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Attentato davanti al Parlamento di Londra: oggi ci sentiamo tutti un po’ londinesi

di / 0 Commenti / 280 Visite / 23 marzo, 2017

londra15-990x619 Un nuovo attentato, l’ennesimo urlo di violenza che cosparge sangue e paura lungo le strade di Londra.

Il terrorismo è tornato a colpire l’’Europa. L’attacco davanti al Parlamento di Londra aggiunge altri nomi al lungo elenco di vittime di attentati.

Il bilancio è di 4 morti e 40 feriti, tra cui due italiane. Ventinove sono ancora ricoverati in ospedale e sette sono in gravi condizioni.

Un copione al quale ci stiamo tristemente abituando: una carrellata di nomi e di foto, due righe che raccontano chi erano le vittime, prima di incrociare la follia devastatrice del terrorismo, in una variabile imprevedibile di casistiche che accidentalmente seleziona vite innocenti.

“Attentato terroristico a Londra”: così, i media imprimono nelle prime ore primaverili delle nostre vite, l’ombra di una paura che ci getta nello sconforto.

Il pensiero vola all’amico, al figlio, al nipote, al fratello, trapiantato a Londra, fuggito dalla latente morsa della disoccupazione che in Italia, progressivamente, inaridisce il futuro e smorza l’ottimismo, alla ricerca di una realizzazione personale in grado di appagare il desiderio di una vita rosea.

Volare a Londra per sfuggire ai nefasti di una vita da precario e rischiare, così, di andare incontro alla morte. Un pensiero lancinante che, durante gli interminabili attimi che hanno contraddistinto la giornata del 22 marzo, è diventata una palpabile ipotesi.

Si chiamava Keith Palmer il 48enne poliziotto-eroe ucciso. Il Sun racconta che era sposato, un padre di famiglia, ed era arruolato nella polizia da 15 anni, ma prima era stato un militare nell’Esercito.

Secondo quanto riportato dal Daily Mail tra le vittime c’è anche Aysha Frade aveva 43 anni. E’ stata investita dall’attentatore mentre andava a prendere a scuola i suoi figli di 8 e 11 anni. Insegnante, era nata in Inghilterra, ma la sua famiglia era originaria di Betanzos, nel Nord della Spagna.

Tra i feriti ci sono due donne italiane: una romana, che è tuttora in ospedale ed è stata sottoposta a un intervento alla caviglia, e una bolognese che vive a Londra, contusa e medicata sul posto. Tre studenti francesi di un liceo di Concarneau, nel Finistere, che erano in gita scolastica. Due sono in gravi condizioni ma non in pericolo di vita: secondo fonti ufficiali francesi, hanno subito fratture al bacino e alle gambe. Il terzo è stato operato ma non è grave. Cinque sono sudcoreani, tutti di età compresa tra i 50 e i 60 anni con fratture e contusioni. In ospedale anche una coppia di ventenni romeni, lui, ferito alle gambe, è stato ricoverato al King’s College Hospital per le cure. Lei è stata trasportata al St Thomas, ma le sue condizioni non sono note. Secondo il Sun ci sarebbero anche due giovani studenti universitari britannico, Owen Lambert, 18 anni, e Travis Frain, 19enne.

Non esiste un’unità di misura del dolore né tantomeno una scala universale in grado di stabilire quale sciagura sia socialmente ed umanamente più grave. L’attentato davanti al Parlamento britannico, però, ha scardinato le barriere ideologiche e ci rende impossibile continuare ad “allontanare il pericolo” proiettandolo in realtà e contesti a noi lontani, perché, ieri abbiamo capito che, oggi, potevamo ritrovarci a piangere l’amico, il figlio, il nipote, il fratello, trapiantato a Londra.

 

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