tentativo di furto. Erano le 21 e quando ho raggiunto la mia auto, non ho potuto fare altro che appurare che fosse stata vandalizzata, ancora una volta. Già, il primo “avvertimento” era giunto nelle ore immediatamente successive alla mia prima “visita” presso un appezzamento di terreno che mi era stato segnalato come “sospetto”.

“È meglio se qua ci vieni solo a farti i bagni”: il monito che più volte, tra una risatina e un’occhiataccia, mi è stato rivolto durante l’intero mese di agosto.

Tra quei due raid e la mia voglia di giustizia, vanno annoverate una caterva di multe: le vigilesse del comune di Pollica dichiarano che la mia auto fosse parcheggiata in divieto di sosta lungo il ciglio di strade che, secondo i dati geo referenziali forniti dalla mia assicurazione, la mia auto non ha mai percorso.

“Un errore” che mi costa diverse centinaia di euro, unitamente alla ben più onerosa spesa della quale ho dovuto farmi carico per riparare i danni arrecati alla mia auto da due raid probabilmente finalizzati a manomettere l’antifurto satellitare.

Mentre mi trovavo accanto alla mia auto, dopo il secondo raid e le vecchiette del posto mi ripetevano di “non aver visto niente”, la mente mi ha ricondotto al 5 settembre del 2011, il giorno del primo anniversario della morte di Vassallo: proprio alle 21, fu appiccato un incendio doloso lungo la collina che costeggia la strada dove si era consumato l’agguato.

In quel momento, mi sono resa conto di aver sbagliato tutto: dopo il primo raid, all’inizio del mese di agosto, reduce dalle minacce pervenutemi pochi giorni prima della mia partenza per Acciaroli dalla madre del boss dei Barbudos del Rione Sanità, avevo attribuito allo “sfregio” inferto alla mia auto, tutt’altra connotazione. Mi sono fidata di chi si era fatto garante della mia incolumità “a parole” e mi ha fortemente richiesto di non rendere nota la vicenda per non creare allarmismi che avrebbero generato un “effetto-panico” che rischiava di dissuadere i turisti dal recarsi ad Acciaroli, con tutti i contro che questo avrebbe comportato per l’economia locale.

La mia presenza era sgradita a qualche acciarolese e la caterva di multe che mi sono pervenute a distanza di tre mesi, paradossalmente, rappresenta l’amara conferma.

L’ufficio tecnico del comune di Pollica è troppo impegnato per fornire delucidazioni in merito a una segnaletica stradale piuttosto anomala e il sindaco di Pollica lo è ancora di più: ancora non ha spiegato al mio avvocato quali sono i provvedimenti attivati la corsa estate, a tutela della mia incolumità.

L’unico ad avermi teso la mano è stato Antonio Vassallo, il figlio di Angelo. L’unico ad avermi offerto un posto sicuro dove parcheggiare l’auto.

Le ho pagate tutte quelle multe, perché alla mia dignità attribuisco un valore inestimabile che non può essere svilito da poche centinaia di euro, ma è vergognoso che venga ancora permesso a certi comuni di fare cassa sulla pelle dei cittadini che per non incappare in guai con Equitalia o nell’onerosa seccatura della procedura legale, si vedono costretti a praticare una “beneficenza forzata”.

“Ho pagato”, nel vero senso del termine, per rivendicare il desiderio di giustizia di chi crede in quella legalità, in nome della quale Vassallo è stato ucciso. E questo mi ha fatto capire che la verità sulla sua morte, non verrà mai a galla, perché il senso di giustizia, di Acciaroli e ad Acciaroli, è morto con Angelo Vassallo.

Ho rischiato di più mentre ero in vacanza ad Acciaroli ad agosto che durante la mia vita ordinaria, quando, quello stesso desiderio di giustizia, mi porta a misurarmi con la camorra napoletana.

Questa è la ragione per la quale scrivo la parola “fine” alla storia d’amore tra me ed Acciaroli. Per la gioia di chi ha ottenuto esattamente quello che voleva.

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